Serve una normativa per la pedagogia teatrale

L'intervento per le BP Oltre il Decreto, Vicenza 17 maggio 2016

Pubblicato il 17/05/2016 / di / ateatro n. #BP2016 , 159 , Passioni e saperi / 0 commenti /
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Vedi anche Mimma Gallina, Oltre il Decreto, FrancoAngeli, Milano, 2016, p. 66.

copertina Oltre il DecretoSi sente spesso ripetere che per far ripartire il Paese, sia economicamente che culturalmente,  restituendo alle giovani generazioni fiducia nel futuro, sia necessario cominciare dalla scuola, dalla ricerca, dalla formazione.

Condivido appieno tale posizione e ritengo che sia perfettamente estensibile al settore teatrale: formazione del pubblico, delle figure professionali legate al teatro (tecnici, manager, produttori) e, ovviamente, formazione degli artisti (attori, registi, drammaturghi, ecc.).

Lo stesso MIBACT pare riconoscere l’importanza della formazione quando, nell’individuare i Teatri Nazionali col decreto 2014, prescrive che siano dotati di una scuola. Rispetto alla struttura della scuola ai piani didattici e ai requisiti minimi in genere, però, il decreto non si esprime e non rimanda ad altre fonti. Allo stesso modo non prevede la possibilità di sostegno economico per le scuole non legate ad un teatro nazionale, al di fuori delle accademie nazionali di danza e arte drammatica.

Proprio la mancanza di una normativa che disciplini la formazione teatrale, ha spinto una delle più giovani scuole, l’Accademia Teatrale Veneta, ad invitare le principali accademie e scuole d’arte drammatica ad una riflessione sul tema della formazione, con l’intento di stabilire una rete di confronto sulle principali questioni legati alla didattica, alla normativa, all’avviamento professionale, etc.

Il primo incontro si è svolto nel settembre 2015, l’adesione delle scuole è stata quasi totale (Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, Accademia dei Filodrammatici, Civica Accademia d’Arte Drammatica “Nico Pepe”, Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi”, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Fondazione Teatro della Toscana, Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Scuola di Teatro di Bologna “Alessandra Galante Garrone”, Teatro Bellini, Teatro Stabile di Genova) e Il confronto è stato dedicato principalmente all’individuazione di parametri quantitativi minimi che ogni scuola rispetti per garantire un percorso formativo di alta qualità.

I parametri minimi individuati come punto di partenza (monte ore della scuola di almeno 2500 ore di lezioni frontali organizzate in minimo un biennio; un numero minimo di docenti compreso tra 8 e 10 a seconda del numero di allievi; un minimo di 30 ore di lezione per ogni docente; il rilascio di un attestato riconosciuto istituzionalmente) sono un passo verso l’adeguamento al sistema dei CFU (Crediti Formativi Universitari) che punta ad ottenere in futuro anche la trasferibilità attraverso il sistema degli ECTS (European Credit Transfer System).
In questo, le conclusioni dell’incontro tra scuole hanno anticipato di tre mesi la direzione poi segnata dal decreto sottoscritto da MIUR E MIBACT il 22 Dicembre scorso per il riconoscimento dell’equipollenza rispetto alla laurea dei titoli di studio artistici rilasciati da alcune istituzioni.

L’intenzione, nonostante i numerosi impegni delle scuole, è di organizzare nuovi momenti di incontro per confrontarsi in merito ai vuoti normativi rimasti anche dopo il decreto del 22 dicembre 2015 e, inoltre, alla didattica, alle modalità di selezione dei docenti e dei direttori, alle relazioni con le istituzioni estere, alla sinergia con il Teatri Nazionali, le Università, i Dams, alle iniziative a sostegno dell’inserimento professionale dei diplomati.

Il tema dell’avviamento professionale è particolarmente attuale. Non di rado mi capita di sentirmi dire che le scuole di teatro creano disoccupati.

Affermare ciò in un paese che ha il 40% di disoccupazione giovanile è di una ovvietà inaudita, e la stessa affermazione si può facilmente estendere a molti altri settori.

Il compito principale della scuola rimane quello di formare, trasferire conoscenze, sviluppare competenze, preparare alla professione nel modo migliore, più completo e competitivo possibile. Può perfino offrire un servizio di orientamento professionale, ma non creare possibilità di impiego. E’ attraverso il dialogo e la collaborazione con le altre scuole, le realtà produttive e le istituzioni che le strutture formative possono contribuire all’individuazione delle politiche più idonee a garantire la massima occupabilità.

La considerazione e il sostegno alla formazione non possono e non devono essere subordinati alla situazione occupazionale.

Ritengo non trascurabile che, pur nella quasi totale desolazione del panorama lavorativo, spesso i giovani si creano e creano lavoro, diventano produttori, fondano compagnie, gestiscono e organizzano spazi, ne aprono di nuovi. Questo, seppure nel breve periodo (poiché i primi diplomati di Accademia Teatrale Veneta risalgono al 2011), è accaduto anche a diversi nostri allievi.
Vorrei prendere ad esempio la città di Milano.

Milano è l’unica città italiana che, teatralmente parlando, si può definire europea per la qualità delle proposte, per numero di teatri e di compagnie, piccole medie e grandi.

A Milano esistono 3 Scuole di Teatro di fama Internazionale, senza contare i numerosi corsi, spesso frequentati come preparazione per entrare nelle scuole più importanti, e questo non fa altro che creare una vivacità culturale che, pur nella difficoltà oggettive di una crisi economica politica e sociale non semplice da superare, si traduce in opportunità occupazionali, oltre che culturali, concrete.

E questo accade anche grazie anche al supporto di politiche mirate.

La domanda è se sia possibile realizzare qualcosa di simile in Triveneto.

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