#BP2016 | Perché non coinvolgere gli artisti nella formazione universitaria?

#BP2016 | Teatro Sociale e di Comunità: la formazione degli operatori. Scuole e idee a confronto, 5 novembre 2016, Civica Scuola di Teatro "Paolo Grassi"

Pubblicato il 14/11/2016 / di / ateatro n. #BP2016 , 160 , Passioni e saperi / 0 commenti /
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Paola Manfredi, #BP2016 | Teatro Sociale e di Comunità: la formazione degli operatori. Scuole e idee a confronto, 5 novembre 2016, Civica Scuola di Teatro "Paolo Grassi"

Paola Manfredi, #BP2016 | Teatro Sociale e di Comunità: la formazione degli operatori. Scuole e idee a confronto, 5 novembre 2016, Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi”

Scrivo queste osservazioni di getto, dopo gli interventi ascoltati sabato.
Da quanto detto emerge una grande domanda di teatro sociale. Sempre più persone vogliono fare teatro e sempre più enti chiedono di attivare laboratori di teatro sociale, di comunità o scolastici. La richiesta di operatori che lavorano in questo settore è alta e le università giustamente si pongono l’obbiettivo di offrire una preparazione professionale, che abbia solide basi teoriche e pratiche, a persone che arrivano sia dal settore teatrale sia da altri settori: educativo, sanitario, scolastico…
Una metodologia precisa appare quindi necessaria. Ma lavorare con settori sensibili comporta anche l’acquisizione di modalità di relazione, di ascolto e di appartenenza, che non si esauriscono in una preparazione psicoterapeutica e in un elenco pratico di esercizi.
Prima tra tutte serve la consapevolezza che ci si trova di fronte a soggetti che per l’operatore debbono valere in quanto “persone” al di là delle diagnosi (se si lavora con pazienti psichiatrici), delle valutazioni scolastiche (se si lavora con studenti), dei reati commessi (se si lavora con carcerati). Anche in questo modo si opera contro lo stigma.
(E secondo me in questa direzione andava l’intervento di Fiaschini)
Attivare queste energie sottili non è facile. Lo sanno fare gli artisti che da anni operano sul campo. Sono loro che conoscono il rapporto da instaurare con con queste persone. Persone portatrici di una bellezza strana, fragile, che spesso non vede la luce. Perché l’obbiettivo non può essere l’intrattenimento o il solo benessere dei partecipanti, ma anche la loro valorizzazione, in un regime di parità.

Non c’è cura se non si sa cogliere cosa si ci sia in un volto, in uno sguardo, in una semplice stretta di mano, e in fondo se non si sia capaci di sentire immediatamente il destino dell’altro come il nostro proprio destino. (Eugenio Borgna)

Perché quindi non coinvolgere gli artisti nella formazione universitaria? E non solo come conduttori di laboratori pratici, ma anche come narratori di un’esperienza, come interlocutori. Avviando discussioni. Approfondimenti. Magari come consulenti. Ma l’università lo può fare?
La questione mi sembra molto complicata, ma credo che se non si troverà una soluzione, molti intenti resteranno sulla carta. È il caso delle circolari ministeriali sul teatro a scuola che continuano a restare lettera morta perché non si stabilisce chi debba formare gli operatori. Le scuole continuano a preferire operatori che vengono dal settore teatrale; non solo perché sono quelli che lavorano da anni in questo ambito e hanno maggior esperienza, ma per la qualità del lavoro che fanno, sia dal punto di vista artistico, sia da quello pedagogico. Così le scuole assumono questi operatori, mentre l’università ne forma altri. E’ possibile creare delle graduatorie in grado di tenere conto di entrambe le competenze (esperienza, titoli di accademie d’arte drammatica, titoli universitari)?

Paola Manfredi

Teatro Periferico

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