#BP2017 | Nuovi Spazi, nuovi Linguaggi, forme di resilienza: alcuni casi in Sicilia

L'intervento alle #BP2017 Nuovi spazi, nuove creatività, nuove professioni, nuove creatività, Milano, 4 marzo 2017

Pubblicato il 19/03/2017 / di / ateatro n. #BP2017 , 160 , MilanoCORTEmporanea , Passioni e saperi / 0 commenti /
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Partiamo dal presupposto che vi è una generazione che si ritrova in qualche modo nella via di mezzo, che ha vissuto la coda di un momento di grande evoluzione economica e produttiva, che si è ritrovata a fare i conti con una crisi economica; una generazione che, contrariamente a quella dei propri padri, non ha una prospettiva futura di crescita economica come quella che potevano avere le generazioni precedenti. Eppure è protagonista di modelli, forme e processi che cercano di invertire una rotta di apparente decrescita, canalizzando le energie e le propulsioni intellettuali e creative verso un nuovo modo di approcciarsi ai temi della cultura, della socialità, della comunità. In tale direzione, è interessante ciò che accade in Sicilia. E proviamo ad elencare, parzialmente come è ovvio che sia, i progetti più significativi rispetto al panorama del nuovo nell’ambito dei nuovi modelli di produzione, della fruizione e della valorizzazione dei beni e delle attività culturali.

Ripartiamo da quest’ultima definizione, beni e attività culturali, perché i processi che evidenzieremo hanno a che fare con quelle azioni e quelle dinamiche che riguardano la valorizzazione dei beni attraverso le attività. Sono processi che, in maniera esplicita, si muovono in quella terra di mezzo che mette insieme valore materiale e immateriale, che mettono insieme competenze e specificità e che cercano di imporsi come nuovi modelli del vivere comune.
Vi è un profondo senso politico in tutto questo. Vi sono istanze in primo luogo politiche, scelte di vita che rimandano ad abbracci ideologici, positivi, a tratti utopistici, ma paradossalmente concreti e sostenibili. Infatti, l’istanza primigenia di molti di questi progetti è legata all’immaginazione di un nuovo modo di generare senso comune e cultura coinvolgendo, in ordine, territorio, comunità, e nuove generazioni attraverso progetti sostenibili.
Sono istanze che conosciamo bene, che sono state alla base di azioni politiche culturali di rilevante importanza e che hanno aperto un dibattito pubblico vivo e imprescindibile. Nessi e legami con le esperienze delle occupazioni, per parlare dello specifico dello spettacolo dal vivo, hanno visto in Sicilia momenti importanti, a volte interrotti, altre volte proseguiti, che però hanno riacceso il senso della socialità e della comunità. Gli spazi occupati hanno, in qualche modo, dettato l’agenda nel dibattito pubblico sui modelli. Modelli di gestione, sulle funzioni degli spazi pubblici dedicati allo spettacolo dal vivo. Lo hanno fatto sugli spazi oggetto stesso delle occupazioni, lo hanno fatto sui modelli legati agli schemi e alle griglie dei finanziamenti pubblici, lo hanno fatto anche, e soprattutto, in rapporto ai territori, le comunità e il pubblico, anzi i pubblici.
In Sicilia, tutto questo si è tradotto in esperienze che vale la pena citare, dal Teatro Garibaldi Aperto di Palermo, Al Teatro Coppola di Catania, alla Fiera di Messina, fino ad arrivare alle esperienze più recenti, ancora attive e che stanno consolidando il loro percorso: il Teatro Mediterraneo Occupato.
Il TMO – Teatro Mediterraneo Occupato è nato a Palermo nel dicembre 2013 con l’occupazione di uno dei venti padiglioni della Fiera del Mediterraneo andata in fallimento e abbandonata nel 2007. Un gruppo di operatori culturali, artisti, giovani studenti e cittadini inizia un processo di recupero dello spazio. Dopo tre anni di lavori, il TMO è adesso un luogo poli-funzionale aperto: sede di produzioni indipendenti; centro di formazione per le arti performative; comunità di discussione sulla metropoli. Il TMO, come si legge sul loro sito web (tmopalermo.it) promuove e ricerca pratiche di democrazia diretta, auto-formazione e produzione cooperativa. La gestione delle attività è discussa collettivamente ed in maniera orizzontale nel corso di un’assemblea pubblica settimanale ogni giovedì (dalle ore 21, per chi volesse partecipare). Si sta compiendo quel processo dalla contestazione, dalla provvisorietà, ad una forma di istituzionalizzazione, seppur sotto un nuovo modello che non vede figure verticistiche, così come emerge dal manifesto d’intenti pubblicato sul sito. Dall’occupazione e dal lavoro del TMO è fuoriuscita una “costola” che ha a sua volta occupato una parte di un altro spazio pubblico, l’Atelier del Nuovo Montevergini (uno spazio comunale che nel corso del secondo quinquennio del primo decennio del 2000, era stato individuato e molto finanziato dall’amministrazione di centrodestra come teatro della città (oltre lo Stabile) rivolto alle nuove generazioni. Dunque, una “scissione” che in qualche modo ha delineato vocazioni diverse: da un lato il TMO con una forte impronta culturale votata alle arti performative e alla produzione culturale nell’ambito dello spettacolo (ma non mancano anche progetti di inclusione sociale, di coinvolgimento del territorio), dall’altro giovani legati in alcuni casi al mondo universitario che rivendicano spazi pubblici di socialità e di produzione culturale dal basso. Il quadro è variegato, e non sono mancati malumori cittadini: piccoli spazi e luoghi indipendenti che non hanno condiviso tutti i processi, e che evidenziano le contraddizioni e i limiti delle occupazioni.
È interessante, inoltre, cogliere due aspetti che emergono da quest’ultima esperienza: la vocazione territoriale e la “riconversione industriale”. Infatti, la Fiera del Mediterraneo pur non essendo direttamente un luogo legato alla produzione industriale ne richiama i modelli architettonici e le sue articolazioni. I due aspetti si intrecciano e rappresentano una costante anche di altre esperienze che si muovono nell’ambito della progettazione culturale, con una maggiore vocazione imprenditoriale. È il caso dell’Ex deposito delle Locomotive di Sant’Erasmo a Palermo, situato sulla via Messina Marine, inaugurato nel 1886, elegante padiglione con una particolarissima e preziosa struttura in ghisa, la cui superficie complessiva è di 1400 mq coperti. Spazio pubblico del Comune di Palermo che lo ha restaurato nel 2004, dopo essere stata la sede delle iniziative culturali di Kals’art nel 2005 e successivamente essere stato affidato in gestione ad un privato, diviene il luogo prescelto per accogliere l’Eco Museo “Mare Memoria Viva”, un progetto di Clac che vince un bando di Fondazione per il Sud.

Clac, fondata nel 2013, si definisce organizzazione resiliente dedita all’ideazione e al lavoro su nuove forme di progettazione, produzione e promozione di servizi, prodotti e progetti culturali. «Adattarsi a contesti mutevoli – scrivono nelle stringhe di presentazione sul loro sito (clac-lab.org) – è ed è stata la cifra distintiva del lavoro di Clac, per questo crediamo nelle comunità resilienti e ci impegniamo perché capacità di progettazione e innovazione culturale siano alla base di cambiamento del nostro territorio». Dunque, una impresa sociale, così amano definirsi, che – ci spiega Cristina Alga (una delle fondatrici insieme a Filippo Pistoia) – intende affermare un nuovo senso etico e politico dell’autoimprenditorialità e sostiene progetti e imprese che scelgono la via della condivisione, dell’accesso ai beni più che del possesso. Il loro modello imprenditoriale non è definito da un ambito disciplinare o da funzioni specifiche ma si nutre di interazioni, cultura, promozione. Dunque un perfetto modello di quello che si intende per nuovo soggetto che cerca di muoversi sui crinali degli ambiti della produzione culturale e di senso, mosso da una profonda istanza politica e rispondente a una etica del bene comune. Incontriamo Cristina Alga e ci appare subito molto evidente che l’urgenza più profonda sia quella di un’azione prima di tutto politica: partecipazione, bene comune, condivisione, le tre direttrici del pensiero e dell’azione di Clac. Ritorna immediatamente il tema delle generazioni, della generazione che si ritrova necessariamente a dover ripensare un modello produttivo, un modello di sviluppo che sia sostenibile, dopo l’ubriacatura effervescente della crescita e della produttività a tutti i costi degli anni pre crisi.

Sviscerando meglio il concept dell’Eco Museo Mare Memoria Viva, ci appaiono evidenti delle dicotomie interessanti: Contenitore/contenuto, Pubblico/privato, Proprietà/Usufrutto, Bene/attività. E queste dicotomie sono al centro del nuovo modello dell’Eco Museo. Infatti, ci spiega Alga, la loro urgenza era quella di superare il semplice affidamento del bene al privato, cosa che di fatto aveva, sostiene Alga, “privatizzato” un bene pubblico, per disegnare un nuovo modo di rapportarsi tra spazio/bene pubblico e azioni e valorizzazioni frutto dell’associazionismo privato, delle sinergie, e delle competenze delle nuove generazioni. L’idea era quella di raccontare il rapporto della città di Palermo con il mare, con la memoria che di esso ne aveva un pezzo importante della città cui il mare, dopo averlo vissuto pienamente, viene “negato” come conseguenza del sacco edilizio figlio della complicità tra politica e malaffare. Una narrazione della memoria che pone l’idea del Museo quale luogo immateriale e vivente di una memoria etno-antropologica che si nutre di donazioni pubbliche, private, di tessere di memoria pronte a formare il mosaico di Palermo e del suo mare. Dunque un’utopia che in qualche modo prova a realizzarsi.
L’Eco Museo è un luogo aperto, non c’è un biglietto. Intende essere un’esperienza sociale che si pone in relazione con il territorio che lo circonda (un pezzo di città che ha vissuto un periodo di fasti ad inizio del secolo scorso e che adesso è immediata periferia, con tutte le contraddizioni e le difficoltà delle periferie delle città metropolitane). Vi si svolgono numerose attività a titolo gratuito. Attività da, con e nel territorio. La formula della gestione pubblico/privato si declina in un modello ibrido che se ha degli elementi di grande fascinazione, non può tuttavia nascondere delle difficoltà oggettive. Le mura e il bene sono di proprietà del Comune che si occupa della guardiana e del personale attraverso propri lavoratori, i quali inevitabilmente rispondono ad orari e modelli gestionali che sono quelli di un Comune. Il progetto, il contenuto, è ideato, promosso, reso vivo e implementato dall’associazione Clac che è dunque la responsabile della cura del bene immateriale della memoria. Questi perimetri di competenze però hanno dei limiti pratici. Alga sottolinea quanto, a volte, sia difficile per l’Ente pubblico andare oltre gli schemi della burocrazia, «se dobbiamo fare delle attività che sfiorano l’orario standard di chiusura, le 18.30, si pone il problema del personale del comune (lo straordinario!) e non è semplice poter, dunque, immaginare fruizioni diverse degli spazi espositivi. Lo facciamo, ma a volte è veramente complesso. Poi, c’è il tema della gratuità dell’ingresso, un aspetto che noi condividiamo fortemente ma che pone il tema della sostenibilità di quei processi più innovativi della valorizzazione: voler immaginare attività di spettacolo dal vivo ci pone dei quesiti in termini di normative e permessi che a volte ci fa arenare. E tutto questo cercare di allineare nuovi modelli con vecchie pratiche burocratiche è sicuramente svilente». Dunque, la soluzione è quella della definizione e approvazione di un regolamento per l’affidamento e l’uso degli spazi pubblici da parte di soggetti privati. Un aspetto, a nostro avviso, importante che impone anche una scelta, prima di tutto, politica: la piena attuazione di quel principio di sussidiarietà, citato nel Decreto Valore Cultura, quale possibile modello per la valorizzazione e gestione dei Beni Culturali. Il caso dell’Eco Museo Memoria Viva va ben oltre, perché risponde all’idea di innovare tra pubblico e privato per costruire nuovi pubblici attivi e nuovi modelli. Questi nuovi modelli partono dalla consapevolezza, forse, delle difficoltà dei due sistemi: quello totalmente pubblico (lento a recepire le spinte più innovative) e quello privato (a volte troppo legato a modelli di sviluppo più commerciali). Una sfida aperta che risponde a pieno al tema delle Buone Pratiche del 2017: nuovi modelli che incrociano discipline, ambiti e generi; nuovi linguaggi che cercano sintesi tra codici espressivi, comunicativi e portatori di memoria, nuovi pubblici, nel tentativo di unire centro e periferie, centralità e marginalità, colto e popolare, e che si muovono spinti da una forte istanza politica.
Quale modello, dunque, per la collaborazione tra cittadinanza e spazi, tra istituzioni pubbliche e nuove generazioni? In questa direzione si sta muovendo qualcosa anche ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo. Uno spazio post industriale di proprietà del Comune di Palermo che, negli novanta, era stato al centro di un progetto di riqualificazione per la trasformazione in cittadella della cultura, sul modello di altre felici esperienze europee (La Friche belle de Mai di Marsiglia, ad esempio), vale a dire fabbriche della cultura, della creatività. Aree post industriali trasformate in agglomerati di produzione e progettazione culturale capaci di mettere assieme luoghi per le arti performative, per le arti plastiche, sale conferenza, biblioteche, spazi di lavoro condiviso, caffetteria, bar, ristoranti, spazi espositivi, etc. Un progetto molto ambizioso e dal grande valore sociale che però vive, tra il 2001 e il 2012, un decennio di oblio a causa del cambiamento dell’amministrazione. Negli anni ‘90, infatti, l’Amministrazione della Città decise di mantenere la gestione diretta degli spazi e delle attività, ed eccetto la lungimirante presenza di due istituti culturali stranieri (Institut Français e Goethe Institut) alcuni laboratori dell’Accademia di Belle Arti e dei capannoni utilizzati dallo Stabile della Città come depositi scenografici, ciò non permise che nascessero soggetti che in convenzione costruissero un modo nuovo di vivere e agire i suggestivi spazi dei Cantieri. Si rimandò il consolidamento di una bella intuizione che fece così fatica a generare un concreto progetto di sviluppo. Nel 2012, cambia nuovamente l’amministrazione e i Cantieri ritornano al centro del progetto di sviluppo culturale della Città. Si riprende il discorso da dove si era lasciato, recuperati alcuni spazi che erano stati abbandonati, sulla scia di azioni di rivendicazione dal basso di spazi comuni per la crescita culturale, anche grazie al movimento “I cantieri che vogliamo”, inizia una nuova fase di ideazione e immaginazione del presente e del futuro degli spazi dei Cantieri. Appare da subito necessario l’adeguamento alle normative di sicurezze di spazi che erano ancora rimasti nella terra di mezzo dell’esperienza emergenziale e così alcuni capannoni vengono attrezzati con uscite di sicurezza, altri divengono interessante oggetto di un modello di gestione che nasce anche dalle possibilità offerte da bandi di fondazioni, come Fondazione con il SUD, o bandi del dipartimento della Gioventù: alcune associazioni della città vincono bandi e individuano nei capannoni dei Cantieri il possibile oggetto di sviluppo per il loro progetto vincitore. Tra le associazioni, Clac e Babel Crew, che hanno immaginato due spazi di produzione e condivisione culturale di nuova generazione. Il progetto di Clac è CRE_ZI, un nuovo incubatore di imprese tecnologiche e creative che nascerà a Palermo grazie a una partnership tra CLAC,  NEXT – Nuove Energie per il Territorio (già ideatrici del servizio di consulenza per l’avvio di attività di impresa e lavoro autonomo CATAMIATI ) e Arca, incubatore di impresa dell’Università di Palermo. Obiettivo dell’incubatore è creare condizioni che favoriscano la nascita di nuove imprese in settori importanti nell’economia della conoscenza, come lo spettacolo, la moda, il design, la produzione audiovisiva ed editoriale, le tecnologie della comunicazione, il food. Le start-up innovative, come già accade in tante città europee, contribuiranno a rivitalizzare le filiere di riferimento dell’economia cittadina: turismo e beni culturali, artigianato, gastronomia, edilizia e commercio. « Con CRE_ZI – scrive Clac – Palermo potrà diventare un ecosistema favorevole alla nascita di progettualità creative, sperimentazioni imprenditoriali, produzione e distribuzione di prodotti culturali innovativi, e potrà così offrire ai propri talenti opportunità di crescere e di affermarsi. L’Incubatore non si limiterà ad accogliere gli aspiranti imprenditori, ma si muoverà alla ricerca di idee e progetti, per agevolare l’emersione di idee di business dal mondo della conoscenza, valutare i progetti imprenditoriali innovativi che possono avere probabilità di successo, supportare l’avvio e la crescita delle imprese, aiutandole a nascere e svilupparsi in un ambiente stimolante, formare gli imprenditori e favorire la cultura di impresa, agevolare l’incontro fra impresa e investitori». Una fabbrica della cultura dove l’azione di trasformazione della conoscenza incide sullo sviluppo del territorio. Babel Crew, un progetto prima che un’associazione – ci tiene a precisare Giuseppe Provinzano, attore, regista tra i fondatori – recupererà un’area che definirà “Spazio Franco” , ponendosi l’obiettivo di sviluppare progetti e idee diverse, creando un luogo fisico e mentale aperto alla cittadinanza che non vuole essere l’ennesimo spazio teatrale della città, ma che si pone come un polmone di innovazione nelle modalità di produzione, fruizione e condivisione dello spettacolo dal vivo; il progetto sta affrontando delle complessità legate alle autorizzazioni per il restauro e i lavori di adeguamento, ma le motivazioni sono forti e supereranno l’ostacolo.
In ambito regionale, vi sono altre realtà conosciute che si muovono sul crinale dell’innovazione dei contenitori e dei contenuti, tra queste è importante citare l’ambizioso e innovativo progetto di Favara: Farm Cultural Park. Un progetto che parte dalla fortissima necessità di rigenerazione urbana di un centro periferico del sud della Sicilia. «Abbandonato per trasferirsi in banali condomini moderni, questo pezzo del Centro Storico di Favara – scrivono gli ideatori del Farm Cultural Park – vive nel gennaio del 2010 una tragedia: il crollo di una palazzina fatiscente che determina la morte di due sorelline. I Sette Cortili, anche essi dimenticati, trascurati nelle manutenzioni e pulizie sono la sede di piccoli traffici illegali e sembrano destinati per ragioni di sicurezza ad essere spazzati via in qualche settimana dalle ruspe o ghettizzati con delle mura alte fatte con blocchi di tufo. A resistere nelle loro casette Zia Maria, Zia Rosa e Zia Antonia tre signorine vecchiette nate e cresciute in quel posto e Vito, ragazzone tutto cuore e muscoli con qualche problema con la giustizia. Nel mese di marzo del 2010, con due anni di anticipo rispetto ai nostri programmi, decidiamo di iniziare i lavori di recupero dei primi due palazzotti dei Sette Cortili. Se non lo facciamo subito c’è il rischio che in pochi mesi di questo piccolo borgo non rimanga traccia. A giugno del 2010 inauguriamo con una grande festa e con migliaia di persone venute da tutta Italia e da diverse parti del mondo per condividere l’inizio di un sogno; trasformare questo luogo in un Centro Culturale di nuova generazione nel quale la cultura diventa strumento nobile per la rigenerazione di un territorio e per dare ad una città senza passato, un presente ed un futuro. Sono passati sei anni di duro lavoro; le casette ristrutturate sono tante e i Sette Cortili sono diventati una piccola attrazione turistica, tanti amici si sono uniti a noi in questo progetto ed è nata una prima Cooperativa di Comunità. Si chiama Farmidabile». Un progetto che interseca arte contemporanea, architettura, visione politica, rigenerazione dei tessuti urbani e sociali, e performance; nel 2016, ad esempio, la Compagnia Zappalà Danza, cuore del Centro di produzione della danza con sede a Catania, a Scenario Pubblico, inaugura per volontà del suo direttore Roberto Zappalà, Scenario Farm: un’ambasciata permanente della compagnia di danza dedicata alla danza contemporanea, con due spazi: nanobox, destinato a performance one to one; e video box, che attualmente ospita Mindbox, l’installazione video/audio interattiva creata nel 2009 dall’artista berlinese Christian Graupner/Humatic, in collaborazione con Zappalà, che si ispira al modello delle slot-machine. La slot è fruibile dallo spettatore-giocatore che manovra la macchina da gioco collegata alla proiezione di un video scomposto in tre immagini dove compare lo stesso coreografo, otto anni più giovane, colto in movimenti e gesti che possono essere rallentati o accelerati, fermati o avviati dalla decisione del giocatore. Un divertente e contagioso gioco d’azzardo basato su un mix di elementi che vanno dalla musica alla coreografia, dalla cinematografia alla danza al beat boxing. L’ultima espressione descrive una forma di percussione vocale da cui l’installazione deriva il suo nome. ScenarioFarm prevede per tutti i weekend estivi, una serie di performances live per una sola persona alla volta, affidati a giovani danzatori internazionali.
Progetti che si pongono molto al di fuori degli schemi tradizionali attraverso i quali immaginare la produzione e la fruizione dei temi della cultura e dello spettacolo dal vivo, e che in molti casi impongono anche una riflessione profonda sulla necessità di adeguare e allineare le normative a questi stessi nuovi modelli. Non soltanto in termini di regole per le agibilità degli spazi, ma anche e soprattutto per quello che riguarda i modelli di tutela e supporto sociale dei lavoratori. Alla domanda su quali forme di lavoro e di lavoratore si avvalgono questi nuovi spazi, la risposta che ricorre più spesso è quella del lavoratore autonomo; un popolo innovativo e con grandi istanze politiche e sociali che però infittisce il mare delle partite iva, sempre meno tutelate, e senza alcun supporto sociale. Il rovescio della medaglia dell’innovazione?

 

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