Con Richard Maxwell fra teatro e realtà

The Evening dei New York City Players all'Arena del Sole di Bologna

Pubblicato il 21/05/2016 / di / ateatro n. 158 / 0 commenti /
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Richard Maxwell, The Evening (ph. Paula Curt)

Richard Maxwell, The Evening (ph. Paula Court)

Una storia da bar di periferia

Un bancone da bar coi suoi sgabelli e una partita in tv. Un tavolino, due sedie, luci soffuse. Un angolo per la musica, con batteria e microfoni. L’ambiente di The Evening si presenta così: come uno dei tanti non-luoghi di periferia, con un arredamento anonimo e la sottile percezione delle stratificazioni di storie che l’hanno abitato. Un bar da poco, dove ci si va a ubriacare, lamentare, passare il tempo. Presto verrà abitato dalle figure abbozzate dalla scrittura di Richard Maxwell, drammaturgo, regista, autore delle musiche, di formazione attore e musicista, considerato – con la sua compagnia New York City Players – uno dei maggiori talenti del teatro sperimentale americano e al suo ritorno dopo qualche anno in Italia – ma sarebbe meglio dire in Emilia-Romagna, visto che il suo debutto nazionale è stato lanciato alla Biennale 2005 (sì veneziana, ma diretta da Romeo Castellucci), poi è tornato fra Vie e Santarcangelo e si ritrova oggi in programma nella stagione ufficiale di un Teatro Nazionale, quello emiliano-romagnolo appunto. “Qui”, come dice l’artista stesso alla conferenza d’apertura mercoledì 18, “è sempre una sfida, perché c’è un pubblico per questo tipo di teatro”, e in effetti è così.
Tre attori dei New York City Players in scena danno corpo e voce a tre stereotipi – “archetipi” li chiama lui –, quasi fantasmi di un’umanità rassegnata, marginale e sconfitta, spesso protagonista delle opere dell’autore-regista statunitense.
La trama è semplice: una cameriera-prostituta (così si auto-definisce in scena il personaggio di Bea, interpretato da Cammisa Buerhaus) vuole mollare tutto, abbandonare la miseria del suo lavoro e cercare qualcosa di meglio altrove. La notizia provoca reazioni contrastanti nei clienti del bar: Asi (Brian Mendes), un boxeur ai limiti del pensionamento che forse ha una relazione con lei, non vuole e cerca di impedirglielo; Cosmo (Jim Fletcher), manager di Asi, invece la sostiene e cerca di aiutarla nell’impresa. Scappare, scappare, non si parla d’altro: fuggire dal presente, da quel luogo e da se stessi, andare altrove, ma esistono altri luoghi a parte questo? Sono questi i temi che popolano i discorsi delle tre figure in scena, che sono quelli banalissimi e altissimi dei bar fuori mano, sentiti e risentiti, carichi di frustrazione e amarezza, e però a volte strappati da inaspettate punte di poesia. Si parla di fuggire ma si resta sempre lì, in uno spazio umano sospeso fra Becket e Hopper.

A partire dalla musica: elementi di rottura della rappresentazione

Tutto normale: ci sono personaggi, c’è una storia, con tanto di dialoghi, di testi e sottotesti, c’è una scenografia che rappresenta un’ambientazione tutto sommato realistica. Se non fosse che a un certo punto entrano in scena tre musicisti con i loro strumenti (James Moore, Andie Springer, David Louis Zuckerman): le loro canzoni – anche queste scritte da Maxwell – accompagneranno tutto lo svolgimento dello spettacolo.
La musica – un po’ indie all’antica, un po’ soft rock – è il primo elemento di rottura dei canoni della rappresentazione così precisamente rispettati (almeno in apparenza) dalla messinscena: introduce un elemento di realtà, vivo e ben presente, che procede innestandosi sulla vicenda drammatica e però non sempre dialogandovi, sviluppandone a volte i temi ma poi andando da tutt’altra parte.
Ma non è del tutto corretto affermare che sia questo il primo elemento di rottura, che immette consistenti cariche di realtà nell’ambiente fictional rappresentato (e sempre sottolineato nella sua qualità mimetica): lo spettacolo si apre con Cammisa Buerhaus seduta al tavolino; non c’è ancora nessuno al bar e forse lei non è ancora Bea, il suo personaggio; legge (vistosamente, scorrendo dei fogli) una sorta di prologo, che riporta l’ultimo periodo di vita di un uomo malato dal punto di vista del figlio, in forma di pensieri, aneddoti, fatti accaduti e ricordi intimi. Si “lascia sfuggire”, a un certo punto, che il protagonista si chiama Richard, come il regista, ed è lui stesso poi a chiarire – nell’incontro dopo spettacolo – il ruolo e il senso di questa ouverture: mentre lavorava a The Evening, opera su commissione che costituisce il primo capitolo di un progetto ispirato alla Commedia dantesca, è venuto a mancare suo padre e la situazione è potentemente entrata nell’opera. Questo incipit modifica in qualche modo la fruizione di tutto quello che verrà dopo. I sensi di interpretazione si moltiplicano e stratificano, rispetto per esempio al tema dell’altrove e dei tentativi di fuga: c’è il bar di periferia con le figure che lo abitano nel testo drammaturgico, l’Inferno di Dante nel campo dei riferimenti letterari, la malattia e il lutto nella vita reale di chi ha creato il lavoro.

Arte e vita (e teatro)

Richard Maxwell, The Evening (ph. Paula Curt)"

Richard Maxwell, The Evening (ph. Paula Court)

Arte e vita trovano strane forme d’innesto nell’opera di Richard Maxwell: conferma egli stesso la centralità di questo interesse nell’incontro dopo lo spettacolo. Per questo lavoro sui confini fra finzione e realtà l’autore-regista è stato conosciuto e premiato negli Stati Uniti e all’estero. Piersandra Di Matteo è tornata spesso sul tema nelle occasioni di confronto che hanno accompagnato il debutto di The Evening (la conferenza per la stampa, l’introduzione pre-spettacolo, l’incontro infine con la compagnia a fine serata).
La scena così realistica è sviluppata in pochissimi metri, a fior di proscenio, e la profondità è praticamente nulla; così gli attori si muovono in un ambiente praticamente bidimensionale come figurine ritagliate, silhouettes, archetipi appunto. Anche se la credibilità della trama e della messinscena rimandano in modo rassicurante alla tradizionale impostazione del teatro di rappresentazione, ci si accorge che questi legami presentano crepe – poco percepibili forse, ma ben profonde – fin dall’inizio. E poi piano piano tutto si spacca, fino allo smontaggio completo della scena da parte dei tecnici, allo svelamento dei trucchi teatrali, al ralenti delle azioni in tableaux vivants.

Richard Maxwell, The Evening (ph. Paula Curt)

Richard Maxwell, The Evening (ph. Paula Court)

Ma più che i momenti di esplicito svelamento della finzione – che a volte raggiungono limiti retorici un po’ marcati –, è nella presenza degli attori che il cortocircuito fra teatro e realtà trova l’equilibrio più preciso. Lo sfasamento fra attore e persona però non è cercato – come spesso accade – con la messa in campo di elementi biografici, con la rottura esplicita del guscio del personaggio o intervenendo sull’andamento della storia: gli interpreti dei New York City Players diretti da Maxwell – attore anch’egli di formazione, è bene ricordarlo – sono e restano attori (bravi peraltro) e personaggi dall’inizio alla fine, prigionieri del loro piccolo bar. Come dice Fletcher nell’incontro dopo spettacolo, non si tratta tanto di costruire un personaggio sulla persona dell’attore, di lavorare sul quel rapporto stridente, quanto piuttosto, all’inverso, di far emergere dall’individuo il personaggio che già esiste in ciascuno degli interpreti. Una strategia “a togliere”, che – a differenza delle rotture a volte un po’ scontate della messinscena, che si presenta per contrappunti fra realtà e finzione – garantisce un continuo andirvieni fra credibile e incredibile, impastando i due elementi insieme in un unicum difficile da districare.
Il cortocircuito fra i due elementi si colloca anche fra la presenza degli attori e la dimensione del testo, nei sottili momenti di non completa aderenza fra l’una e l’altro. Perché quando lo spettatore ha ormai compreso di trovarsi di fronte a meccanismi di smontaggio della rappresentazione e di decostruzione della messinscena, i temi della fuga, dell’altrove, dell’impotenza assumono tutta un’altra connotazione di senso: oltre al livello mimetico del bar di provincia, al discorso dantesco sull’Inferno, al lutto personale dell’autore, si aggiunge il piano concettuale della riflessione sul teatro. È questo forse uno dei punti più interessanti di The Evening, dove i personaggi, gli archetipi, si trasformano immediatamente in attori che si interrogano esplicitamente sul proprio mezzo espressivo, sulla componente di libertà di cui godono e degli obblighi invece a cui sono legati.

Effetti sulla spettatorialità

In una messinscena tutto sommato tradizionale, certo ben fatta ma apparentemente non così dirompente nel suo progetto; in uno spettacolo che ha trama, testo, dialoghi e addirittura personaggi; in una lingua molto vicina al pubblico, che alterna una complessità di registri, dal parlato quotidiano più crudo alla sicurezza dei luoghi comuni a momenti di inaspettato lirismo; in una scelta registica indecisa fra spingere al massimo il pedale dell’iperrealismo fino a farlo collassare su stesso o a smantellare completamente l’incrinatura della finzione fino a distruggerne la sua stessa possibilità (o, meglio, in una regia decisissima nel mantenere aperte entrambe le opzioni); in tutte queste scelte drammaturgiche, registiche, interpretative, il pubblico è irriducibilmente, assolutamente in trappola.
Se inizialmente la storia può sembrare già sentita, magari addirittura annoiare un po’, piano piano si sviluppa un piano di affezione per quei personaggi, sbozzati in modo minimale, da silhouettes appunto. Poi ci si scopre a seguirli in modo sempre più coinvolto man mano che la trama precipita verso il suo – peraltro prevedibilmente catartico e ambiguo – esito. D’altro canto, se anche i meccanismi di smontaggio della finzione teatrale possono sembrare un po’ scontati, comunque già visti in un paese come il nostro che ha una lunga abitudine a questo tipo di lavoro (non va dimenticato che l’autore-regista e il suo gruppo sono newyorkesi, con tutt’altra cultura del teatro ufficiale e di ricerca), quando si lascia da parte l’effetto sorpresa e ci si abitua all’andamento della regia, si dischiudono ulteriori possibilità di lettura, del tutto pertinenti sia con questo piano concettuale sia con gli altri temi evocati nel testo.

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C’è come una tensione che rimane fertile lungo tutta l’ora di spettacolo: quella che collega il contrappunto geometrico fra realtà e finzione (soprattutto nel mescolamento più ambiguo fra i due elementi, nella recitazione degli attori) al dischiudersi continuo dei piani di senso e significato che si affastellano e si riconnettono durante l’intero spettacolo. Basti pensare alla pluralità di posizioni che Maxwell disegna intorno alla possibilità di fuga in quest’opera radicalmente aperta: Bea cerca un altrove migliore fisicamente, vuole andare a Istanbul sperando che “sia l’opposto di qui”; Cosmo invece afferma che riesce a scappare soltanto quando è fatto e strafatto; Asi non vuole andarsene, preferisce resistere anche se sa che non serve a nulla; sapere di essere perdenti ma cercare qualcosa di meglio, rassegnarsi al fallimento e dimenticarlo “having fun”, lottare, cadere, aspettare di riprendersi e poi continuare a lottare.
Tattiche registiche, strategie testuali, sapienza interpretativa, concetti e sentimenti, dialoghi e riflessioni, narrativa e performance, teatro e realtà, ce n’è per tutti i gusti, le menti e i desideri (e forse anche di più). The Evening è un lavoro che presenta man mano, nel suo svolgimento scenico, diverse possibilità d’accesso per il pubblico, differenti opzioni per attirarlo, trattenerlo, tenerlo lì con sé tutto il tempo – ed è forse questa in fondo la ragione per cui, nonostante il presentarsi così consueto e mite di questo spettacolo (sia dal punto di vista della tradizione che della ricerca), il lavoro è riuscito a riscuotere tutta quest’attenzione e successo.

Richard Maxwell/New York City Players: The Evening at The Kitchen (March 14, 2015) from The Kitchen on Vimeo.

Il trailer.

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