#BP2017 | La politica per i beni comuni del Comune di Napoli

Per una cultura del territorio e degli spazi democratica e partecipata

Pubblicato il 18/03/2017 / di / ateatro n. #BP2017 , 160 , MilanoCORTEmporanea / 1 commento /
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Carmine Piscopo è Assessore al diritto alla città, alle politiche urbane, al paesaggio e ai beni comuni Comune di Napoli.

Il Comune di Napoli è sin dal suo insediamento impegnato nell’individuazione di percorsi amministrativi tesi a dare forza e vigore a un dibattito etico, civile, giuridico, ambientale, incentrato sulle forme d’uso del patrimonio per il prevalente interesse collettivo. Una principio, questo, sancito innanzitutto dalla Costituzione.
È qui che la categoria dei “beni comuni”, intesi quali beni sottratti all’uso esclusivo di parte, al mancato uso sociale, e funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali delle collettività, diviene centrale. Non, dunque, una cornice ideologica, quanto, piuttosto, una risposta alle forme di “privatizzazione” del patrimonio pubblico o al suo uso clientelare, alle dismissioni di beni, reti e servizi, tesa a rafforzare il potenziale costituente di una soggettivazione collettiva.
In coerenza con questa impostazione, nel 2011, l’amministrazione de Magistris ha modificato il proprio Statuto Comunale, introducendo, tra le finalità, gli obiettivi e i valori fondamentali della Città di Napoli, la categoria giuridica del “bene comune”, inteso nella sua disponibilità d’uso quale bene accessibile, fruibile, condivisibile, disponibile alla rappresentazione e alla realizzazione di istanze, di proiezioni, di desideri riconoscibili delle collettività insediate e in cammino.
“Bene comune”, dunque, quale bene funzionale all’esercizio dei diritti fondamentali delle persone.
Ancora, nel 2012, il Comune ha approvato il Regolamento delle Consulte per la Disciplina dei beni comuni, quali beni di appartenenza collettiva, fissando nei punti della delibera del 18 gennaio 2013 i Principi per il governo e la gestione dei beni comuni della Città di Napoli secondo la quale “ogni cittadino deve concorrere al progresso naturale e spirituale della Città”.
Va ancora sottolineata l’azione del Comune riguardo all’acqua pubblica, mediante la trasformazione della precedente società per azioni in Azienda Speciale a totale controllo pubblico.
L’Amministrazione ha poi istituito, nel 2013, l’Osservatorio dei Beni Comuni, il cui lavoro ha portato a varare due nuove delibere aventi in oggetto le procedure per l’individuazione e la gestione collettiva dei beni pubblici e dei beni privati, quali beni che possano rientrare nel pieno processo di realizzazione degli usi civici e del benessere collettivo. Un percorso, questo, le cui radici affondano nel recepimento e nell’approvazione da parte del Comune di Napoli della Convenzione di Aarhus, divenuta in seguito parte essenziale del Regolamento del Consiglio Comunale. Dove, ancora, si sancisce la condanna della pianificazione autoreferenziale, come di ogni forma astratta di previsione urbanistica che non fondi sulla partecipazione diretta e sul diritto democratico dell’uso delle risorse e dello spazio pubblico, luogo di espressione dei bisogni autentici delle collettività, di produzione di stili di vita e di nuove economie. Non, dunque, una centralità fondata sulla nozione di “reddito finanziario”, nozione che ha contraddistinto storicamente l’assegnazione dei beni del patrimonio pubblico, quanto, piuttosto, l’idea secondo cui il “redditto sociale”, con i suoi Usi Civici (Uti Cives), è parte integrante del “reddito economico”, in quanto parte essenziale del benessere sociale e delle proiezioni delle collettività insediate.
Il 17 giugno 2013, il Comune di Napoli ha fatto propria la “Carta dello Spazio Pubblico”, approvata al termine dei lavori della II Biennale dello Spazio Pubblico, tenutasi a Roma dal 16 al 18 maggio 2013, quale contributo fattivo e concreto al processo di valorizzazione democratica e di studio dei modi d’uso dello spazio pubblico urbano. Un atto fondamentale per la giunta de Magistris, nel quale si riconoscono il diritto democratico all’uso e il potenziale trasformativo dello spazio pubblico, per la città di Napoli.
Nel 2014, il Comune di Napoli ha adottato due delibere aventi in oggetto il recupero alle collettività dei beni abbandonati, di proprietà pubblica e di proprietà privata, secondo un percorso articolato di partecipazione collettiva nell’individuazione dei progetti e delle modalità d’uso. Due delibere, che hanno attivato un dibattito in Italia e che pongono al centro dell’azione amministrativa il prevalente interesse pubblico. È qui che l’Amministrazione riconosce il valore di esperienze già esistenti nel territorio comunale, portate avanti da gruppi e/o comitati di cittadini secondo logiche di autogoverno e di sperimentazione della gestione diretta di spazi pubblici, dimostrando, in tal maniera, di percepire quei beni come luoghi suscettibili di fruizione collettiva e a vantaggio della comunità locale, esperienze che nella loro espressione fattuale si sono configurate e si configurano come “case del popolo”, ossia luoghi di forte socialità, elaborazione del pensiero, di solidarietà intergenerazionale e di profondo radicamento sul territorio. Per tali esperienze, dirette al soddisfacimento di interessi generali e senza finalità lucrative, laddove giustificato dall’alto valore sociale creato, l’Amministrazione comunale definisce la possibilità di procedere alla compensazione degli oneri di gestione, prevedendo regolamenti di uso civico o altra forma di autorganizzazione civica da riconoscere in apposite convenzioni.
In data 7 ottobre 2014, inoltre, il Comune di Napoli, ha approvato una delibera inerente la possibilità di “adottare” parti della città, a partire da un processo partecipato di cittadini riuniti in comitati civici. Sui “modi della partecipazione per l’attuazione delle politiche sociali” si instaura così un ulteriore punto di incontro con la “Carta dello Spazio Pubblico”, dove si definiscono i metodi della partecipazione democratica e i loro pesi nella formalizzazione delle delibere di proposta al Consiglio, attraverso l’istituzione di assemblee territoriali in costante dialogo con gli abitanti, dove lo spazio pubblico diviene luogo in cui è possibile dare risposta alle proiezione dei desideri e delle istanze delle collettività di riferimento.
Con questo stesso spirito, attraverso la costituzione di tavoli e di assemblee territoriali confluite in gruppi di lavoro, l’Amministrazione ha redatto e approvato, nel 2014 e nel 2015, lo Studio di fattibilità relativo al progetto di riqualificazione dell’area delle Vele (Lotto M) e i nuovi indirizzi urbanistici, poi approvati in Consiglio Comunale, del Sito di Interesse Nazionale Bagnoli-Coroglio. Analogo percorso è stato condotto per la definizione del masterplan dell’area ex Nato di Bagnoli.
Le assemblee territoriali che hanno preso vita a Bagnoli, a partire dal 2015, hanno dimostrato con chiarezza quanto la città fosse contraria a quella espropriazione che il Governo, attraverso l’art. 33 dello Sblocca Italia, aveva messo in piedi. L’esito del voto della tornata elettorale di giugno 2016 nella Municipalità di Bagnoli ha definitivamente acclarato quanto le collettività, insieme con l’Istituzione Comune, Ente di prossimità, non fossero più disposte a rinunciare alle prerogative costituzionalmente sancite.
In linea con questo spirito, vanno qui ancora ricordate le due delibere, del 2015 e del 2016, relative all’approvazione della Dichiarazione di uso civico e collettivo urbano dell’Asilo Filangieri, e all’individuazione di sette spazi di rilevanza civica ascrivibili nel novero dei beni comuni.
Delibere, queste, che hanno varcato i confini dell’Italia per la loro capacità di restituire alla soggettività collettiva un potenziale costituente, quale soggetto anonimo che vive nel respiro della città e la informa. Non, dunque, un sistema di “assegnazioni” a collettivi, come si è voluto scrivere sulle pagine di alcuni quotidiani locali, quanto la “restituzione” alla collettività di un bene che le appartiene, nel pieno riconoscimento di quanto la collettività esprime.
È lungo questi assi, che tengono insieme pianificazione non autoreferenziale, superamento del concetto di proprietà pubblica per nuovi usi civici, prevalente interesse pubblico, necessità di legare confini e distanze sociali con nuove figure sollecitate alle realtà istituzionali e amministrative, che si dispone il territorio dei beni comuni. Non come un assioma che lega esclusivamente il territorio al suo progetto, quanto, piuttosto, come una sfida che ci sollecita al superamento di nozioni e figure date. Vanno ancora ricordate, a tal proposito, le delibere della Giunta de Magistris per l’istituzione di luoghi collettivi democratici, a partire dal riconoscimento di realtà esistenti sul territorio. A partire, infatti, dalla Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze 2000), l’identità di un luogo non è data da valori astratti, quanto, piuttosto, dal riconoscimento dei valori che le collettività di riferimento danno di quei medesimi luoghi.
Un principio, questo, che potrà trovare maggiore forza, il giorno in cui tutte le Istituzioni coinvolte definiranno un percorso in grado di dare concreta attuazione alla relazione che lega il paesaggio, quale “sfera giuridica in senso proprio”, ai diritti civili e sociali delle persone. Al diritto di cittadinanza, in quanto Diritto alla Città.
Se numerosi appaiono ancora i nodi da sciogliere, il dibattito che si va oramai diramando e stratificando a partire dalla città di Napoli indica con chiarezza principi giuridici, etici, civili, amministrativi, politici che individuano nel “bene comune” il superamento della nozione di proprietà. Al centro, sono l’uso democratico dei nostri beni e la salvaguardia stessa del nostro ambiente. E, con essi, il nostro futuro e il respiro delle generazioni che verranno.

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