La funzione dei festival

L'intervento per le BP Oltre il Decreto, Milano 27 febbraio 2016

Pubblicato il 27/02/2016 / di / ateatro n. #BP2016 , 159 , Passioni e saperi / 0 commenti /
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Vedi anche Mimma Gallina, Oltre il Decreto, FrancoAngeli, Milano, 2016, p. 45.

copertina Oltre il DecretoE’ un dato di fatto ampiamente dimostrabile che i Festival nel teatro italiano, qualche volta sofferente di provincialismo, abbiano il ruolo come recita l’Art.18, di contribuire allo sviluppo della cultura teatrale. Mi piace pensare che questo sviluppo comprenda la creazione contemporanea, la ricerca (anche se nessuno la chiama più così), la sperimentazione, il giovane teatro e l’offerta internazionale. Mi piace pensarlo. Sempre l’articolo 18 dichiara in modo esplicito che i festival debbono favorire l’integrazione del teatro nel patrimonio artistico – il teatro fuori dai teatri – e promuovere il turismo culturale. Cultura e turismo, teatro e turismo: slogan preferito degli Assessori alla cultura. Qualche volta fonte di equivoci, di forzature. Una visione miope se si radicalizza. Ossia: o i festival attraggono turismo o sono inutili. Andiamoci piano. Cominciamo con la vocazione al teatro internazionale. E’ una lacuna del sistema teatrale italiano la poca apertura…E non parlo di festival. Un difetto dei teatri. Che, per fortuna, in questa fase di trasformazione, forse si sta attenuando. Che il mio amico Angelo Pastore a Genova produca Marcial Di Fonzo Bo, lo trovo un segnale entusiasmante. Genova ovvero storica autoreferenzialità. Ma lo sguardo internazionale dei festival continua ad essere molto importante. E’ spesso più penetrante con le debite eccezioni, di quello di molti Teatri Stabili e Tric. Forse anche di qualche Teatro Nazionale. C’è da sperare che la definizione, nomen omen, non faccia ulteriormente inclinare verso lo sciovinismo. Lo sguardo dei Festival può spaziare. Andare oltre, anzi sotto, Dodin, Nekrosius, Marthaler ecc. In quel sotto dove c’è il futuro. Io sono orgoglioso che il Festival delle Colline Torinesi abbia portato in Italia Ludovic Lagarde, Valère Novarina, Olivier Cadiot, tanti altri francesi, Toshiki Okada, Rodrigo Garcia, Ricardo Bartiz, Amir Reza Koohestani ecc. Quando il Festival delle Colline Torinesi presentò a Torino, l’estate scorsa, due straordinari spettacoli della compagnia tedesca She She Pop, quasi sconosciuta in Italia, o misconosciuta, molti critici gridarono al miracolo. E il pubblico accolse Testament e Frühlingsopfer con enorme entusiasmo. Renato Palazzi sulle colonne del Sole 24 Ore, registrando e spiegando da par suo il successo del collettivo berlinese, si spinse a raccomandare ai programmatori italiani, ai direttori di teatri, di scegliere questi due titoli per i loro cartelloni. Ebbene solo il Festival Short Theatre di Roma diretto da Fabrizio Arcuri (un altro festival con vocazione “europea”) ha richiamato in Italia le She She Pop. I festival, secondo me, devono sviluppare politiche culturali più generose, anche più rischiose. Vale naturalmente, credo, per il “ricchissimo” Festival di Napoli, per Spoleto, per la Biennale Teatro di Venezia, per Roma Europa, per Torino Danza, ma soprattutto per Festival di diverso livello come il Festival delle Colline Torinesi, Santarcangelo dei Teatri, la Centrale Fies di Dro. Mi verrebbe da dire per l’eccellente Vie, che pure è una costola di un grande teatro pubblico. Certo non si può dire che gli spettacoli internazionali di prosa, di ricerca, siano proposti nella stessa misura della danza. Più facile da programmare. Non ci sono i vituperati sottotitoli. E pensare che gli artisti italiani di prosa e della ricerca sono regolarmente accolti nei teatri europei e spesso prodotti o coprodotti. In Francia, ad esempio, Emma Dante, Pippo Delbono, Romeo Castellucci, Motus, Spiro Scimone, Fausto Paravidino sono popolarissimi. Lo spettacolo Le sorelle Macaluso della Dante tocca, tra novembre 2015 e maggio 2016, ventidue città transalpine, ma anche dell’Ile de la Réunion (francofona), del Belgio, della Svizzera. Nessun spettacolo francese in Italia è proposto in più di due città (sembra esserci posto, lo ripetiamo, solo per i coreografi francesi o naturalizzati, come Malika Djardi, Brahim Bouchelaghem, Olivier Dubois, Nacera Belaza, Rachid Ouramdane). Orchidee di Pippo Delbono, nello stesso periodo, va a Vilnius, Minsk e Zagabria. La creazione contemporanea italiana. Una curiosità che mi impressiona: molti artisti italiani della cosiddetta creazione contemporanea, un tempo si diceva terzo teatro, vivono all’estero. E’ il caso di Antonio Latella a Berlino, di Gianni Forte a Parigi, di Claudia Sorace e Riccardo Fazi a Bruxelles. Molti altri stanno meditando di trasferirsi. Per lavorare e respirare arie più cosmopolite. Molti artisti italiani di questo settore non vengono regolarmente programmati in patria. Si pensi a Spiro Scimone e Francesco Sframeli, tradottissimi e rappresentati con frequenza oltralpe ma quasi assenti nei programmi dei teatri italiani. Qui si tocca un punto dolente del sistema teatrale di casa nostra. Vi prevale ancora un regime di rigido “scambismo”: un teatro vende un proprio spettacolo a un teatro amico e ne riceve in cambio un altro. Penalizzati gli artisti indipendenti, la giovane creazione. contemporanea, il giovane teatro. E forse le nuove regole hanno inasprito il problema. Non lo so. Perché in definitiva il teatro di prosa e la creazione contemporanea giovane e straniera vengono proposte in Italia in modo marginale? Perché – si afferma – il pubblico non la gradisce. Una pietosa bugia. Come se l’atteggiamento del pubblico fosse immodificabile! Certo bisogna prendersi dei rischi, dicevo. Ad esempio viene ancora osteggiata da tanti la meritoria pratica dei sottotitoli, considerata un ostacolo insormontabile nel gradimento degli spettatori. “Il pubblico non ama i sottotitoli.”. Certo molto spesso i sottotitoli, che sono delle vere e proprie traduzioni brevi, vengono realizzati in modo approssimativo e frettoloso. L’uso della sottotitolatura è invece molto abituale e fatto con accuratezza in tanti teatri europei importanti. Vengono addirittura sottotitolati in altre lingue gli stessi spettacoli nazionali. E’ il caso, ad esempio, alla Schaubühne di Berlino, degli spettacoli di Thomas Ostermaier e di altri registi tedeschi. Richard III, Volksfeind (Nemico del popolo) e Bella Figura proprio di Ostermeier hanno avuto, nell’ottobre 2015, recite sottotitolate in inglese e francese. A proposito di sottotitoli è giusto rimarcare come troppo spesso negli spettacoli la loro proiezione venga posizionata male, troppo in alto, troppo laterale. Risultano quasi illeggibili se lo spettatore osserva anche gli attori in scena, com’è doveroso. Sarebbe più opportuno che i sottotitoli diventassero parte integrante della scenografia. Un esempio di intelligente uso dei sottotitoli lo diede qualche tempo fa il regista marsigliese Hubert Colas che posizionò durante un Festival delle Colline Torinesi i sous-titres per il suo spettacolo Mon Képi Blanc all’interno della scena, ricorrendo a una grafica accattivante. In qualche modo quelle scritte arricchivano la qualità estetica dello spettacolo. Riguardo ai sottotitoli sottolinieamo ancora che compagnie nazionali-internazionali come Motus, Albe o Anagoor anche altre più giovani già li prevedono (in francese e inglese almeno) a ogni debutto, per essere pronte ad adoperarli. Lo Stabile di Torino, da qualche tempo diventato Teatro Nazionale, ha nel suo cartellone 2015-2016 sette spettacoli internazionali. Interessante. Tra gli artisti stranieri presenti a Torino ci sono Thomas Ostermeier, Suzanne Andrade, Fredrik Rydman, Yinion Tzafir, Daniel Zafrani, il Charioteer Theatre. Com’è noto il primo teatro italiano che ha manifestato una spiccata vocazione internazionale è stato il Piccolo di Milano. Nelle sue sale si sono potuti ammirare, negli ultimi anni, gli spettacoli di Brook, Bergman, Chéreau, Dodin, Lepage, Nekrosius, Wilson, Ostermeier, Pasqual, Donnellan, Mc Burney, tanto per citare qualche nome. Non si può dire in effetti che tanti altri Teatri Nazionali italiani abbiano lo stesso dna internazionale del Piccolo di Milano. Non lo ha Roma, nè Napoli, la Toscana, il Veneto, Palermo, Catania. Va segnalato invece come recente esempio virtuoso l’Ert – Emilia Romagna Teatro – la cui attuale stagione delle Passioni di Modena propone alcuni esempi di coproduzioni internazionali: uno spettacolo italo-georgiano diretto da Levan Tsuladze (con il Teatro Nazionale di Tiblisi), uno italo-cinese (con il Teatro di Pechino). “Noi siamo in una città che non ha tanti abitanti – dice il Direttore dell’Ert Valenti – e abbiamo l’esigenza di diversificare. Visto che il Governo ci ha dato la possibilità di co-produrre con teatri di altre nazioni abbiamo sviluppato queste collaborazioni. » Anche i Festival vorrebbero poter accedere a coproduzioni, sia pur con quote minoritarie, magari proponendo l’artista, ma è difficile. In Europa guardiamo alla Francia. Ancora, nonostante tutto. Ma anche al Vidy di Losanna diretto da Vincent Baudriller (che guarda caso è l’ex direttore del Festival d’Avignon). Lo slogan, significativo, della stagione 2016-15 suona così: “Jouer et penser in italiano, auf deutsch, en français, in english”. Un altro aspetto che va debitamente considerato nella programmazione di spettacoli internazionali è quello dell’imposizione fiscale. Un deterrente. Ci riferiamo al cosiddetto regime di doppia imposizione che danneggia spesso gli artisti stranieri, quantomeno appesantisce i bilanci dei teatri e dei festival italiani e sconsiglia un atteggiamento eccessivamente esterofilo. E’ un argomento su cui non mi soffermo. Non sono un tecnico, un amministrativo. Ma nessuno mi ha mai spiegato come realmente funzionano le cose. Il punto 2a dell’art.18. Il contributo è subordinato alla sovvenzione di uno o più enti pubblici. Giusto. Ma attenzione. Si genera un pericoloso corto circuito. Gli Enti pubblici territoriali ti dicono: finanziamo le compagnie o i festival sovvenzionati dal ministero. Qualcuno deve fare la prima mossa. Il punto 2f. Il contributo è subordinato se c’è prevalenza di compagnie italiane. Cosa vuol dire prevalenza? Forse vale la pena di ricordare la scarsa considerazione che fino alla riforma avevano per il Ministero gli spettacoli stranieri? Valevano poco. Era pressoché inutile programmarli. Non facevano punteggio. Che il vento sia in parte cambiato lo dimostra indirettamente la nomina, fatta dal Ministro Franceschini, di ben sette direttori stranieri nei principali musei italiani. I criteri di valutazione qualitativa del febbraio 2015 rispetto ai Teatri Nazionali sono peraltro un po’contraddittori. Indicano come prioritaria la produzione drammaturgica italiana (sia contemporanea, sia della tradizione) ma, all’ultimo punto delle “Linee guida”, richiamano i Teatri a “inventare e sviluppare relazioni internazionali oltre le coproduzioni, valorizzando i sistemi di rete e cooperazione non episodica tra realtà nazionali e internazionali…” Più sfumato e impreciso il richiamo ai cosiddetti Tric, Teatri di rilevante interesse culturale, perché sappiano “condurre stabilmente la propria attività partecipando a sistemi di rete con network a altri soggetti territoriali, nazionali e internazionali, inclusa la capacità di partecipare a progetti comunitari.” E’ arzigogolata la stessa risposta del Vademecum ministeriale sull’ospitalità degli spettacoli stranieri da parte dei Teatri Nazionali: “Le giornate recitative di coproduzioni internazionali ospitate nelle sedi del teatro nazionale sono valide ai fini dei minimi? Sì, se appartenenti ad una coproduzione propria e se, in base a quanto definito dall’accordo contrattuale, di pertinenza del teatro nazionale.” Un forte stimolo per aprire di più le porte dei teatri italiani agli artisti stranieri è costituito, come si sa, dai finanziamenti comunitari. Parliamo dei programmi di Europa Creativa, di quelli transfrontalieri. Ma è dato avvilente la partecipazione con esiti efficaci di enti, associazioni, teatri italiani. Nel periodo 2007-2013 dei fondi strutturali stanziati complessivamente dall’Europa per l’Italia (in tutti i campi) solo il 58 per cento è stato effettivamente utilizzato. E quelli impiegati, a volte, hanno finanziato iniziative discutibili come accaduto qualche anno fa a Napoli quando 750mila euro “europei” del Fondo regionale di sviluppo della cultura finirono nei bilanci del concerto di Elton John. Eppure questi soldi comunitari rappresentano una risorsa ormai irrinunciabile. Tutti i teatri e i festival devono imparare ad ottenerle, anche se l’iter burocratico è complesso e l’autofinanziamento gravoso. I giovani. Mi ripeto. E’, secondo me, un compito prioritario dei festival, tutelare giovani autori, giovani registi, giovani compagnie. Ed ora vi leggo una mail ricevuta ieri da una giovanissima compagnia che mi sembra indicativa della situazione Scusate se vi stiamo cercando con insistenza. Sappiamo dei problemi organizzativi e di spazi legati all’edizione del festival di quest’anno, ma ci teniamo a ribadire la nostra grande aspirazione ad essere dei vostri. Siamo consapevoli del fatto che conosciate poco il nostro lavoro, ma quello che ci piacerebbe è che scommetteste su di noi e foste disposti a sostenere il nostro progetto. Un progetto a cui crediamo molto,che sta maturando e attorno al quale stanno nascendo importanti collaborazioni. Siamo del territorio, vi seguiamo ormai da anni e per noi sarebbe una grande opportunità lo scambio con la vostra importante esperienza,soprattutto perché sembra sempre più difficile, per le giovani compagnie, confrontarsi con chi potrebbe davvero darci la possibilità di consolidare il mestiere. Vi confessiamo che non é facile instaurare un dialogo con le grandi realtà teatrali del Paese, ma la vostra sensibilità e cura, l’ascolto che ci avete dimostrato e l’attenzione, ci hanno da subito toccati. Per questo vorremmo che la relazione con voi si nutrisse di una fiducia nella quale investiamo le aspettative del nostro presente e vorremmo investire le aspettative del nostro futuro. Il futuro di una giovane impresa culturale che sta costruendo quotidianamente la sua storia. Ci farebbe piacere per esempio anche solo rientrare in una ipotetica sezione off del festival o qualcosa del genere. Ma questa é solo una proposta che ci auguriamo possiate accogliere, sotto la forma che più ritenete idonea e eventualmente possibile. Grazie di cuore. In attesa di confronto.

Torino, 26/02/2016

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