Amleto è morto: viva è la Fortinbrasmaschine

Roberto Latini dalle Orestiadi di Gibellina a Volterra e oltre

Pubblicato il 28/07/2016 / di / ateatro n. 158 / 0 commenti /
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fortinbras

La “Macchina di Fortebraccio Teatro”, Amleto † Die Fortinbrasmaschine, è stata consegnata al pubblico, nella prima rappresentazione pubblica dello spettacolo, realizzato e donato dalla compagnia alla XXXV edizione delle Orestiadi di Gibellina, lo scorso 24 luglio. Una croce è annunciata nel titolo dell’opera, inserita tra il nome del più noto tra i principi danesi teatrali e la definitiva determinazione di Fortebraccio, che scaturisce dalla morte di Amleto. Ma la croce è anche presente in ogni elemento scenico, a partire dalla disposizione dei microfoni, doppiamente collocati e verticalizzati e posizionati in orizzontale, per arrivare a un’altra e inconsueta disposizione, data dalla distribuzione della voce, attuata dalla phonè – vera e propria dialettica del pensiero poetico, giocata seriamente – del generosissimo capocomico Roberto Latini. Una spada, ennesimo richiamo crociato, campeggia sulla maestosa e roteante scena, deus ex machina in cui il corpo di Latini viene continuamente ibridato. Un novello fool mascherato di bellezza compie acrobazie, donando una lettura politica, possibile solo nella “riscrittura della riscrittura”, attuata con Barbara Weigel. Questa traduzione linguistica è conferita anche dal corpo dell’attore, nel genere e nel numero molteplice e tradito, finché sia vivo medium per un possibile “dialogo con i morti”. Una triplice colonna di tubi metallici appare appena sotto l’enorme cerchio che campeggia al centro della scena, simbolo della compagnia che reca il nome di Fortebraccio, omonimo del personaggio che nella tragedia di Amleto appare quando il dramma è ormai compiuto, ordinando che si compiano le cerimonie per il funerale di Amleto. La colonna di metallo è sormontata da un microfono e sembra rappresentare una sacra famiglia o meglio una trinità tubolare annunciata dalla recita di un “Pater! Pater noster, qui es in cælis”, che prosegue con la enunciazione latina della Dichiarazione universale dei diritti umani, scritta come manifesto delle Nazioni Unite nel 1948. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Il testo di Latini poi prosegue con un decisivo “fraternité, fraternité, fraternité… amen, quella parola, fratello, mio fratello”. Incisivo modo di rappresentare una condizione così apparentemente lontana dalle cronache odierne, in un momento storico di guerra, quale è quello che viviamo, in cui il teatro di Fortebraccio prende una posizione multilingue sulle disunità politiche d’Europa, ma non solo.
La Fortinbrasmaschine, opera antologica di Fortebraccio Teatro, si compie “fuori dagli occhi”, fuori da essi però “a cosa guardi?”, chiede Latini, interprete, regista e traditore prima della sua stessa poetica, poi anche di quella di Heiner Müller. Il testo originale di Hamletmaschine, datato 1979, ha inizio con un “Ich war Hamlet”, “Io ero Amleto”. Per Roberto Latini invece l’incipit è dato dalla disciplinata e potente dichiarazione: “Io non sono Amleto”. Latini è travestito da elegante e solenne interprete di kabuki. Nel prologo riprende alcuni importanti elementi di questa forma di teatro giapponese, con raffinato e commovente sentire, restituendo la magia di un’arte priva di tempo, ma densa di quella crudeltà artaudiana che solo l’istante di un teatro ben fatto vuole e può sapere donare. Il “ponte dei fiori” – lo “hanamichi”, la pedana sulla quale si posizionano gli artisti del kabuki – in Fortinbrasmaschine è altalena sospesa legata da magneti al cielo scenico, come per effetto di un incantesimo – i movimenti di scena sono di Marco Mencacci, che confidiamo non ci abitui mai allo stupore, che ci fa pensare a “quando il resto è silenzio”, sapiente attuatore delle magie di Cotrone ne I giganti della montagna, il pluripremiato precedente lavoro di Fortebraccio Teatro -, collocata dentro un gigantesco cerchio che costituisce il logo-marchio-simbolo della compagnia. Usando questa passerella, sospesa a mezz’aria nel cerchio appeso come la figura che campeggia sul dodicesimo arcano dei tarocchi (anche denominato “Il Traditore”, oltre che “L’Appeso”), ma con la pianta del piede rivolta verso il pubblico, quindi nella direzione opposta e non piegata ma dritta verso la platea, appeso per le braccia come un trapezista, con i polsi ben evidenti e mai celati a mostrare le vene, Latini ci mostra perché Müller scrive:

“Rompo la mia carne sigillata. Voglio abitare nelle mie vene, nel midollo delle mie ossa, nel labirinto del mio cranio. Mi ritiro nelle mie viscere. Prendo posto nella mia merda. Da qualche parte ci sono corpi fatti a pezzi perché io possa stare nella mia merda. Da qualche parte ci sono corpi dilaniati perché io possa starmene solo col mio sangue. I miei pensieri sono ferite nel cervello. Il mio cervello è una cicatrice. Voglio essere una macchina. Braccia per afferrare gambe per camminare nessun dolore nessun pensiero.”

Latini-Forinbrasmaschine si lascia attraversare il capo dalle nuvole, a testa in giù. Invaso dal fumo, il palcoscenico diviene così un infero firmamento e, coronando il suo corpo rovesciato, la scatola scenica gli fa da aureola. Santo è Fortebraccio teatro, che come l’Orlando di Calvino ha anche compreso che il mondo è tondo, fatto per essere “girato” anche al contrario. Questo non compromette la comprensione, ma la visione. “Where is this sight?”, “Dov’è lo spettacolo?” non ci viene proprio in mente di chiedercelo, anzi lasciamo che un comico Bafometto sui tacchi, dotato di corna, si aggiri per il nostro divertito visionario viaggio, su uno schermo televisivo introdotto da quella opportuna aria del Rigoletto che canta: “Cortigiani, vil razza dannata”. Mentre appare il personaggio di Rutger Hauer che recita in Blade runner la nota battuta inglese sulle cose viste dai “non umani”, sebbene sia di madrelingua tedesca – ci rivela Latini – sul “tempo di morire”, “time to die”, ascoltiamo e comprendiamo un netto inglese, nocciolo tematico della tragedia di Amleto, in cui il teschio inesistente è in effetti tatuaggio scheletrico e duplice su leggings di Latini, che ancora una volta si cambia d’abito.
La Fortinbrasmaschine posseduta da corpo-voce di Latini è anche marionetta cyberamplificata proiettata sul fondale dalle trame generate da uno specchio circolare di metallo, poggiato in proscenio che, grazie al sapiente uso di luci e tecnica di Max Mugnai, genera una radiografia gigantografata da “un silenzio ossuto” e a tratti movimentata nel modo che avevamo apprezzato nell’Ubu incatenato del 2007. Anche i costumi sono quelli di altre opere della compagnia: lo scheletro che abbiamo trovato nell’Ubu roi, le parrucche di Nnord ma non solo, la lucida immagine del microfono stretto in grembo come il bambino cadavere stretto al petto della Ilse/Latini dei Giganti, l’Amleto neutro plurale, per Ecuba, i vari Desdemona e Otello, ma morti, naturalmente si succedono in questa opera. Vivificato dai microfoni sospesi dall’alto, anche un lampadario del Teatro San Martino, diretto da Latini tra il 2007 e il 2012… Tutto questo ci comunica che anche e soprattutto le scelte e direzioni politiche supportano la poetica. La struttura del testo originale è rispettata e resa nei quadri originari, anche questo rende importante il lavoro di “riscrittura”, recando compiutezza fin dal suo debutto all’opera.
Intanto una Ophelia in tulle bianco – come e diversamente il gigantesco abito-gonna di Bikini bum bum – in un abito impossibile da indossare perché già rigido come la morte del personaggio suicida, vestita di organiche apparenze, lei che infatti “scende per strada vestita di sangue”, che non riesce a cantare un “Happy birthday”, fermandosi all’“happy” e basta, lascia graziosamente muovere le sue vesti tra un vento fittizio, mentre scorrono per tutto il non tempo teatrale le magnifiche sonorità e composizioni di Gianluca Misiti, nella consueta codrammaturgia sonora, a cui i testi di Latini ci hanno disarmati (mai abituati!). Lei che il compleanno non lo festeggia più da tempo, persa com’è nel tempo,  ha reso il suo battito vivo solo grazie al metallico suono di una sveglia, che la rende quasi Coppelia: androide che adesso è Fortebraccio e che “era Ophelia”.

 

Amleto † Die Fortinbrasmaschine

di e con Roberto Latini

musiche e suoni Gianluca Misiti

luci e tecnica Max Mugnai

drammaturgia Roberto Latini Barbara Weigel

regia Roberto Latini

movimenti di scena Marco Mencacci

organizzazione Nicole Arbelli

foto Fabio Lovino

produzione Fortebraccio Teatro

in collaborazione con L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, ATER Circuito Regionale Multidisciplinare – Teatro Comunale Laura Betti Fondazione Orizzonti d’Arte BOLOGNA

Visto nel suo debutto alle Orestiadi di Gibellina, il 24 luglio 2016

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InformazioniVincenza Di Vita

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