#BP2016 | Da fare prima che da vedere: un teatro delle persone per una società liquida

L'intervento alle Buone Pratiche 2016 | La formazione nel Teatro Sociale e di Comunità, 5 novembre 2016

Pubblicato il 18/04/2017 / di / ateatro n. #BP2016 , 160 , Passioni e saperi / 0 commenti /
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Sorto sull’eredità dell’animazione teatrale degli anni Settanta e Ottanta del Novecento, il teatro sociale a partire dagli anni Novanta intercetta la pressante domanda di rigenerazione umana propria della nascente società liquida, di cui ha tratteggiato così lucidamente le caratteristiche essenziali Zygmunt Bauman (cfr. almeno Z. Bauman, Vita liquida, tr.it. Laterza, Roma-Bari 2006), offrendosi nelle forme più variegate (teatro educativo, teatro come terapia, drammaturgia festiva, teatro popolare, teatro della memoria ecc.).
Nelle nostre metropoli globalizzate, in cui lo spazio comincia a diventare conteso da ondate crescenti di migranti; nel nostro mondo occidentale in cui ogni rassicurante certezza del passato lascia spazio a una dilagante paura, le forme condivise, democratiche e inclusive delle azioni sociali, fra le quali quella potente del teatro, vengono a rappresentare una sorta di laboratorio e osservatorio di recupero dell’identità, della comunicazione e della socialità.
Questo teatro, come scrive Alessandra Rossi Ghiglione, «è largamente praticato dalle singole persone nell’ottica del benessere, della crescita individuale e della valorizzazione della relazione e, nel caso delle comunità, per la promozione delle identità sociali e culturali specifiche. Un teatro da fare più che da vedere, un teatro della partecipazione prima ancora che della visione» (A. Rossi Ghiglione, Teatro sociale e di comunità. Drammaturgia e messa in scena con i gruppi, Dino Audino Editore, Roma 2013, p. 7).
Se, come è stato dimostrato, vivere la cultura in prima persona produce benessere, il primo obiettivo del teatro sociale sembra proprio essere quello di generare cambiamento attraverso un sapiente processo di acquisizione di consapevolezza personale.
Fra le molte forme il Teatro sociale e di comunità (TSC) è una metodologia originale che in questi anni ha dato risultati estremamente interessanti sul piano sociale, artistico, culturale e formativo. Si tratta di «una pratica teatrale messa in atto da professionisti (équipe) pluricompetenti (area teatrale, psicosociale ecc.) in partnership, coinvolge persone, gruppi, comunità in rapporto a una loro identità specifica e ne promuove l’empowerment attraverso attività performative, che utilizzano linguaggi, processi creativi e forme della performance differenti, ha come finalità il cambiamento (dimensione politica e di care) e la creazione artistica di simboli e significati condivisi (dimensione estetica e culturale)» (Rossi Ghiglione, Teatro sociale e di comunità cit. p. 7).
Negli ultimi anni il moltiplicarsi delle pratiche ha messo in evidenza la necessità sia di una sistemazione teorica e metodologica del TSC, sia dell’elaborazione di percorsi di formazione strutturati e adeguati all’oggetto.
Accanto alla formazione originatasi all’interno delle stesse esperienze di intervento, alcune realtà istituzionali configurano oggi sul territorio nazionale come punti di riferimento. Tre di esse provengono dalla stessa matrice, che vede nella figura di Sisto Dalla Palma un ispiratore e in Mario Apollonio un precursore. Una fondazione del teatro di comunità è già presente, infatti, nel suo studio del 1956 Storia, dottrina e prassi del coro (Morcelliana, Brescia 1956), una pietra miliare della teatrologia europea, che propone la teoria del ternario drammaturgico (attore, autore, coro). A partire dal paradigma liturgico dell’antico teatro greco, Apollonio individua la frontiera utopica dell’esperienza teatrale nell’incontro dialettico dell’officiante-poeta e del gruppo-coro: in questo senso drammaturgia e teatro sono esperienze centrali della comunità, sia nella vita storica, sia in quella dello spirito.
La radice comune si traduce però in orientamenti originali e specifici. A Torino il Master in Teatro Sociale e di Comunità del Social and Community Theatre Centre dell’Università degli Studi di Torino (SCT Centre | UNITO) è venuto definendo nel tempo una metodologia di intervento negli ambiti dei contesti di cura, dell’emergenza internazionale e del dialogo fra culture.
A Milano i Corsi di Alta Formazione dell’Università Cattolica e a Pavia i laboratori dell’Università degli Studi puntano a un teatro sociale come salvagente culturale per persone, gruppi, collettività, con una metodologia finalizzata alla riattivazione delle risorse personali.
Alla Sapienza a Roma l’impostazione originariamente lacaniana del Master in Teatro Sociale è oggi sostituita da un approccio metodologico più vicino alla matrice laboratoriale, mentre all’Università di Ferrara la pluriennale tradizione formativa è stata costruita entro una rete di collaborazioni con le istituzioni cittadine: l’offerta di laboratorio teatrale del Ctu all’intera comunità dell’Ateneo e alla città, il progetto Passi Sospesi negli Istituti penitenziari di Venezia e l’attività didattica nell’ambito del Master universitario Tutela e diritti dei minori.
Al di là di specificità e differenze quello che accomuna interventi, processi, formazione è un ripensamento radicale del corpo, un superamento delle sue divisioni interne, alla conquista della sua verità come fondamento di una nuova teatralità. Fra le molte conseguenze dei percorsi storici dell’avanguardia (tutti abbiamo infatti assistito alle forzate sovrapposizioni fra arte e vita, fra teatro ed esistenza, alla defenestrazione del significato e delle narrazioni e ad altre rivolte contro la tradizione e le sue forme) una reale sfida al canone occidentale del teatro viene oggi da una scena come quella della cura e del sociale, che sovverte tutti i ruoli per tornare ad agire pratiche e linguaggi anche molto consueti nella nostra tradizione, ma tenendo presente che in tale teatro non si tratta mai di scegliere fra Körper e Leib, fra carne e spirito, tra iperuranio e mondo.
Il teatro della comunità è un teatro che fa propria la riscoperta del soggetto nella comunicazione e non platonicamente costituito nella pienezza dell’autocoscienza, trucco o allucinazione che fa derivare la comunicazione dalla coscienza e non viceversa. Anche il dialogo con se stessi è una rappresentazione e non una pienezza di senso già data a priori. Il senso, anzi, si origina proprio nella differenza, in questa uni-diversità costitutiva, non è dia-logo ma relazione.

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