Monticchiello, un paese che si fa teatro

Con Notte di attesa l'autodramma di Monticchiello celebra i suoi cinquant'anni

Pubblicato il 27/07/2016 / di / ateatro n. 158 / 0 commenti /
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A Monticchiello non vale il detto che “i panni sporchi si lavano a casa”… piuttosto si lavano in piazza e più precisamente su un palco. E’ questo infatti uno degli esiti dell’interessante fenomeno del Teatro Povero che da cinquant’anni si ripete ogni estate nel borgo affacciato alla Val d’Orcia.
Tra i dolci colli della Toscana, dove i paesini sono entrati nell’immaginario per i vini a cui danno nome e dove nei vicoli e nei locali è più frequente sentir parlare inglese che italiano, Monticchiello fa la differenza. Sarà pur vero che è il primo luogo in cui i ‘pici’ da piatto povero e casalingo è diventato pietanza da ristorante, ma quello di cui deve andar fiero il paese è la tradizione teatrale – perché oramai di tradizione si deve parlare – che negli anni ha trasformato gli abitanti in una compagnia teatrale “naturale”. Sembra che, in cinquant’anni di spettacoli, siano pochissimi i cittadini a non aver mai partecipato a una rappresentazione come attori, comparse, o altro; e se non potevano farlo più spesso era perché si trovavano sui campi intenti a guidare la trebbiatrice. A calcare la scena sono di volta in volta bambini, adulti, anziani che, oltre a rappresentare un ruolo previsto dalla drammaturgia, rappresentano prima di tutto loro stessi; e quando un adulto dopo anni sul palco passa in platea come spettatore, lascia il testimone al figlio, creando così una continuità tra generazione e generazione. Una grande famiglia insomma, dove ci si conosce tutti, e dove ci si frequenta di più anche in virtù della precisa finalità di mettere in scena uno spettacolo.
Ogni anno, a gennaio, la popolazione discute democraticamente, con assemblee pubbliche, il tema a cui sarà dedicata la rappresentazione estiva. Nell’arco di questi mesi gli impegni, gli sforzi, le energie sono in buona parte convogliate in questa attività.
Il teatro nasce anticamente come espressione della comunità politica, ossia appartiene intrinsecamente alla polis, è il suo meccanismo autorappresentativo, e Monticchiello ha il valore di ricordarci proprio questa origine. Se è vero che nel 1967 la prima rappresentazione, L’eroina di Montichiello, è portata in scena con l’intento di dare forma anzitutto a una festa di paese, come nella tradizione popolare italiana, con il tempo questo evento acquisisce una funzione civica e sociale. E’ una risposta alla crisi che da quegli anni interessa la realtà rurale di tutta Italia, e in particolare quella dei piccoli borghi che vivono di economia agricola e assistono impotenti allo spopolamento delle campagne.

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L’eroina di Monticchiello, 1967

La funzione autorappresentativa con cui nasce il teatro non è conciliante. Rappresentare un conflitto significa dire qualcosa di più e di nuovo su di una realtà problematica. Come ci raccontano i cittadini partecipi dell’”autodramma” – la felice definizione data da Strehler – portare in scena i conflitti della comunità non significa risolverli ma costituisce comunque una modalità per svelarli, dar loro la giusta attenzione e affrontarli. L’assedio, il tema proposto quest’anno per Notte di attesa da Andrea Cresti, insegnante in pensione di Monticchiello alla direzione artistica dell’evento, è quanto mai attuale. E se riguarda un paese ancora prevalentemente rurale, che si sente assediato da una società ipertecnologica, in questo frangente storico coinvolge realtà ben più vaste, come  l’intero Occidente. L’assedio, la chiusura, l’isolamento, la costruzione di barriere, di muri è la risposta giusta ai conflitti? O piuttosto è la risposta alla paura alimentata da eventi tragici, che il più delle volte ci toccano solo indirettamente? Una comunità isolata per paura di un futuro solo presagito, una comunità barricata più per ignoranza che per la reale conoscenza della realtà che la circonda, costruisce la sua possibilità salvezza?

Notte di attesa (foto di Emiliano Migliorucci)

Notte di attesa (foto di Emiliano Migliorucci)

La comunità di Monticchiello sembra somigliare improvvisamente all’Inghilterra del post referendum pro Brexit, un piccolo borgo capace di rendere perfettamente l’idea di una nazione impaurita che decide di separarsi dalla comunità di cui ha fatto parte fino a oggi. La risposta della comunità di Monticchiello alla sensatezza o meno dell’assedio è per certi versi inevitabile: a fine rappresentazione i bastioni della città assediata sono abbattuti dai cittadini attori sul palco al grido che il campo di battaglia non è altro che “una piazza”, anzi “un palcoscenico”. Le barricate sono le quinte scenografiche e gli ultimi attori a entrare in scena nel trambusto di questa apocalissi sono i condottieri della prima rappresentazione andata in scena cinquanta anni fa: “Avanti miei prodi! Distruggiamo il nemico senza alcuna pietà, fino alla fine del tempo e della vita!” è l’ultima battuta di quella rappresentazione che l’attore declama nuovamente in scena chiedendo al pubblico se l’ha detta meglio di quella prima volta.

Notte di attesa ph Emiliano Migliorucci

Notte di attesa (foto Emiliano Migliorucci)

Il teatro è quindi la risposta deflagrante della piccola comunità di Monticchiello alla eventualità dell’assedio. E’ una risposta che rivela l’identità contemporanea costruita su un senso antico e originario di comunità. Ma il teatro potrebbe essere la risposta anche per la comunità più grande in cui viviamo come cittadini europei e occidentali? I principi che veicola il teatro inteso come luogo di mediazione, di dialogo, di scontro, come principio di alterità e di costruzione identitaria data proprio nel confronto con l’altro; il teatro inteso come meccanismo che mina nel profondo l’isolamento, come atto coraggioso, un atto di forza contro la paura.
Ancora una volta il paese di Monticchiello mette in scena se stesso, sempre più consapevole della sua forza identitaria di anomala comunità teatrale. Tutto quanto concorre alla riuscita di questo evento rende il senso di appartenenza alla comunità, anche l’accoglienza prima o dopo lo spettacolo nella Taverna di Bronzone – dal nome di uno dei personaggi della prima rappresentazione – gestita per l’occasione dal Teatro Povero per servire la cena di pietanze tipiche della zona. Anche per questo il Teatro Povero di Monticchiello ribadisce la sua natura politica, il valore civico, sociale e antropologico di una esperienza unica; così importante e vitale da lasciare in secondo piano la resa artistica della messa in scena, che fa inevitabilmente i conti con la non professionalità dei suoi protagonisti.

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