#BP2016 | Gli educ-attori di ATIR, il prodotto concreto di una formazione sul campo

L'intervento alle #BP2016 | Teatro Sociale e di Comunità: la formazione degli operatori. Scuole e idee a confronto, 5 novembre 2016, Civica Scuola di Teatro "Paolo Grassi"

Pubblicato il 14/11/2016 / di / ateatro n. #BP2016 , 160 , Passioni e saperi / 0 commenti /
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Il progetto culturale di ATIR ha una forte connotazione sociale, non solo per la quantità di laboratori destinati alla cittadinanza fragile (persone diversamente abili, anziani, adolescenti, bambini), ma per la poetica che sottende a tutte le scelte della Direzione artistica e della Compagnia, a partire da quella di gestire un teatro come il Ringhiera, collocato in una zona difficile della città, non più centro ma nemmeno profonda periferia, una sorta di limbo, un quartiere residenziale senza locali, negozi e luoghi di ritrovo, con una popolazione prevalentemente anziana, impaurita e schiva. Abbiamo da subito lavorato per riuscire a stanare le persone dalle loro case, ad una ad una, per coinvolgerle, rassicurarle e convincerle. Abbiamo partecipato e partecipiamo a reti che coinvolgono le realtà del privato sociale operanti nella zona. Abbiamo avviato un progetto di riqualificazione del piazzale di fronte al teatro, Piazza Fabio Chiesa. Insomma, un lavoro lungo, faticoso, a tratti entusiasmante, in cui l’aggancio di un solo abitante rappresenta una conquista.
In un certo senso, da attori, organizzatori, registi scenografi, ci siamo trasformati in operatori di teatro sociale..
Oggi vorrei però parlare di un’esperienza particolare attraverso cui siamo arrivati a definire un percorso di formazione di operatori di teatro sociale.
Parlerò del progetto per cittadini abili e disabili Gli Spazi del Teatro, il primo progetto di ATIR (ben anteriore alla gestione del Ringhiera) in cui abbiamo utilizzato il teatro come strumento di sostegno alle pratiche educative.

Il modo di fare teatro di ATIR, a prescindere dalla sua declinazione nel sociale, è strettamente legato alla relazione : la nostra formazione, qui in Paolo Grassi, è stata improntata alla consapevolezza del sè, conditio sine qua non per aprirsi all’altro, la nostra scelta è stata quella di fondare un gruppo (che tutt’ora resiste malgrado la difficoltà,) i nostri spettacoli, quando le logiche di mercato lo permettano (purtroppo sempre meno..), sono corali, il desiderio che ci muove è di arrivare a tutti, conciliando qualità e accessibilità, la scelta dei temi e/o dei testi da mettere in scena è sempre mossa dal desiderio di stare in relazione con l’uomo dei nostri tempi. Non è casuale dunque l’incontro con l’educazione, che mette la relazione al centro del percorso evolutivo e di crescita dell’individuo.
Il progetto Gli Spazi del Teatro è nato e si è sviluppato in strettissima sinergia con la Cooperativa Comunità Progetto. Ogni fase dei lavori è condivisa da entrambe le parti, quella artistica e quella pedagogica: dalla progettazione alla gestione, dall’organizzazione, fino alla co-conduzione dei gruppi. Dico “fino alla co-conduzione” dei gruppi perché la doppia conduzione (attore/ educatore) è arrivata dopo qualche anno, non era stata prevista. E’ stata piuttosto l’esito organico di un percorso di condivisione e contaminazione di pratiche. Porto proprio questo come esempio di formazione su campo, una formazione naturale non programmata a tavolino, non pensata, non voluta né venduta.
All’inizio il patto era che gli educatori fossero fruitori alla pari dei partecipanti più fragili, inviatici dai servizi sociali. Erano i loro educatori nella vita e fruivano insieme a loro nel laboratorio teatrale, sospendendo la quotidiana asimmetria educatore/utente, necessaria al setting educativo. Esploravano così vie diverse di relazione con i propri utenti, si mettevano in discussione e scoprivano nuovi limiti e nuove risorse proprie, dell’utente e della relazione con lui/lei. Nello spazio protetto del laboratorio, rinunciavano alle modalità consuete di intervento e provavano persino ad uscire da qualsiasi dinamica di intervento, quanto meno sul proprio utente.
Qui faccio un passo indietro e ritorno al modo di fare teatro di ATIR, a quella coralità di cui parlavo. I nostri attori sono formati al “servizio”, all’ “essere a servizio”. Un nostro attore si ritiene bravo quando con la sua presenza contribuisce alla costruzione di un ambiente in cui sia possibile per il singolo esprimersi e per gli altri ascoltarlo. Dunque i nostri attori non sono dissimili da un educatore. Non è forse questo ciò che fa l’educatore nella società? Costruisce un ambiente in cui l’utente riesca ad esprimersi e mette gli altri nelle condizioni di vederlo ed ascoltarlo. L’unica differenza per l’attore è che nel suo caso tutto si consuma in soluzione concentrata, su palco. Lì, sul palco, è al servizio. Di tutti, in primis di se stesso, perché per poter ascoltare è fondamentale ascoltarsi, essere consapevoli di sé.
Ecco cosa chiedevamo all’educatore nei nostri primi laboratori: staccarsi con fatica dalla relazione “dovuta” con il suo utente ed occuparsi di sé, per poi poter tornare ad ascoltare gli altri, compreso il proprio utente. Tra l’altro è inutile dire che anche gli utenti erano chiamati a svolgere lo stesso compito. E non era raro che fossero loro a creare le condizioni perché un compagno del gruppo, anche il proprio educatore, riuscisse ad esprimersi.
Ma tornando all’educatore, questo percorso di disidentificazione temporanea dal ruolo, apparentemente liberatorio, è per lui difficilissimo.
L’utente rappresenta spesso lo scudo dell’educatore, la sua difesa, la sua giustificazione.
Separarsi dal proprio ruolo, per altro di fronte a quello stesso utente con il quale trascorre lunghe ore fuori dal laboratorio teatrale, è fonte di grande apprensione.
Quando però accade che un educatore riesca ad abbandonarsi a questo gioco, quando accetta di sospendere il proprio ruolo, di rinunciare all’utente/scudo e alle certezze che gli derivano dalla propria posizione, il risultato è sorprendente. Allora l’educatore diventa una risorsa nel lavoro di teatro rivolto a persone fragili. Perché è proprio quando si dimentica di essere un educatore che comincia a fare veramente l’educatore e a far fluire il proprio sapere e la propria sensibilità al servizio del lavoro.
Buona parte degli educatori che nel tempo hanno partecipato ai nostri laboratori ha fatto questo scarto. Ed è stato così che, naturalmente, è nato il ruolo dell’ “educ-attore”. Dopo i primi due anni del progetto, in cui la conduzione era affidata ad un attore, si è passati alla doppia conduzione: attore/educ-attore, che da allora è divenuto elemento imprescindibile della nostra proposta. L’educ-attore è dunque un educatore che ha imparato bene a stare in scena e utilizzare il linguaggio teatrale per intervenire sulle fragilità del singolo e sulle dinamiche del gruppo.
La nascita dell’educ-attore è stata un po’ come quando uno scultore scopre la forma già insita nella materia. Non un’invenzione, ma una scoperta.
Ecco perché non l’avremmo potuta progettare a tavolino.
Attualmente i nostri educ-attori percepiscono lo stesso compenso degli attori conduttori (magro per entrambi) e caratterizzano il nostro progetto più di quanto facciano i nostri attori conduttori. Ne rappresentano l’elemento di specificità. Sono diventati così bravi che sono entrati a pieno diritto anche negli altri laboratori sociali di ATIR. E la loro competenza è diventata tale che cominciano ad essere richiesti sul mercato e sono in grado di condurre autonomamente laboratori esterni in situazioni di disagio.
Ecco, l’educ-attore è il prodotto concreto di una formazione su campo, avvenuta lavorando, semplicemente lavorando.
Tuttavia, dopo anni di questa pratica, è avvenuto che qualche fruitore de Gli Spazi del teatro, ci chiedesse di formalizzarla, di trarne un percorso di formazione con tutti i crismi.
I profili dei partecipanti che hanno espresso questo bisogno hanno dei tratti sorprendentemente simili che ci hanno guidato nella costruzione di un iter formativo coerente, anche se migliorabile ed in continuo movimento:
Si tratta di giovani che già lavorano nel settore del “teatro sociale”, ma senza una competenza specifica, nuove figure professionali che si trovano a svolgere più ruoli contemporaneamente, quello di conduttori teatrali, di educatori e di organizzatori. I curricula di questi nuovi professionisti sono ricchi di esperienze formative e/o su campo di ogni genere. La quantità delle competenze, sia pure appena abbozzate, li rende spendibili in più ambiti e contemporaneamente più competitivi in ciascuno. Tuttavia in loro serpeggia una legittima inquietudine, il bisogno di riappropriarsi di competenze specifiche e ancora prima di ascoltare, riconoscere e dar spazio alle proprie più profonde vocazioni.
Abbiamo perciò pensato ad un percorso di lunga durata che permettesse ai partecipanti di “scomporre” le proprie articolate identità professionali e di riconfrontarsi con le singole competenze che dovrebbero in essa convivere: quella teatrale, quella pedagogica e quella organizzativa. Il tutto con la supervisione di un team di educatori, che li aiutano a leggere i propri vissuti, ad arricchirli e completarli nel confronto con gli altri formandi, ad acquisire una consapevolezza rispetto al percorso che affrontano.
Gli Spazi del teatro contiene tutte le professionalità che vengono indagate. Professionalità diverse che operano sinergicamente, si confrontano, alle volte si contaminano, ma hanno una chiara appartenenza, hanno luoghi di origine, tane, “officine” in cui tornare a fare partica del sapere di cui sono portatori in questo territorio di confine che è il teatro sociale.
Gli Spazi del teatro è anche la storia di un’antica collaborazione tra due gruppi. Merce rara di questi tempi: resistere come gruppo e dare durata ad una collaborazione.
Speriamo che, oltre ad approfondire tutte le competenze necessarie a svolgere al meglio il loro complesso lavoro, nasca in essi il desiderio contro tendenza di dar vita a progetti collettivi di lunga durata.

Nadia Fulco

Atir Teatro Ringhiera

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