#BP2016 | Quale è il peso amministrativo e gestionale rispetto all’investimento sugli artisti?

Appunti per Breve intervento “Buone pratiche” 17 maggio 2016 - Vicenza

Pubblicato il 12/06/2016 / di / ateatro n. #BP2016 , 158 , Passioni e saperi / 0 commenti /
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Pierluca Donin

Pierluca Donin

Questa brevissima analisi parte dall’osservazione dei conti economici dei tre Organismi per la distribuzione operanti nel triveneto (ERT–Friuli, Arteven–Veneto e Coordinamento Trentino–Provincia Autonoma TN).
Si tratta di Enti di dimensioni estremamente diverse e Organismi riassestati dal DM 1 luglio 2014.
ERT (in fusione con il ramo d’azienda di AA Associati per la quota danza) ha visto riconosciuta la funzione multidisciplinare (che approfondiremo in seguito), con un taglio generale poco comprensibile se consideriamo l’aggiunta delle attività musicali. Ad Arteven, già sostenuta per due discipline distinte (danza e prosa), arriva il riconoscimento per il multidisciplinare aggiungendo la quota musicale senza taglio e con un piccolo aumento. Il coordinamento trentino rimane allo status inziale di Circuito Teatrale.

Coordinamento Teatrale Trentino

Coordinamento Teatrale Trentino

Le dimensioni economiche non seguono percentualmente il sostegno regionale, poiché ogni soggetto è adattato alla morfologia del territorio e degli spazi presenti (ma non è questa la sede per individuare queste logiche). Un dato va segnalato, e cioè come l’autonomia finanziaria in qualche maniera premi i soggetti, ma affrontyare il tema potrebbe portare il ragionamento su un territorio scivoloso.
A prescindere dalle risultanze delle discussioni di questa mattina, può essere interessante stabilire a quanto ammonta l’aumento del costo percentuale di gestione di uno spettacolo da parte di un produttore e di un organizzatore nel corso del tempo – diciamo nell’arco di un decennio, per evitare di entrare nel passaggio lira-euro. Al netto del meccanismo inflattivo, il risultato sarà che il costo complessivo di una rappresentazione teatrale dal vivo non includeva spese che oggi sono considerabili obbligatoriamente inerenti e in molti casi necessarie all’ottenimento dei sostegni. Questa tendenza ha eroso il margine di investimento “puro” nei confronti della parte artistica. Per fare un esempio casalingo: nel 1993 la gestione amministrativa contabile di Arteven era condotta da una unità che non abbisognava neppure di un’ora di straordinario e riusciva a tenere sotto controllo l’amministrazione. Oggi il mantenimento del settore amministrativo costa circa il 60% della spesa del personale complessivo, generando ulteriori (e incalcolabili) costi di gestione per software e archivistica, oltre alla spesa di formazione continua. Questo “squilibrio” aziendale generale per tutti i soggetti (produttori o distributori o organizzatori) non poteva che influire negativamente sul costo complessivo del corpo lavoratori, inficiando da una parte la performance aziendale (ovvero il bilancio civilistico) e dall’altra portando a una drastica diminuzione del sostegno agli artisti. Ormai ci siamo resi conto che anche il “tempo” ha un costo nel settore artistico: gli spettacoli non saltano da soli sui palcoscenici. E soprattutto per muovere il pubblico non bastano più le modalità valide soli pochi anni or sono.
arteven Vi è quindi un punto tecnico d’equilibrio che deve stare in asse tra il costo di gestione di un ente (oggi in continuo aumento) rispetto agli investimenti necessari verso la parte artistica, per calmierare il costo di accesso alla cultura (l’incasso è importantissimo per il teatro di consenso e irrinunciabile per il teatro nuovo, contemporaneo, under 35, di ricerca eccetera). Il tutto va declinato, ovviamente, anche per la danza e la musica (anche se quest’ultima, quando si occupa di creatività contemporanea, si differenzia dalla prosa: un attore giovane quasi sempre significa “teatro contemporaneo”, mentre nella musica la formula si inverte: spesso con un musicista giovane si ha repertorio classico…. ma questa è una analisi più da antropologi che da direttori di circuito).
I bilanci civilistici dei tre soggetti che si occupano di coordinare l’organizzazione dei teatri pubblici nel territorio triveneto assemblati generano un risultato importante. Il mio obiettivo è capire quale portata ha nel 2015 il peso amministrativo e gestionale rispetto al reale investimento verso gli artisti. Purtroppo non sorprende che i costi burocratici e di gestione stiano erodendo con maggiore velocità, oltre che come volume, i costi destinati alla mission.
I tre soggetti che si occupano di organizzare il territorio (con esclusione dei teatri dove vi è la presenza di altri soggetti competenti) sono il Coordinamento Teatrale Trentino, Ente Teatrale Friuli Venezia Giulia e Arteven. Si tratta di soggetti che perseguono il medesimo obiettivo e sono analizzabili parzialmente e non in dettaglio (un dettaglio importante sarebbe anche solo l’analisi della capacità/capienza dei teatri che sono ovviamente il frutto di politiche lontane). I tre soggetti ricavano dalle proprie attività 12 milioni di euro e non producono dividendi, essendo inquadrati nella categoria del no profit.
Di questi 12 milioni di ricavi civilistici, l’intervento delle relative Regioni si assesta su una percentuale del 15% (una percentuale ovviamente “importante” per la Regione Autonoma del FVG, che però si riduce al 7% nella parte veneta). Il peso del MIBACT è invece paria a circa l’11%, che “spacchettato” è il 5% per il Coordinamento, il 10% per ERT e il 9% per Arteven. La percentuale è relativa al volume di bilancio.
In totale l’apporto a contributo (Regione/MiBACT) senza controprestazione da parte dei “circuiti” è pari al 26% dell’intero corpo economico, a prescindere dalla suddivisione tra soggetti e diviso con punti di assenza del servizio in tutte e tre le regioni.
ert_cuore teatro

Il solo costo del personale è pari al 10% dell’intero ammontare dei ricavi (pur variando di ente in ente, sono comunque performance eccezionali ad alta produttività). A esso vanno aggiunti i costi per la gestione non tanto dei teatri ma degli uffici stessi: commercialisti, consulenti del lavoro e avvocati tributaristi, affitti, utenze, 81/08, telefoni e corsi di formazione per l’aggiornamento: insomma, tutti i costi che normalmente le aziende di spettacolo dal vivo riuscivano a tenere su percentuali ridotte. Anche questi costi concorrono ad avvicinare il temuto punto di squilibrio. Nei circuiti il punto di non ritorno è ancora allontanabile, se non si facessero carico anche di molte incombenze che gli EELL non sono più in grado di gestire direttamente.
Manca all’appello almeno un 4% generico di risorse nell’area triveneta (riferite ai 12 milioni) da parte delle Regioni o del MIBACT (al netto degli squilibri determinati dagli apporti specifici delle Regioni). In assenza di questa risorsa, il punto si avvicina. Considero anche che l’inflazione teatrale (diversa dall’inflazione Istat) sia a zero.
Senza entrare nel merito del Veneto, che si trova a dover affrontare un territorio vasto con risorse minime se confrontate con gli altri Enti, il problema è che il nostro territorio soffre la mancanza di benefici dovuti all’autonomia delle provincie Trento e Bolzano e del Friuli.
Non sciorino ulteriori numeri. Lancio un piccolo allarme: se gli equilibri aziendali (a prescindere dal sostegno pubblico) si orienteranno sempre più verso i costi di controllo dei costi di gestione (è un bisticcio, ma si capisce il senso), sicurezza (81/08), ANAC, trasparenza, Cig e altre diavolerie, a farne le spese non saranno tanto le grandi compagnie della danza, del teatro e della musica (che soffrono anch’esse la mancanza di programmazione), ma i nuovi talenti che potrebbero emergere in maniera autonoma (per rientrare in un secondo momento nel sistema). Se sarà così, le grandi istituzioni della produzione dovranno farsi carico della costituzione di nuovi gruppi o aggregazioni artistiche che non possiederebbero la struttura burocratica per le start up. Un piccolo gruppo che organizza una piccola rassegna con grandi talenti dovrà senz’altro applicare una procedura costosa, aumentando i costi di gestione e sottraendo risorse al talento. Dobbiamo capire se esiste la possibilità di attivare una zona franca per “l’inizio”, altrimenti ci dovranno pensare le grandi produzioni facendo attenzione a non assecondare politiche scoordinate che potrebbero inflazionare un mercato fragile. Queste cose non si fanno per decreto ma i decreti possono impedire che nascano.
Rischiamo di avere grandi istituzioni culturali perfette sotto il piano procedurale, luoghi di spettacolo talmente sicuri da far indossare il casco e le scarpe antinfortunistica ad Arlecchino. O magari potremo avere sale piene ma non troveremo più nessuno in regola per salire in palco.

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