Predrag Matvejević e la deriva dell’Europa

Una intervista per "Il Fatto Quotidiano", agosto 2013

Pubblicato il 02/02/2017 / di / ateatro n. 159 / 0 commenti /
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E’ morto oggi Predrag Matvejević, intellettuale e scrittore europeo, che ha vissuto e insegnato a Zagabria, Parigi, Roma. Nei suoi libri intrecciava storia, geografia e poesia. Parlava del mare, delle isole, della libertà, del pane… Difendeva i dissidenti, anche se avevano idee molto diverse dalle sue.
Era l’agosto del 2013, il clima politico in Europa dell’Est stava iniziando a cambiare, “Il Fatto Quotidiano” mi chiese di intervistare Predrag Matvejević. Lo chiamai a Zagabria, dove era tornato assai malinconico perché era stato costretto a lasciare l’Italia. Questo è quello che mi disse.

Nello sguardo di Predrag Matvejević c’è grande attenzione per la realtà: una realtà spesso dolorosa, feroce, difficile anche sul piano personale, con i lutti e le minacce. C’è l’esperienza di chi ha attraversato decenni sanguinosi e conosce le pieghe della storia. E c’è l’attenzione dello scrittore alle parole, al loro uso: è stato lui a parlare, nei titoli dei suoi libri, di “Altra Europa”, di “Mondo ex”, di “asilo ed esilio”, circostanze storiche ben precise, ma prima ancora condizioni dell’anima. Da Zagabria continua a osservare la realtà dell’Europa con preoccupazione e speranza.

La xenofobia e il razzismo che stanno infettando l’Ungheria sono un caso isolato?

Purtroppo no. Sono fenomeni che possono nascondersi, ma non scompaiono del tutto. Anche nella ex Jugoslavia. Basta andare allo stadio: in Croazia i tifosi delle squadre di calcio gridano “Ammazza il serbo”, e in Serbia “Facciamo come a Srebrenica”, dove nel 1995 sono stati 8000 morti… La Federazione Internazionale voleva sospendere i campionati.

Sono fenomeni marginali, o possono avere influenza sulla politica di un intero paese?

Quando sono dovuto andare via da Zagabria, più di vent’anni fa, i politici si facevano vedere con il braccio alzato a urlare slogan nazionalisti insieme ai tifosi… Ogni mattina vediamo gli slogan che hanno scritto sui muri durante la notte. Oggi nella ex Jugoslavia la situazione più grave è quella della Bosnia-Erzegovina, dove ci sono tre nazionalità: nella zona occidentale c’è una maggioranza croata, più a Est i sono i serbi ortodossi, e un po’ ovunque sono disseminati i musulmani. Sotto Tito si chiamavano semplicemente “i Musulmani”, adesso i nazionalisti islamici vogliono imporre il termine “Bosniaci”: ma i bosniaci sono tutti quelli che sono nati in Bosnia… E’ vero che durante le guerre jugoslave sono stati loro a subire le atrocità peggiori, a Srebrenica ci sono 8000 tombe, e possiamo leggere i nomi di quelli che sono stati uccisi dai mercenari serbi. Ma i musulmani bosniaci sono una nazione slava, non sono turchi, si sono convertiti ai tempi dell’occupazione ottomana. Parliamo la stessa lingua, siamo tutti slavi del Sud.

Avevamo l’impressione che in Serbia e in Croazia il nazionalismo, alla radice delle guerre balcaniche degli anni Novanta, fosse superato.

…e c’è anche la volontà di far parte dell’Unione Europea. Quell’atteggiamento è stato superato, ma non è sparito. Se in Croazia entri in una bottega, se hai un nome serbo-ortodosso spesso il negoziante ti guarda male. I nazionalismi balcanici si sono indeboliti, ma restano presenti.

Rispetto al nazionalismo ungherese, ma più in generale rispetto a queste situazioni, quale dovrebbe essere il ruolo dell’Europa?

Credo che l’Europa possa attenuare il peso di questi nazionalismi. L’Unione Europea non può certo risolvere tutti i problemi, ma è la soluzione meno cattiva. Entrando in Europa, questi paesi almeno non possono più farsi la guerra tra loro. La prova del successo di questa politica sarebbe l’ingresso di tutti i Balcani in Europa, in modo da impedire qualsiasi azione militare. Gli accordi di Dayton nel novembre 1995 hanno interrotto la guerra civile jugoslava, creando però frontiere improvvisate: oggi non sono del tutto rispettati e soprattutto non sono più sufficienti. Anche i paesi vicini creano problemi: la Bulgaria non permette alla Macedonia di chiamarsi così, vogliono che si chiami ufficialmente “Vecchia Repubblica Jugoslava Macedone”.

Anche i greci avevano problemi analoghi, con la Macedonia…

E nel Kosovo non sono finiti i problemi dei serbi con gli albanesi, malgrado i passi avanti.

Gli interventi di cui hai parlato finora riguardano i rapporti tra comunità, nazionalità, Stati. Nel caso dell’Ungheria, che cosa può fare l’Europa per evitare derive fasciste all’interno di un paese membro dell’unione?

Ci sono accordi e trattati con i singoli paesi, ma servirebbe una strategia che l’Europa finora non ha avuto. Da questa parte del continente possono venire sorprese, la crisi mondiale qui è arrivata proprio quando iniziava ad affermarsi un certo neoliberalismo. Ora questi paesi sono travolti da un neocapitalismo selvaggio, e inizia a serpeggiare un certo euroscetticismo. Per fortuna le classi dirigenti si rendono conto che l’Europa non è la peggiore delle soluzioni. Però la crisi ha conseguenze drammatiche sul debito delle nazioni e sui salari: in Croazia le paghe sono del 35% più alte che in Serbia, e in Serbia del 30% più alte che in Bosnia. Differenze che si aggiungono alle altre.

Anni fa, quando si celebrava il trionfo delle democrazie, hai coniato il termine “democratura”.

E’ un ibrido di democrazia e dittatura, si proclama la democrazia mentre si praticano forme di dittatura nascosta. E’ una patologia che per fortuna non riguarda tutti i paesi dell’Est: la Polonia se l’è cavata bene, così come la Repubblica Ceca, la Slovacchia e i paesi baltici. Anche Romania e Bulgaria si sono avvicinate all’Europa, la situazione è più grave dal punto di vista economico che da quello politico. In Serbia, in Croazia, in Bosnia, le democrature si sono introdotte nel potere, anche usando la retorica del nazionalismo, e il ricordo della guerra che lo nutre. Uno dei miei libri si intitola Mondo ex: qui predomina un “ex” da cui non si riesce a uscire. Questi paesi hanno abbandonati i regimi autoritari, che però ci ossessionano ancora. Crediamo di costruire il presente, ma non riusciamo a controllare il passato. Abbiamo denunciato la storia, e continuiamo a farci invadere dallo storicismo. Riconosciamo le libertà, ma non sappiamo cosa farne. Abbiamo difeso un retaggio nazionale, adesso dobbiamo difenderci da questo retaggio. Abbiamo voluto salvaguardare la memoria, e adesso la memoria sembra punirci: vengono alla luce anche i massacri compiuti dai croati, con decine e decine di morti, durante le guerre nel’ex-Jugoslavia.
Per fortuna ci sono anche esempi positivi. In Vojvodina vive una minoranza ungherese, che come tutte le minoranze si sente minacciata: hanno un atteggiamento molto diverso dal nazionalismo ungherese, se lo adottassero per loro sarebbe controproducente. In Istria la minoranza italiana, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha vissuto un periodo difficilissimo: in italiano c’era un termine che aveva senso solo in Dalmazia, “esodati”, quelli che erano stati costretti ad abbandonare le loro case e a fuggire in Italia. Sono stato testimone di questo dramma quando facevo il servizio militare a Fiume. Le ferite inferte cinquant’anni fa hanno però creato una nuova consapevolezza. Oggi so di famiglie croate che mandano i bambini alla scuola italiana, perché imparino una lingua europea.

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