A Salerno una stagione teatrale inaugurata dalla scrittura

Tino Caspanello inaugura Mutaverso

Pubblicato il 04/03/2016 / di / ateatro n. 157 / 0 commenti /
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La decisione di celebrare l’inizio della stagione Mutaverso con la presentazione di Polittico del silenzio, ultima raccolta di testi di Tino Caspanello, allestita della Compagnia Teatro Pubblico Incanto e con la presenza di Maximilian La Monica, curatore responsabile di Editoria & Spettacolo, ha lo scopo di “rivolgere lo sguardo agli autori dimostrando che in Italia si scrive teatro ancora oggi. Il teatro è qualcosa che parte dalla pagina scritta, da cui ha inizio un viaggio teatrale che sulla scena diviene solo una delle possibilità che la scrittura offre”, ci racconta Vincenzo Albano, organizzatore e direttore artistico per Erre Teatro, della stagione salernitana Mutaverso, inaugurata lo scorso 3 febbraio.
“Mutaverso” nasce dalla “necessità personale di una svolta, ma anche un capovolgimento che Salerno ha bisogno di riscoprire, a causa di una sopita curiosità nei confronti del teatro”: Albano non ha mai perso il contatto con la sua città, adesso ripensata anche grazie a ciò che gli è mancato altrove. Non intende pertanto stravolgere o rivoluzionare un luogo, ma piuttosto educare uno spettatore non abituato alla drammaturgia contemporanea. L’apertura con Tino Caspanello è necessaria “perché è beneaugurante aprire questa stagione con un amico, attraverso una iniziativa che è una speranza, la condivisione di questo sentimento è forte, un auspicio di cambiamento, da un punto di vista organizzativo e scenico. Troppo spesso”, prosegue Albano, “la conoscenza degli artisti si esaurisce con la visione di uno spettacolo, potere invece condividere un pensiero con il pubblico diviene la possibilità di mettere in contatto il territorio con gli artisti”. Ed è infatti anche grazie alla presenza di Maximilian La Monica che può meglio sostanziarsi un incontro che racconta le ragioni per le quali si intraprende una coraggiosa scelta di vita, investendo nell’editoria, attraverso quello che La Monica definisce “un atto d’amore per il teatro”.
La serata di apertura della stagione, al Piccolo Teatro del Giullare, si è conclusa con una generosa lettura secondo dei tre testi contenuti nell’ultima pubblicazione di Caspanello per i tipi di Editoria & Spettacolo, Kyrie , con lo stesso autore accompagnato dalla voce e dai gesti di Cinzia Muscolino e dalla scenografia narrante dell’attore Tino Calabrò. Nella serata successiva è stato lo spettacolo Mari a proseguire nella conoscenza della poetica caspanelliana, registrando un sold out che ha reso necessaria una replica il giorno seguente. Il 19 febbraio è stato invece presentato La famiglia Campione della Compagnia Toscana Gli Omini, vincitrice del Premio Rete Critica 2015. Il terzo appuntamento di Mutaverso Teatro, venerdì 4 marzo all’Auditorium Centro Sociale nel Quartiere Pastena di Salerno, è il debutto campano di Homicide House di Emanuele Aldrovandi di Bam Teatro, regia di Marco Maccieri. È possibile consultare l’intero programma della stagione attraverso il sito di Erre Teatro https://www.derev.com/mutaverso-teatro-la-prima-stagione: il progetto attualmente si autofinanzia, con una promessa di sostegno da parte del Comune di Salerno, con il supporto della giornalista Claudia Bonasi e del media partner Pura Cultura, rappresentato da Antonio Dura; alla collaborazione con la rivista Scene Contemporanee; a Diffusione Teatro e al Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, presieduto da Antonia Lezza. Questi ultimi hanno bandito tre borse di studio rivolte ad attori salernitani per la frequenza a un laboratorio che si svolgerà nel mese di maggio, un’esperienza formativa che ha l’intento di sostanziare un aiuto concreto, coerentemente con una parte della stagione.

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Il Polittico del silenzio
Le parole sono:

“prigioniere quanto fluttuanti, normalizzate o al contrario liberate, razionali così come insensate, vuote e piene, nutrono raziocinio e inconscio. Si accordano, stonano, disturbano, stridono, si spengono. […] I personaggi, insomma, sono parole, vivono e si riconoscono per via della presenza o dell’assenza di esse.”

Così Christine Resche descrive i tre testi teatrali contenuti ne I canti del silenzio, nella raffinata postfazione al terzo volume che raccoglie alcune delle tantissime opere teatrali di Caspanello, tutte edite in Italia da Editoria & Spettacolo. Maximilian La Monica, editore di Salerno, allievo attore di Perla Peragallo, svolge un’attività teatrale di prezioso interesse. Di Tino Caspanello ha pubblicato nel 2012 Teatroper la collana curata da Dario Tomasello, nel 2012, in cui troviamo i testi: Mari, Rosa,Nta ll’aria, Malastrada, Sira, Interno e Fragile. L’anno successivo pubblica Quadri di una rivoluzione, nella collana “percorsi” che ospita il più recente Polittico, nel secondo volume, oltre al testo teatrale che dà il titolo alla raccolta, sono contenuti: Quasi notte, 1952 a Danilo Dolci, Terre, 1-2 p.m.. La casa editrice si occupa esclusivamente di teatro, in un periodo difficile per l’editoria teatrale in Italia. “Questo lavoro è una passione, è una scommessa”, dichiara La Monica, “come lo è la pubblicazione dei testi di Tino Caspanello. La particolarità e l’importanza degli ultimi due volumi sono però contenuti in una progettualità editoriale ben diversa da quella che ha motivato l’edizione Teatro. Nella pubblicazione di quel primo volume c’era infatti la necessità di una fruizione dei testi di Caspanello, finalmente in italiano. Il rapporto con Caspanello nasce da una reciproca stima ed è motivo di orgoglio per la casa editrice continuare a sostenere la drammaturgia di questo nostro autore.” Nella occasione salernitana creata da Albano, Caspanello peraltro intende sottolineare la unicità e il debutto di una presentazione che avviene finalmente e per la prima volta alla presenza dell’editore.

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Mari, con Tino Caspanello e Cinzia Muscolino

Polittico del silenzio è una nuova e generosa possibilità che la scrittura di Caspanello offre al lettore e allo spettatore, una porta che permette di accedere a un confine fisico e ideale, anche metafora del teatro, che con il sipario crea la inevitabile ferita di cui sono segno le parole. Il dialogo molteplice, che si apre con Ecce Homo (2009) avviene per sottrazione di personaggi e luoghi. Un uomo imputato in un processo grottesco e surreale viene giudicato da tre giudici e da una guardia, che interviene come una sorta di regista, manovrando le sorti degli altri quattro personaggi. Non sappiamo se in effetti gli altri personaggi siano di sesso femminile ma potremmo supporlo; è d’altro canto la donna ad attuare azioni risolutive in tutte le drammaturgie di Caspanello, anche quando non è presente. In ogni caso l’imputato inizialmente in mutande è invitato dalla guardia a vestire i panni di una donna, con tanto di gonna e golfino, irrimediabilmente blu, come il colore del mare che è rievocato di continuo in Caspanello, in una percezione evocativa o sonora, come nel caso di Mari, in cui un meraviglioso tappeto sonoro di onde marine accoglie i due attori in scena – lo stesso Caspanello e Cinzia Muscolino, artista poliedrica e d’eccezione, nella versione italiana dell’opera tradotta e rappresentata in varie lingue – lasciando il pubblico proprio nel bel mezzo di quel mare notturno al di là del quale sono custoditi i due protagonisti, sulla terraferma, sul palcoscenico. Ed è sempre una esperienza di bellezza la curiosità che anima il rinnovato interesse per ogni replica di Mari, uno spettacolo che è sempre diverso in ognuna delle sue rappresentazioni (e siamo al tredicesimo anno di repliche).
In Kyrie (2013) ritroviamo la coppia uomo-donna e le fragilità delle parole non dette che generano rotture ed esplosioni “dentro la carne”. Per varie ragioni ricorda il testo di Niño.
Più recente è Agnus, terzo e ultimo dei testi contenuti nel Polittico che si apre con la speranzosa We’ll meet again (Lynn, 1939), si tratta pertanto di un monologo questa volta. In questa sacrificale confessione troviamo elementi dei testi che lo hanno preceduto, una donna appare e scompare, come la lampadina che viene accesa e spenta di continuo dal protagonista, è inserita insolitamente in un candelabro ma alla fine sarà l’unica luce del dramma a rimanere accesa. Troviamo ancora una volta il colore rosso e l’insistenza sui piedi nudi e le mani, proprio come quelli che incontriamo in Mari. Amare, giocare e mettersi in viaggio per inventare un mondo che sia meno scomodo e più giusto di quello che viviamo, sono questi i compiti che Caspanello sembra affidare ai suoi personaggi, sembianze in rivolta contro uno specchio che riflette una realtà nella quale non è più concesso il perdono.
“Il dialetto stringe patti di mutua evocazione fra segni verbali, cose e parlanti” racconta Gerardo Guccini nella prefazione al volume dedicata all’italiano metafisico di Tino Caspanello. Nella quarta di copertina leggiamo che “il silenzio non esiste” ed è anzi “il processo infinito alle parole”; ci sembra piuttosto indicativo nella ridefinizione di un pensiero drammaturgico che apprende e dimentica una modalità del poetare-fare nel silenzio, innalzarlo a una sordità dirompente e urlata dalla presenza insopprimibile e provocatoria delle parole.

I bambini partoriti dal mare
Niño è un monologo teatrale, è uno stato d’animo, è un viaggio ed è per questa ragione che viene rappresentato nella insolita location di una libreria, la Feltrinelli di Messina, in una prima recita pubblica nazionale, lo scorso 13 febbraio, ma avevamo intravisto il copione nei giorni dell’inaugurazione salernitana, tra le mani della Muscolino, sormontato da una cornice d’inchiostro creativamente simmetrico. Con la consueta opportuna attenzione e dedizione alle parole e alla regia di Tino Caspanello, anche scenografo, valorizza la interpretazione di una raffinata e determinante Cinzia Muscolino, che conferma l’imprescindibile legame di attrice e di donna alla sensibile scrittura di cui è intimamente intriso questo lavoro, presentato nel 2011, a Grenoble, in occasione della manifestazione Regards Croisés. È nota l’attenzione dei francesi per i lavori del siciliano – di Pagliara, paesino di un migliaio di abitanti che si affaccia su valli e torrenti sormontati da agrumi e alberi di ulivo, nella provincia ionica messinese – che per primi ne pubblicano i lavori teatrali.
Muscolino ricordiamo essere oltre che attrice, anche artista figurativa, costumista, scenografa, – in particolare oltre ai lavori realizzati per gli spettacoli di Caspanello ha anche eseguito  opere per  Due passi sono e T/Empio della compagnia Carullo Minasi, fortemente intrisa nel primo lavoro della poetica di Caspanello, soprattutto in riferimento al testo Fragile, di cui Giuseppe Carullo è interprete – scultrice e grafica la quale ha anche ideato e realizzato la incisiva e accattivante locandina che ritrae il pipistrelletto che si trova abbinato alla stagione Mutaverso e la palpabile pennellata di colori presente sulla copertina di Polittico e di Quadri.

mutaverso

La trama di Niño si dipana da una vera storia accaduta a una parente di Caspanello trasferitasi in Argentina dalla Sicilia. “Anche se non si vede l’altra mano deve imparare a vedere, dal rovescio ci sono i nodi, i passaggi da una linea all’altra” racconta la protagonista nella descrizione iniziale di quel pezzetto di stoffa merlettata che tiene tra le mani come fosse un prezioso gioiello o una reliquia da santificare. Tuttavia occorre che nel ricamo, che in spagnolo si dice “bordado”, l’ago sia sempre “dritto, le mani pulite e luce, tanta luce per non sbagliare”.
Su un foglietto ripiegato e nascosto in una delle due tasche di un vergineo abito a fiori su sfondo bianco, un glossario contiene le parole essenziali per sopravvivere nel Paese dove emigrerà per unirsi con il suo uomo sposato per procura. Anche il foglietto è bianco, ed è bucato dal tempo come il fazzoletto dal ricamo, come l’abito da sposa poggiato sulla scomoda sedia-nave-letto-mondo-palcoscenico blu che contiene il corpo dell’attrice, in piedi, accovacciata, di profilo, danzante e in lotta. Lo sguardo della performer traccia segni precisi nella simmetria di una scenografia esatta, temporalmente rigorosa: a sinistra sta l’avventura, la fortuna; dietro la madre con cui dialogare nel ricordo di miracoli e preghiere con la terra che si è lasciata; a destra la realtà e questo marito “coi capelli e gli occhi neri”; davanti a sé la terra ferma e il pubblico. Questa volta lo spazio scenico che in Mari sta dalla parte opposta al pubblico, sta infatti in mezzo al mare, in questo gioco scenografico caro alla drammaturgia di Tino Caspanello, c’è quindi un evidente capovolgimento scenico e temporale. Questa volta il mare non spaventa ma è anzi una opportunità di riscatto, la salvezza in cui potersi inabissare per la vergogna di avere ricevuto tra le braccia un bambino appena nato alla fine del lungo viaggio per Buenos Aires, la protagonista avrebbe voluto tenerlo, ma come giustificarsi? Come spiegare che il “niño” non è suo, ma le è stato consegnato tra le braccia, mentre nel trambusto dei bagagli i passeggeri si allontanavano dalla nave? Dopo dieci mesi rivede quell’uomo incontrato nel giardino di limoni, con suo padre, ne era moglie, ma sarebbe stata plausibile la presenza di un bambino? Sarebbe stata giudicata come una inevitabile prova di tradimento, così appena scesa dalla grande nave è costretta ad abbandonare questo sconosciuto bambino, invano chiede al marito di essere portata da un medico che possa accertarne la verginità ma viene violentemente trascinata a casa e deflorata da questo mostro che le è perfettamente sconosciuto, più di quel bambino.
I bambini sono presenza ricorrente e rassicurante nei ricordi che la protagonista ha, sentirne le voci le fa accennare un canto, un sussurro di melodia appena delineata e abbandonata tra le onde di questo oceano che ci sembra di vedere. Almeno un’ora, “soltanto un’ora” prega la madre di prenderli con sé a casa, anche quando lei non ci sarà più. La sua vocazione alla maternità è narrata dalle testimonianze raccolte da Caspanello per la scrittura del testo e qui restituita con grande grazia e dirompente commozione. “Loro (i bambini ndr) stanno tranquilli, vi aiutano, toglieteli dalla strada, basta così poco per farli contenti, qualche ritaglio di stoffa, un ago, qualche pagina da leggere, un pezzo di pane”. L’ordine in cui vengono elencati i bisogni di questi fanciulli è piuttosto singolare, ripercorre la storia che ci viene narrata, nella medesima seguenza temporale in cui, mentre vengono esibiti mazzolini di zagare, brandelli di carta come petali bianchi o piume, per inospitali tasche-bagagli, Cinzia Muscolino è demone immortale sulla scena, narratrice di una storia senza tempo, plausibile anche oggi. La sedia che è macchina scenica verticale, elemento metafisico consueto e ventre materno ed è scala per il cielo, aiuta a “ingravidare l’anima di parole” e permette di scorgere “occhi come stelle raccolte e messe insieme in un sacco”.

Vincenzo-Albano

Vincenzo Albano

La dedizione al teatro di Vincenzo Albano nasce da una passione adolescenziale, coltivata attraverso la formazione accademica, che ha avuto poi come conseguenza la scelta di intraprendere l’idea di teatro come impresa e organizzazione, sviluppata e concretizzata nella città di Salerno, attraverso studi di letteratura teatrale. Ha poi elaborato una consapevolezza artistica e formativa, proseguendo la sua formazione dopo gli studi accademici con un corso di progettazione teatrale alla Paolo Grassi. Nonostante una borsa di studio per una ricerca sui mestieri dello spettacolo, l’occasione lavorativa di “artigianato” con Maurizio Scaparro, nei ruoli di assistente alla produzione, assistente alla regia; una responsabile collaborazione con il teatro fiorentino della Pergola; Albano tuttavia decide di ritornare a Salerno, diffondendo nel suo territorio d’origine quanto appreso altrove creando così una coraggiosa opportunità pioneristica e creativa: piccole proposte teatrali, brevi rassegne, formazione. Mutaverso non è quindi la prima esperienza teatrale salernitana di Albano ma è la continuazione di un progetto, sebbene sia di fatto la prima stagione teatrale da lui curata. È questo il tentativo di affrancarsi dalla frammentarietà di piccole rassegne, mettersi alla prova con dieci appuntamenti dislocati nel corso di quattro mesi.

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