Versoterra. Il progetto di Mario Perrotta in Salento dedicato «a chi viene dal mare»

Pubblicato il 09/10/2016 / di / ateatro n. 159 / 0 commenti /

Gli spettacoli all’alba sono perfino un po’ di moda, ormai, negli appuntamenti festivalieri dell’estate, ma nessuno potrebbe essere più intrinsecamente legittimato, nel rapporto tra intenzioni artistiche e ambientazione prescelta, di quello che aspetta il pubblico, infreddolito eppure numeroso, accorso alle cinque e mezzo di un mattino di inizio autunno sulla spiaggia di San Foca di Melendugno, nella brezza umida di un Salento straniante. Perché qui l’invenzione teatrale di uno sbarco clandestino s’incontra e cortocircuita con la realtà dei luoghi, delle facce e delle voci di chi, ieri e oggi, ha scelto di puntare verso terra attraversando il mare.

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Siamo di fronte al Centro di permanenza temporanea “Regina Pacis”, tristemente famoso per i vergognosi episodi di violenza consumati al suo interno e oggi abbandonato tra i canneti e il mare in attesa di diventare un resort di lusso in un’area di grande pregio paesaggistico. Di qui sono passati, tra il 1997 e il 2005, migliaia di immigrati, soprattutto albanesi e africani. Un videomapping realizzato da Hermes Mangialardo anima sulla sua facciata sporca immagini di reclusi in marcia, di muri abbattuti e catene spezzate, profila le finestre vuote come occhi sbarrati, come bocche urlanti. «A noi è patria il mondo», si legge al primo piano, «come ai pesci il mare».

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E dal mare arrivano le barche, portano un gruppo di giovani migranti, gli scafisti (sono pescatori del luogo) si allontanano in fretta riprendendo il largo. Sulle musiche di sapore balcanico, suonate dal vivo da una band di sei elementi (Claudio Prima ed Emanuele Coluccia firmano il progetto musicale), si alzano a turno le voci dei personaggi infagottati appena sbarcati (agli attori si mescolano alcuni immigrati che vivono nella zona ed ex detenuti): una prostituta, un predicatore, un aspirante terrorista, uno scafista, un rapinatore e così via. Raccontano a frammenti il Paese di cuccagna che è l’Italia vista da chi, dall’altra parte del mare, lascia tutto perché non ha niente: la Penisola come un Bengodi di villette, automobili e fabbrichette, popolato da vecchi e facile preda dei loro sogni di ricchezza.

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A parte l’amara ironia dei luoghi comuni sull’immigrazione esasperati nelle battute degli stessi migranti, non ci sarebbe nulla di nuovo nella scena recitata e danzata in riva al mare: la cronaca, ahinoi, da troppo tempo ha superato l’immaginazione, e ogni esercizio di rappresentazione di questa tragedia epocale rischia di sembrare un patetico calco della realtà e di scivolare nella retorica. Ma poi la scena si capovolge, gli spettatori devono girarsi nuovamente verso l’edificio del Cpt, davanti al quale prendono la parola due ragazzi di colore: «Qui non è più lo spettacolo», dicono, e raccontano la loro esperienza personale dentro quelle stanze, i soprusi, i pestaggi, la disperazione di cui si fanno testimoni anche per conto di tutti i compagni dispersi chissà dove. Raccontano gli episodi disgustosi e criminali (violenze, calunnie, minacce, lesioni aggravate, istigazione a delinquere, sequestro di persona) per i quali nel 2007 sono stati condannati con sentenza definitiva il direttore don Cesare Lodeserto (la struttura era gestita dalla Curia leccese, proprietaria dell’edificio recentemente venduto per un milione di euro) insieme a sette carabinieri e ad alcuni medici del centro.

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Intanto si è fatto giorno. I ragazzi spostano delle transenne creando un corridoio, gli spettatori sono invitati a percorrerlo in fila, alcuni immigrati hanno infilato i guanti di lattice, le mascherine bianche, si schierano dietro un lungo tavolo. Allungano un caffè a ognuno che passa e fanno cenno di avanzare. Il ribaltamento, veloce e preciso, coglie nel segno, non lascia scampo. E l’emozione è forte, fortissima.

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Ma questo non è che il primo atto di un articolato, ambizioso e riuscito progetto teatrale che Mario Perrotta ha dedicato «a chi viene dal mare», proprio nell’anniversario del naufragio che tre anni fa causò 386 morti al largo di Lampedusa e mentre si registrano anche in questi giorni approdi disperati in Sicilia, in Sardegna e ancora qui in Salento, a Gallipoli, a pochi chilometri dal luogo del secondo appuntamento. Al tramonto, infatti, il pubblico (raddoppiato rispetto al mattino) si raccoglie sull’altra costa salentina, quella ionica.

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Si scende tutti insieme a piedi verso Porto Selvaggio, attraversando la fitta vegetazione per arrivare a una delle baie più amate dai turisti, e lungo il percorso ecco che riappaiono, come stazioni di una via crucis grottesca, i personaggi sbarcati all’alba a San Foca (Ippolito Chiarello è il “regista di percorso”). Sono diventati operai sfruttati, contadini che lavorano in nero, prostitute, badanti. Dalla capigliatura rasta di un ragazzo di colore spuntano dei pomodori: ciliegini rossi incastonati alle lunghissime treccine che sembrano ramificare dalle fronde dell’albero a cui sono legate.

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Altri attendono dentro una pineta e scendono da larve di tessuto nero appese ai rami raccontando la loro storia di esseri sospesi in uno status incomprensibile, quello dei “richiedenti asilo” che non possono andare altrove né tornare indietro, e lentamente perdono la memoria dei loro stessi diritti, dei propri sogni: «Mi ricordo, se non mi sbaglio, che un giorno fui cittadino di qualche posto dove non si poteva stare e allora fu viaggio, fu mare, e poi fu Italia».

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L’azione si sposta sulla spiaggia. Gli spettatori si dispongono lungo l’ampio semicerchio della cala. La band è schierata sugli scogli. Gli attori si muovono tra i ciottoli, danzano le attese, le speranze, le delusioni di tanti approdi, si stendono verso il mare, agitano gambe e braccia, sono pesci, alghe, naufraghi trasportati dalla risacca (le coreografie sono di Maristella Martella). Intanto dall’acqua della baia emergono dei cadaveri (alcuni sub attendevano in immersione), galleggiano inquietanti mentre il crepuscolo illividisce. E allora dalla riva un ragazzo sospinge verso di loro un grande pallone a forma di mondo, quasi la Terra stessa avesse deciso di andare incontro a chi non è riuscito a raggiungerla, a chi cercherà ancora di farlo. Il pubblico applaude a lungo, in un abbraccio grande quanto la baia.

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Di nuovo sulla costa adriatica, la sera, per la terza parte del progetto, la prima assoluta di Lireta – A chi viene dal mare. Di nuovo un luogo di grande bellezza: Acquaviva, Marittima di Diso. Il palco si allunga sull’acqua, si sentono le onde del mare, la battigia trasparente è illuminata dai fari. Di nuovo moltissimi spettatori, in gran parte coinvolti fin dal mattino nel doppio coast to coast teatrale. In scena Paola Roscioli cattura subito il pubblico con la sua presenza energica e schietta. Sa tirare le corde dell’emozione e non le lascia più, assecondando la grazia scontrosa del suo personaggio e riuscendo a creare un carattere sempre in equilibrio tra mitezza e baldanza.

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Rispetto alle tappe precedenti, infatti, il progetto compie qui una focalizzazione stordente. Dopo le masse anonime di migranti, uno zoom su un singolo essere umano, una persona con il suo nome proprio, la sua identità, la sua storia. Lireta Katiaj è una donna albanese che oggi vive felicemente in Sicilia con il marito italiano e due figli, ma ha alle spalle un’infanzia durissima a Valona, fughe coraggiose (dal padre, dall’Albania, da un destino già segnato di sfruttamento), traversate rocambolesche, peripezie per mare e per terra. Quando ha finalmente trovato una serenità mai conosciuta prima e una lingua nuova – l’italiano – per fermare ricordi e pensieri, si è messa a scrivere la propria vita, e il manoscritto è finito in quel luogo prezioso di raccolta e custodia di biografie, testimonianze e storie “dal basso” che è l’archivio di Pieve di Santo Stefano, in provincia di Arezzo. Nel 2012 il diario di Lireta è arrivato finalista al Premio intitolato a Saverio Tutino, e oggi è anche un libro, edito da Terre di mezzo.

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Mario Perrotta ne ha ricavato una drammaturgia composta ed efficace, tagliata sulle misure di Paola Roscioli, che sbozza tutti i personaggi con voce malleabile. Dalle rocce della baia dialogano con lei un violoncello e una chitarra (Samuele Riva e Laura Francaviglia) e i passaggi di raccordo biografico e di contestualizzazione storica sono risolti intonando canzoni a mezzo tra Kurt Weil e Rosa Balistreri. Alle spalle dell’attrice, le alte rocce a picco sul mare che ricordano le coste dell’amata-odiata Albània, cui Lireta si rivolge di tanto in tanto con nostalgia e risentimento insieme, chiedendo riconoscimento, con una forza che si direbbe capace di smuovere le montagne: «Vieni vieni, guarda che non sono Maometto».

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La vediamo vividamente quando cerca di difendere la madre e il fratellino più piccolo dalle violenze del padre ubriaco; quando risponde orgogliosa a tutte le domande del maestro; quando manda a monte il matrimonio che il padre aveva combinato per lei (e l’ascia che lui le scaglia contro per poco non le spacca in due la testa); quando per dispetto sceglie di andarsene con «un amico bastardo» e ascolta a tutto volume Sweet dreams are made of this degli Eurythmics, la colonna sonora, arrivata con anni di ritardo in Albania, delle loro corse notturne in macchina. La vediamo quando partorisce la prima figlia in un ospedale abbandonato, tra gli spari dei cecchini; quando rischia di finire nella tratta delle prostitute destinate all’Italia; quando, ancora lontana dalle coste pugliesi, viene scaraventata in acqua con la neonata da uno scafista; quando allatta sulla riva mentre si avvicinano le sirene della polizia.

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Paola Roscioli ha una mimica vigorosa, trascorre con immediatezza dai toni beffardi a quelli propriamente drammatici, dall’ironia spavalda al più disarmato candore. Ma a colpire è soprattutto la capacità di mantenere con esattezza, fin dalle prime battute, una tensione trasversale alle diverse scene, una visione complessiva dell’azione teatrale, una consapevolezza della dialettica in campo tra piccola e grande storia, lì, su quel quadratino di palco in mezzo all’acqua, tale da innalzare la piccola vicenda narrata a biografia di una moltitudine. Lireta con lei diventa una figura universale, il suo diario la sineddoche di milioni di diari mai scritti.

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E per una volta l’Italia, vista nei sogni di una donna albanese, l’Italia che ha saputo mostrare infine anche il suo volto migliore nell’accoglienza, sembra perfino un Paese civile. Un Paese assai diverso da quello che Mario Perrotta ha raccontato a puntate in tre mattine nel cortile del Castello di Carlo V, nel cuore di Lecce, riprendendo la trasmissione realizzata per Radiodue Rai Emigranti Esprèss. Con un altro ribaltamento di prospettiva, l’attore ha ripercorso il viaggio del treno Lecce-Stoccarda che partiva tutti i giorni verso le “Americhe” del nord Europa carico di migranti salentini. Tra loro, una volta al mese, anche il piccolo Mario, che risaliva da solo la Penisola per andare a trovare il padre a Bergamo e sottoporsi a delle visite di controllo. Attraverso i suoi occhi di bambino, una galleria di personaggi ed episodi divertenti e commoventi. E la conferma che i confini non esistono, ce li abbiamo solo noi nella testa.

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(Tutte le foto sono di Luigi Burroni)

 

 

 




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