#BP2016 | Il Teatro dell’Argine: portare gli autori nel tempo e nel mondo che vogliono raccontare, portare gli spettatori nei teatri

L'intervento di Micaela Casalboni alle #BP2016 | Teatro Sociale e di Comunità: la formazione degli operatori. Scuole e idee a confronto, 5 novembre 2016, Civica Scuola di Teatro "Paolo Grassi"

Pubblicato il 14/11/2016 / di / ateatro n. #BP2016 , 160 , Passioni e saperi / 0 commenti /
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#BP2016 | Teatro Sociale e di Comunità: la formazione degli operatori. Scuole e idee a confronto, 5 novembre 2016, Civica Scuola di Teatro "Paolo Grassi"

#BP2016 | Teatro Sociale e di Comunità: la formazione degli operatori. Scuole e idee a confronto, 5 novembre 2016, Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi”

Qualche anno fa, alle Buone Pratiche Verso l’Europa, a Ravenna, Mimma Gallina ci chiese di raccontare che rapporto avevamo con bandi come il Programma Cultura (oggi Creative Europe), in particolare se quelle linee guida ci costringessero a snaturare i nostri progetti pur di farceli rientrare.
Qualche tempo fa, quando sempre Mimma ci ha chiamato perché raccontassimo oggi la nostra esperienza nel cosiddetto teatro sociale, ho ripensato a quella domanda e ho pensato che la risposta, in fondo, era la stessa: noi al Teatro dell’Argine siamo fortunati perché da sempre costruiamo reti e facciamo progetti che sono multidisciplinari, intergenerazionali, transnazionali, interculturali, multipiattaforma, progetti che, nei contenuti, nelle pratiche e negli output, s’inventano un teatro che sta al confine con l’educazione, il sociale, la cultura in generale, un teatro che spesso ha luogo fuori dai teatri.
Un teatro che risponde a mille linee guida, o a nessuna, ma che proprio in questo essere proteiforme trova una sua forza e una sua coerenza.
Chi in Europa si occupa di questo oggi – non solo la Commissione che scrive i bandi, ma anche fondazioni private, centri di ricerca, altre compagnie teatrali – dà per scontato che il teatro non stia solo nello spettacolo da palco, ma in sessioni laboratoriali, nello scambiare e nel meticciarsi di competenze fra esperti di settori diversi, nel coinvolgimento delle comunità; dà per scontato che dopo (o insieme a) “l’arte per l’arte” si debba parlare di “arts for change” e che solo l’alleanza fra arti, cultura, educazione e sociale possa aiutare a realizzare un vero cambiamento.
In questo senso, tutte le nostre attività di “teatro sociale” rientrano in un quadro artistico e strategico più ampio, che possiamo definire di “audience development e engagement” o di “inclusione culturale e sociale” o di “accessibilità culturale”: in altre parole, si tratta di mantenere occhi, teste e teatri bene aperti e di abbattere i muri che tengono gli artisti lontani dal mondo e dal tempo che vogliono raccontare, e gli spettatori, o i potenziali spettatori, fuori dai teatri.
I primi risultati del progetto europeo Engage Audiences! (di Culture Action Europe, Fondazione Fitzcarraldo, Eccom, Intercult), nel quale noi siamo coinvolti come caso di studio, raccontano una volta di più che audience development non significa “staccare più biglietti”, non è un modo più carino per dire “marketing”, come ha detto Alessandro Bollo recentemente ad ArtLab Mantova 2016, bensì significa impegnarsi in un processo dinamico, a due direzioni, diverso da istituzione a istituzione e continuamente mutevole (http://engageaudiences.eu/).
Detto questo, anche per chiarire in che senso noi intendiamo “teatro sociale e di comunità”, sono tantissime e diversissime al Teatro dell’Argine le azioni che potrebbero essere definite di teatro sociale: spettacoli e laboratori, certo, ma anche progetti più complessi che comprendono e integrano in sé spettacoli, laboratori, azioni di formazione per i formatori (training for trainers), seminari o convegni.
Tutte queste azioni comprendono diversi protagonisti, che talvolta operano separatamente, talvolta insieme nella stessa attività: artisti, adolescenti, sociologi, antropologi, bambini, persone con un background di migrazione, operatori sociali, educatori e poi di nuovo artisti ma di diverse forme d’arte.
Molti dei nostri ultimi progetti artistici tenevano insieme tutte queste “categorie” di persone (si veda in particolare la sezione Progetti del nostro sito: http://teatrodellargine.org/site/lang/it-IT/page/4/#.WCcof-HhBE5)

Tre fotografie vi porto a esemplificazione di questi processi, e poi chiudo sulla formazione:

Lampedusa Mirrors: un progetto internazionale, con scambio di competenze artistiche applicate non solo al lavoro da palcoscenico ma anche ad altri contesti, al duplice scopo di lavorare con gli adolescenti delle periferie tunisine e di formare artisti per metterli in grado di lavorare con quegli stessi adolescenti, sul tema della migrazione clandestina. Risultati finali: tre performance in Italia e in Tunisia e un documentario che sta ancora girando l’Europa e il mondo arabo (disponibile su YouTube a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=72pFxZYiQaU&t=460s). Il tutto, però, all’interno di un programma nel quale esperti di vari campi (manager della cultura, facilitatori nel dialogo interculturale) formano te che partecipi e ti invitano a realizzare azioni che impattino sulle reciproche comunità locali (sul progetto: http://teatrodellargine.org/site/lang/it-IT/page/45/project/30)

Gli Amici di Luca: qui noi abbiamo raccolto un’eredità – eccellente – di lavoro alla Casa dei Risvegli e abbiamo deciso di concentrarci fortemente su una lunga fase laboratoriale, che consente l’ascolto delle esigenze del gruppo, l’inserimento di altri esperti, come Mimmo Sorrentino, oltre a noi, e solo in un secondo momento puntando alla realizzazione dello spettacolo (su Wonderland si veda: http://teatrodellargine.org/site/lang/it-IT/page/25/production/211#.WCcpIeHhBE4)

Le Parole e la Città: un progetto che ha tratto nutrimento e ispirazione, attraverso interviste, laboratori di teatro, di critica, un convegno, uno spettacolo, dal contributo di oltre 3.000 persone dai 3 ai 90 anni, da oltre 20 diversi paesi del mondo, oltre 100 associazioni, istituzioni, compagnie, ONG, ma che aveva anche tutte le caratteristiche dello spettacolo tout court (http://teatrodellargine.org/site/lang/it-IT/page/45/project/22#.WCcnbuHhBE4).

Come l’abbiamo imparato? Ovvero la formazione.
Intanto ci siamo formati come professionisti del teatro, in scuole o accademie, e questa è la prima cosa.
Quanto alle pratiche di teatro sociale, si può dire che ci siamo auto formati.
Però tanto. Andando in giro a imparare da altri artisti, ma anche da filosofi, sociologi, antropologi, esperti di educazione, di migrazione, in Italia, in Europa e fuori.
Attenzione: qui nessuno ci ha insegnato a lavorare con l’handicap o coi migranti o coi bambini. Però ci hanno insegnato a mischiare le competenze. Ci hanno insegnato che con queste persone si possono intraprendere percorsi di creazione che sono progetti artistici e non terapeutici. Che i risultati migliori si hanno quando si immaginano progetti articolati dove tutti questi attori (in senso lato) lavorano insieme.
Quindi non impariamo come si lavora, mettiamo, con persone disabili, andando alla Casa dei Risvegli a lavorare con gli operatori sanitari, bensì frequentando piattaforme europee con esperti come François Matarasso, piattaforme dove gli italiani sono ancora pochissimi perché in Italia questo non è ancora prioritario, mentre in Europa lo è.
Poi abbiamo avuto la grande fortuna di cominciare a dare un sostrato scientifico alla nostra formazione grazie anche all’Università di Bologna (soprattutto con Federica Zanetti) e all’Università di San Marino, che ci chiedono di collaborare a corsi di alta formazione sul teatro come strumento per le professionalità educative e così facendo ci “costringono” a un percorso di riflessione sulle nostre pratiche, mentre ci chiedono di condividerle con loro.
E dobbiamo anche ringraziare programmi come il Tandem, che contengono ampi spazi di formazione per i formatori e sessioni di learning partnership dove esperti di vari campi imparano da e insegnano a esperti di campi diversi dal proprio. Noi passiamo a loro gli strumenti a noi propri, quelli del teatro, loro ci danno in cambio la consapevolezza teoretica di ciò che stiamo facendo.
Ma la cosa più importante da dire è che il lavoro di teatro sociale non è un togliere al lavoro di teatro tout court.
Non si tratta di scegliere tra fare teatro o fare teatro sociale.
Si tratta piuttosto di aggiungere e di integrare nuove attività e punti vista al lavoro di teatro tout court.
E quindi, quanto alla formazione, la vera distinzione non è tra essere professionisti di teatro e di teatro sociale, ma tra essere dei professionisti e non esserlo.

Micaela Casalboni

Teatro dell’Argine

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