Il teatro della storia: “noi italiani brava gente” secondo Frosini-Timpano

Dove si parla anche di Lehman Trilogy e Afghanistan, il grande gioco, il teatro che racconta il passato per farci capire il presente

Pubblicato il 12/06/2017 / di / ateatro n. 160 / 0 commenti /
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Il teatro dovrebbe servirci a guardare e capire il mondo, migliorarci e forse un po’ migliorarlo. Almeno questo ci hanno raccontato Shakespeare, Aristotele, Brecht, e più o meno ci crediamo ancora. Ci sono autori che hanno saputo raccontare la storia del (loro) presente in modo folgorante, coraggioso, emozionante, efficace… Per esempio Euripide con Le Troiane – non di Troia si parlava ma della Guerra del Peloponneso in corso (eravamo nel 415 a. C). Oppure Eduardo con Napoli milionaria! nel 1945, e proprio quando la guerra era appena finita si intravedeva il lato oscuro che proietta il presente nel futuro, e inizia la Cantata dei giorni dispari. O ancora Dario Fo in Morte accidentale di un anarchico: sembrava un instant play che affrontava un problema italiano, ma è stato rappresentato in tutto il mondo.
Oggi la storia del nostro presente sembra refrattaria a qualunque narrazione che non scivoli nella retorica o che non resti cronaca di corto respiro. Salvo eccezioni, rischiano questa china le messinscena sul tema della migrazione: l’urgenza di raccontare e spiegare vicende drammatiche e la cura nella raccolta di testimonianze e informazioni, al di là delle buone intenzioni, non bastano e non aiutano a trovare forme convincenti. O forse le storie sono troppo vere, forse il topos del viaggio è troppo ingombrante per generare linguaggi nuovi e per dare alla cronaca il respiro della metafora.
Speriamo che da qualche progetto “Migrarti”, o da qualche laboratorio, da qualche SPRAR, da qualche comunità, da qualche scambio internazionale escano voci nuove, italiane e non. Forse saranno le seconde generazioni a prendere la parola per raccontare passato e presente, con uno sguardo al futuro (che sia o meno di speranza). Per ora, convincono di più gli spettacoli che partono dalla Storia (quella con la S maiuscola) come chiave di lettura del presente.

Lehman Trilogy di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi

Lehman Trilogy di Stefano Massini, regia di Luca Ronconi

Lo si era già visto al debutto, e si è confermato alla ripresa (al secondo ciclo di esauriti). Il pubblico non si è entusiasmato solo per l’originalità del testo, per la genialità dello spettacolo, per gli ottimi attori. Si è appassionato anche (e forse prima di tutto) alla storia di questa famiglia di migranti ebrei, al rapporto fra le loro vite individuali e la loro impresa, al loro successo, alla storia di come nasce una banca (e un po’ anche di come nasce l’America, come in un film di Scorsese), di come si inventa la finanza, di come poi perda il contatto con la realtà… Insomma, alla storia del capitalismo. Perché il fallimento di quella banca, che ci riguarda oggi (è all’origine di questa interminabile crisi economica), parte un secolo e mezzo fa. Perché il presente contiene il passato, e il passato è sempre lì, presente, come i primi tre fratelli-patriarchi Lehman. Uno spettacolo che ci fa capire che è necessario interrogarlo, il passato, per capire qualcosa dell’oggi.

Afghanistan, il grande gioco di Lee Blessing, David Greig, Ron Hutchinson, Stephen Jeffreys, Joy Wilkinson, regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani

Che il pubblico abbia fame di Storia lo ha confermato il successo, al di là di ogni previsione (anche se si era già registrato in Inghilterra e in America) di Afghanistan, il grande gioco, un testo a più mani made in UK (idea e testi commissionati dal Trycicle Theater di Londra),  di cui il Teatro dell’Elfo ha messo in scena per ora i primi cinque episodi (di Lee Blessing, David Greig, Ron Hutchinson, Stephen Jeffreys, Joy Wilkinson) con la regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani. E’ un’epopea con personaggi “veri” –storicamente esistiti, esotici e non-  raccontata con stili molto diversi: dalla spy-story all’inchiesta giornalistica, dalla commedia da camera al film hollywoodiano anni Trenta. L’obiettivo del progetto era fare luce su un paese che è da tempo sulle prime pagine di giornali e tg, ma di cui non sappiamo niente o quasi: “Ma chi sono questi talebani?” “Un’etnia, una setta dell’Islam, una tribù?” “Perché il terrorismo viene proprio da lì, se davvero viene da lì?” “Come è cominciato tutto?” “Perché inglesi, russi americani tengono tanto a questo paese?”.

Afghanistan, il grande gioco di Lee Blessing, David Greig, Ron Hutchinson, Stephen Jeffreys, Joy Wilkinson, regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani

Lo spettacolo parla dei rapporti tra l’Afghanistan e l’Occidente dal 1842 a oggi. I primi cinque quadri arrivano fino al 1996 (attesissimi i prossimi episodi!). Il programma di sala sottolinea che si tratta di una metafora di tutti gli errori fatti dall’Occidente in Medio Oriente e Asia.
Anche se la Storia non si fa con i “se” uscendo dal teatro gli spettatori si chiedono con passione come sarebbe andata a finire se il presidente Najibullah non avesse fatto la fine che ha fatto. Quella di David Grieg, Minigonne a Kabul, la micro-pièce che chiude la prima parte, è un dialogo-intervista fra una giornalista e l’ex premier afghano Najibullah, prigioniero nel complesso delle Nazioni Unite di Kabul. Fuori si combatte, gli spari si fanno sempre più vicini. Nelle ultime battute la giornalista racconta a Najibullah cosa si immagina che gli stia per succedere (e che in effetti gli succederà).

Questa mattina. Il 27 settembre 1996 Kabul cade nelle mani dei talebani. L’ONU non manda un elicottero a recuperarla. (…) Uomini armati fanno irruzione nel complesso appena prima dell’alba. I talebani la catturano. La picchiano. La castrano. Legano il suo corpo moribondo a una jeep e vanno in giro per il complesso trascinandola nella polvere. Alla fine la portano ad un incrocio stradale molto trafficato e lì la impiccano a un lampione di cemento. Le mettono soldi nelle tasche e sigarette in bocca come simbolo della sua decadenza.

Orribile, barbaro. Ma come sarebbe andata a finire se “i nostri” (“L’ONU sono i nostri, giusto?”) lo avessero salvato? Najibullah non era certo uno stinco di santo, era anche comunista. Ma forse era “il meno peggio”. Forse a qualcuno viene in mente Gheddafi, e magari anche Bashar Al Assad, o quel verso di Guccini su “quello che può ancora far la CIA, santi dell’occidente, per gli USA, e così sia…”. Sapremo mai la verità?
È quasi un paradosso che su questi temi il teatro possa informare più e meglio degli altri media, coinvolgere, rendere consapevoli. Ma gli spettatori italiani lo hanno già verificato, decretando il successo del teatro di narrazione negli ultimi trent’anni: chi ci ha detto la verità sul Vajont, chi ha spogliato dalla retorica e ci ha restituito la Roma delle Fosse Ardeatine?

Acqua di colonia di e con Elvira Frosini e Daniele Timpano

Acqua di colonia, Ph. Laura Toro

Anche Acqua di colonia di Elvira Frosini e Daniele Timpano parla di Storia, con forma e stile molto distanti dal teatro di narrazione. Parla di una vicenda quasi altrettanto lunga e che conosciamo altrettanto male, ma che ci coinvolge più direttamente: la nostra avventura coloniale. Anche in questo spettacolo (come in Afghanistan) la sequenza finale genera orrore: gli attori rientrano in controluce con maschere antigas di Topolino e guanti bianchi (quelli di Topolino in Abissinia che ci hanno raccontato poco prima), raccolgono e infilano in sacchi neri tutta la paccottiglia coloniale sparsa sul palco. I “nostri” non arriveranno mai ed è chiaro che i cattivi non sono i truci talebani: i cattivi siamo noi, gli “italiani brava gente”. Non c’è speranza, quello che ci è stato raccontato è successo: possiamo solo provare un po’ di pena per noi stessi (per quello che eravamo, e forse un po’ siamo ancora) mentre parte Addio sogni di gloria di Claudio Villa, 1949 (parole e musica di Innocenzi/Rivi), nella versione cantata da Giuseppe Di Stefano. Una “musica struggente”, dice la didascalia del testo, pubblicato da Cue Press nel 2016 (oltre al testo, il volume contiene “Amnesie italiane”, saggio-prefazione di Igiaba Scego, e “L’Italia e il colonialismo trasparente”, intervista a  Elvira Frosini e Daniele Timpano di Graziano Graziani), una romanza per voce potente, di quelle che non ti escono dalla testa e che poi canticchi per giorni. Ma non è solo una di quelle astuzie registiche che risolvono i finali: è anche l’ultimo segno controverso, ambivalente, che ci manda uno spettacolo duro e divertente, esplicito e complesso: è il balsamo della nostalgia, che può essere un controsenso, che può essere ingiusta, ma non è necessariamente fascista:

… inesorabile il tempo tracciava il cammino
e a testa china anneghiamo nel nostro destino.
Addio Sogni Di Gloria
addio castelli in aria.
Guardo con sordo rancore la mia scrivania
cerco a scacciare ma invano la monotonia…

Acqua di colonia, Ph. Ilaria Scarpa

Anche Indro Montanelli, uno dei personaggi che affollano Acqua di colonia, ricorda i suoi anni da ufficiale in Etiopia, anni da razza padrona, come un’esperienza memorabile: l’avventura coloniale è formativa, senza contare il coté erotico (con sposa, “animalino docile”, dodicenne bambina, comprata e rivenduta): “Io compiango i giovani che non hanno avuto una simile esperienza”.
Ma se l’assurdità  del colonialismo tardivo degli anni Trenta era chiara all’anziano giornalista (mezzo secolo dopo), è utile ricordare che a cavallo tra Ottocento e Novecento tutti o quasi si erano entusiasmati per questa partita di Monopoli Globale, in cui Francia, Inghilterra, Belgio, Germania si erano già presi tutto, e in questa ultima mano a noi toccava al massimo Vicolo Stretto, ovvero Abissinia e Libia.

Bilbolbul, protagonista del primo fumetto italiano di Attilio Mussino (1908).

È entusiasta il socialista Labriola. Un grande poeta come Giovanni Pascoli saluta la Guerra di Libia (anzi la guerra italo-turca del 1911) come una magnifica opportunità per “la grande proletaria”: è l’Italia dei lavoratori senza lavoro, che emigravano a centinaia di migliaia verso le Americhe, e avrebbero ora potuto guardare all’Africa come alla “quarta sponda”. È entusiasta il “Corriere dei Piccoli”: i nostri bisnonni delle classi medie crescono con Bilbolbul di Attilio Mussino (1908), il negretto surreale protagonista del primo fumetto italiano.
Eravamo colonialisti, insomma. Lo siamo stati per sessant’anni, e non solo nel ventennio: i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri bisnonni sono stati bombardati dalla propaganda colonialista. Non è accaduto tanto tempo fa.
Acqua di colonia è molto ben documentato dal punto di vista storico: non è uno spettacolo-saggio, ma Frosini e Timpano vogliono che al pubblico sia ben chiaro cosa è successo attraverso intermezzi-“bignamini” molto utili per non perdere le coordinate.

– Eritrea 1890
– Somalia 1905
– Libia 1911
– Etiopia 1936 (in Etiopia-Abissinia ci avevamo già provato, senza successo): nonostante tutte le strade e i cinema che ricordano quei luoghi, la battaglia dell’Amba Alagi, del 1985 e quella di Adua, del 1896, sono pesanti sconfitte. I Cinquecento dell’omonima piazza di Roma sono i soldati italiani massacrati a Dogali, in Etiopia, nel 1987.

Acqua di colonia, Ph. Laila Pozzo

Tutto cominciò nel 1882, quando l’armatore Rubattino – nella migliore tradizione mercantile, britannica ma anche genovese – vendette al governo italiano la base di Assab sul Mar Rosso.
E non bisogna dimenticare l’apertura del Canale di Suez, nel 1869: senza Suez di certo non saremmo andati in quell’angolo del mondo che chiamiamo Corno d’Africa. E senza Suez soprattutto non ci sarebbe Aida: commissionata e molto ben pagata al maestro Verdi dal Kedivé d’Egitto, Ismail Pascià, per l’inaugurazione del Canale. “Aida” e il suo Radames vengono più volte evocati e tornano più volte nella colonna sonora dello spettacolo: è il nostro immaginario orientalista, che più lontano dall’Egitto non potrebbe essere. L’opera di Verdi  è un capolavoro, ma è anche una traccia di quel razzismo (inconsapevole, innocuo?) che fa parte di noi e che non vediamo come tale.
La guerra d’Etiopia (quella che ci ha dato l’Impero) è stata una guerra seria:

Sette mesi di guerra, solo sette mesi, ma in sette mesi noi utilizziamo: 500.000 soldati (quanto gli Stati Uniti In Vietnam in 15 anni), 90.000 quadrupedi, 14.000 automezzi, 10.000 mitragliatrici, 1100 cannoni, 350 aeroplani, 250 carri armati, 350 tonnellate di gas, 84.0000 maschere antigas.

Storici, politici e giornalisti hanno bisticciato per anni su questa storia del gas, che è incontrovertibile. Eppure avevano a disposizione una fonte molto autorevole:

TOPOLINO (cantando): “Su compagni! in alto i cuori!/finché uniti noi sarem mostreremo a questi mori/come vincer noi saprem.”
COMANDANTE  Alt! Come vi chiamate?
TOPOLINO Topolino (…)
COMANDANTE Dite un po’: chi vi ha armato?
TOPOLINO Nessuno. Mi sono armato da solo: ho la spada, il fucile, una mitragliatrice sulle spalle e mezzo litro di gas asfissiante nella borraccia.
COMANDANTE E cosa intendete farne?
TOPOLINO Appena vedo il Negus lo servo a dovere (…) Ho premura, ho promesso alla mia mamma di mandarle una pelle di moro per farsi un paio di scarpe.
COMANDANTE Benissimo! Ah! ah! ah!TOPOLINO A mio padre manderò tre o quattro pelli per fare i cuscini della sua balilla. E a mio zio un vagone di pelli perché fa il guantaio.
(Da Topolino in Abissinia, parole e musica di Ferdinando Crivelli, 1935)

E in effetti quella guerra fece

4.000 morti italiani, 4000 morti di truppe indigene italiane, 9.000 feriti; 275.000 morti e 500.000 feriti fra gli etiopi incendiati, impiccati, infilzati, gassati, stuprati, pugnalati, decapitati, e poi fotografati e le foto i bianco e nero imbustate e  spedite in Italia come ricordino.

Acqua di colonia, Ph. Ilaria Scarpa

Colonialismo e razzismo non sono sinonimi, ma vanno a braccetto: “Il razzismo contemporaneo e il razzismo colonialista hanno punti in comune, una continuità storica che non possiamo ignorare se vogliamo veramente cambiare lo stato delle cose”, sostiene Igiaba Scego, scrittrice e studiosa italiana di origini somale, anche consulente dello spettacolo, nella prefazione al testo.
Ma il passaggio non è né automatico, né semplice, spiega Elvira Frosini nell’intervista a Graziano Graziani: “Non si tratta di guardarsi dentro e di scoprirsi razzista, perché il discorso è più sottile: si tratta di realizzare che, nelle parole che usiamo, c’è qualcosa di non completamente risolto”. Lo spettacolo cerca di evitare le semplificazioni e affrontare le contraddizioni, incluse quelle insite in molte posizioni che “attengono a un colonialismo economico che nessuno, davvero nessuno si sogna di mettere in discussione”. Le precedenti incursioni “storiche” di Daniele Timpano riguardavano le “amnesie nazionali”, erano “una sorta di interrogazione che il presente fa nei confronti del passato” (ancora dall’intervista), ma si ricollegavano a una memoria recente (Aldo Morto) o relativamente condivisa (Dux in scatola, Risorgimento pop: i testi sono pubblicati in Storia cadaverica d’Italia: Dux in scatola, Risorgimento pop, Aldo Morto di Daniele Timpano, a cura di Graziano Graziani, Titivillus, Corazzano-Pisa, 2012, con scritti di Antonio Audino, Graziano Graziani, Lorenzo Pavolini. Paolo Puppa, Attilio Scarpellini). I cadaveri eccellenti di Moro, Mussolini e Mazzini che li animavano erano una metafora del “corpo sociale in disfacimento del paese”, una metafora che si è fatta ancora più esplicita, fin dal titolo, nel successivo Zombitudine di Elvira Frosini e Daniele Timpano.
Anche Acqua di colonia “riguarda l’identità di questo paese a partire dalla sua storia”, ma in questo caso l’amnesia è più profonda e complessa: non sappiamo quasi niente del nostro passato coloniale (non c’è quasi sui libri di storia), ma la rimozione stessa è parte della storia. La rimozione: è questo il vero tema dello spettacolo. Si tratta quindi di scavare in una memoria biografica collettiva sepolta, colmare gli omissis connessi a un fatto storico inequivocabile, che ha attraversato periodi storici diversi e è durato sessant’anni, guardare in faccia la rimozione.
Lo spettacolo sceglie di metterlo subito in chiaro:

Acqua di colonia, Ph. Ilaria Scarpa

Nella prima parte di Acqua di colonia abbiamo voluto un ‘ospite nero’, in scena con gli attori. Non un attore a sua volta, ma una figura silenziosa ‘senza diritto di parola’. L’ospite – a ogni replica diverso – viene trovato di volta in volta nelle città dove si rappresenta lo spettacolo. Una persona nera, se possibile originaria di una ex colonia italiana in Africa, preferibilmente donna, preferibilmente afro-italiana di seconda generazione, o comunque qualcuno che sia in Italia da qualche anno e capisca bene l’italiano. Preferiamo che l’ospite non conosca lo spettacolo e lo ascolti in scena per la prima volta, ma cerchiamo di incontraci, conoscerci prima e parlarne assieme. Il discorso non è affatto “pornografico”: non mettiamo in scena una persona traumatizzata, tolta da un centro per rifugiati, da offrire in pasto alla bulimia visiva degli spettatori o alla pietas da salotto, né vogliamo mettere in crisi la persona ospite, ma lavorare sulla percezione stereotipata, sui pregiudizi, sui sensi di colpa, sul buonismo di chi guarda, sulle inevitabili proiezioni che facciamo – nostro malgrado: da italiani, da occidentali- su un corpo nero.

L’ospite silenziosa è una presenza assieme discreta e disturbante: il pubblico inizialmente ne è fortemente consapevole, poi l’impressione è che se ne dimentichi, a intermittenza, proprio come intermittente è il senso di colpa.
C’è una battuta (chi l’ha detta per primo?): “Non mi fa paura Salvini in sé, ma il Salvini in me”. La signora di colore è lì (a Milano era effettivamente una donna, sui trent’anni, su una sedia minuscola), probabilmente imbarazzata, testimone senza diritto di parola, e per il fatto stesso di esistere ci guida alla scoperta del nostro razzismo profondo, quello non percepito, quello che non sospettavamo. Nello spettacolo c’è il razzismo da bar, quello dei buoni sentimenti, quello un po’ lombrosiano, ma  anche un razzismo colto-filosofico che si confonde coi luoghi comuni ben radicati: “I Negri d’Africa non hanno ricevuto dalla natura alcun sentimento che si elevi al di sopra della stupidità” (questo lo ha detto Kant). “Moriranno sempre di fame, se qualcuno non li governa non ce la faranno mai” (questa lo dice la cugina Veronica). “Zoologicamente, e non storicamente sono uomini. Si cerca di addomesticarli e addestrarli, ci si sforza di svegliarli a uomini, è ciò che si chiama l’incivilimento dei barbari e l’umanamento dei selvaggi” (questo è Benedetto Croce). Voci simili hanno reso possibili le leggi razziali: prima degli ebrei hanno riguardato proprio loro, gli africani.  Del resto  la loro invadenza ha radici lontane: l’Homo Sapiens non arrivò forse dall’Africa 40.000 anni fa per soppiantare il povero Neanderthal? “Io sto con Neanderthal, #JesuisNeanderthal”.
Acqua di colonia è un cabaret grottesco, sarcastico, tragicamente divertente, implacabile, che utilizza una grande varietà di materiali, letterari e di costume: la canzone, il cinema,  giornali e fumetti, pubblicità, guide turistiche, memoriali, la sterminata produzione narrativa e di propaganda, la produzione dell’immaginario insomma (a livello di immagine, parole, musica). Tutti “filtri” estremamente fertili, in cui prende forma la memoria collettiva,  e che consentono di mescolare alto e basso, contaminando, dissacrando, secondo il metodo e lo stile inconfondibile degli spettacoli di Elvira Frosini e Daniele Timpano. Renato Palazzi l’ha accostato a certe operazioni di Paolo Poli, e il confronto convince: meno eleganza certo, altrettanta provocazione, maggiore cattiveria.

Acqua di colonia, Ph. Ilaria Scarpa

Questa volta – rispetto agli spettacoli precedenti – il materiale è ancora più ricco, vario e complesso. Lo spettacolo è forse straripante, è stato concepito in due parti distinte che in qualche misura si sovrappongono (e qua e là qualche taglio nella versione completa  sarebbe stato possibile e opportuno): si avverte l’urgenza di dire e spiegare tutto, ribattere, contraddirsi, riprendere e rimontare. Ci sono personaggi e situazioni che ritornano come tormentoni. La sensazione di affanno che se ne ricava è anche una cifra stilistica: nella recitazione rapida e smozzicata di Daniele, che è ormai parte della sua maschera. E’ tuttavia una maschera che gli consente innumerevoli variazioni, anche grazie alle tante sfumature del romanesco (quello colto, quello televisivo, quello delle borgate, quello burino, del Lazio profondo), e consente di passare da una corda all’altra in tempi rapidissimi: c’è la corda  impaziente-arrogante, quella ignorante e volgare, quella imbarazzata e timida, tendenzialmente sempre sulla scala tonale che va dall’ironia al sarcasmo, tanto che si cali nei panni di Montanelli che del sindaco di Affile.

Acqua di colonia, Ph. Ilaria Scarpa

Elvira è un personaggio jolly come Daniele, ma si ritaglia in questo spettacolo alcune interpretazioni irresistibili, soprattutto Faccetta nera, proprio lei, uscita dalla canzone che ci vergogniamo a cantare, borgatara africana che urla le sue rivendicazioni in afro-romanesco:

Giao. Zo’ Faggedda Nera. Guella vera. Nera nera audendiga. Faggedda nera, gh’ero abizzina e mo’ghe zo? Famosa. Io so’famosa. (…) Zarai idaliana, zarai romana. Embé, mo’ zo’ romana  e sto a margià zu Roma.

Non è una macchietta, è un personaggio di ieri e di oggi: Elvira ha lavorato in spettacoli precedenti sull’immaginario maschile, romantico, fascista.
Elvira Frosini si prende anche la responsabilità di incarnare-smitizzare un Pasolini sprezzante, con la sua Africa arcaica, con Ninetto Davoli come negretto, e la corte postuma di chi lo cita a sproposito. E smascherare anche “La mia Africa”, il libro di Karen Blixen e il film con Maryl Streep: chi non l’ha visto? Come è grottesco il “mal d’Africa” di Karen Blixen: “Io conosco il canto dell’Africa… Ma l’Africa conosce il mio canto?” e quei guanti bianchi che mette e toglie nel finale al cameriere masai…

Elvira Frosini e Daniele Timpano

Elvira Frosini e Daniele Timpano non sono una coppia scenica solo per l’affiatamento, i ritmi, la duttilità che li rendono quasi intercambiabili (se non per il dettaglio – in fondo irrilevante – di genere), la complementarietà degli interessi e della ricerca (dall’intervista si direbbe più attento alla storia lui, più ad aspetti sociologici e di costume lei), e per il linguaggio comune che hanno trovato, ma per la “coerenza fisica” rispetto ai contenuti dei loro spettacoli: fisicamente così esili, un po’ alla Woody Allen, sono quanto di più antieroico e antiretorico si possa immaginare.
Il bar e le battute da aperitivo (metropolitano, radical-chic) fanno da prologo: il fastidio per la presenza degli immigrati venditori di rose (e di un po’ di tutto), la loro invadenza, il nostro assurdo senso di colpa. I due attori si chiedono se/come (anche un po’ per liberarsene) si possa fare uno spettacolo sul nostro passato coloniale (perché anche noi abbiamo avuto le colonie): è  un  pretesto funzionale a evocare, immaginare, cucire i materiali.
L’elenco delle suggestioni è infinito – dalla Mamy di Via col vento a Bob Marley – ma l’immaginario global si restringe presto a quello italiano. Le fonti letterarie più suggestive sono Marinetti, Sem Benelli, Pirandello, D’Annunzio, fino alla stessa Igiaba Scego, e naturalmente memorie di gerarchi e di esploratori.
Imperdibile è la prosa della “Guida turistica dell’Africa orientale” del 1938, della Consociazione turistica italiana (così si chiamava allora il Touring Club): paesaggi sterminati, altopiani, grandi fiumi, baobab, sicomori e acacie, e quei paesaggi “ove la vita umana si svolgeva pur ieri come ai tempi biblici”. E le popolazioni locali: “i tigrini, gli amara o gli scioani, che sono di carattere chiuso e orgoglioso, volubili dissimulatori, accorti  parlatori (come tutti gli orientali)”. (Sarebbe interessante cercare qualcosa di simile, quanto a luoghi comuni,  nelle guide di oggi). Ma questa gente, sebbene infida, chiusa  o estroversa, ci ama. Ama noi italiani:

La bruna venditrice di banane
mogadisciane mogadisiciane
ascolta quel ragazzo e si compiace
perché le piace, perché le piace.
Potesse dir qualcosa
in quella lingua estrosa
direbbe marinaio d’Oltremare
ti voglio amare, ti voglio amare

Acqua di colonia, Ph. Ilaria Scarpa

E’ una canzone di Carlo Buti del 1934. Le tante canzoni dimenticate o curiose sono fra i momenti più divertenti dello spettacolo. Canzoni molto fasciste come Sanzionami questa (nel ’35 i sanzionati/invasori eravamo noi): “Sanzionami questa, amica rapace, lo so che ti piace, ma non te lo do” (Rodolfo De Angelis). O decisamente patriottiche, non troppo pacifiste (ma totalmente sdoganate e infinitamente replicate): “Tripoli, bel suol d’amore/ ti giunga dolce questa mia canzon,/sventoli il Tricolore sulle tue torri al rombo del cannon!” (1911, di Arona e Corvetto).
Più vicino a noi, lo spettacolo smaschera i buoni sentimenti di “Angeli negri” (la canzone sudamericana del ’48, cantata poi da molti) e ripropone come un tormentone una variante di una famosa scenetta televisiva di Tognazzi (che a quella canzone si ispirava): Daniele-negretto insiste che un negretto sia messo “nello spettacoletto”.
E ci sono I vatussi di Edoardo Vianello (che ancora imperversano in rete con varianti animate agghiaccianti), non troppo più politically correct di “Odio il Kebab/e il Ramadan/Mando affanculo/ quel porco di Allah” (Anonimo, da internet 2014).
E se Topolino in Abissinia, con la sua smania di fare stragi, è davvero molto fascista e ci fa sorridere, il sindaco di Affile (Daniele) che inaugura il monumento finanziato dalla Regione Lazio al Generale Graziani – che di quelle stragi era il mandante – ci fa ridere con sdegno:

Che, non v’ammiriamo sa. In quanto omo e in quanto affilano.

Il cortocircuito fra passato e presente ritorna nella pubblicità (quella del caffè, non molto diversa da quella delle caramelle Morositas), mentre tutta contemporanea e molto provocatoria è la  “torta svedese” a forma di donna nera dell’artista Makode Aj Linde, da un museo di Stoccolma.
Poi ci sono i temi di scuola degli anni Ottanta (bambini dell’età del pubblico: “potreste averli scritti voi!”), raccolti da Paola Tabet (La pelle giusta, Einaudi, Torino, 1997):

Io non voglio i genitori neri. Se andassi a fare passeggiate con loro le more appassirebbero… La loro vita è ostacolata dal diavolo.
Se io ero stato negro io mi sentivo trattato a calci nel sedere. Meglio essere dinosauri.
Noi dovremmo rispettarli di più perché anche loro sono delle creature umane.
Io a loro vorrei bene come se fossero della pelle giusta.

E c’è il bambino UNICEF: è uno scimmiotto di peluche sistemato sulla seggiolina dell’ospite dell’inizio, non è la voce in falsetto dei negretti precedenti, è “una voce molto educata, con ottima dizione” (la voce registrata è quella di Sandro Lombardi).

Ciao. Sono il povero essere piagato da infinite miserie, primissimo piano, mezzo nudo, con la pancia gonfia, la faccia scheletrica, occhi troppo grandi e malati. (…)
sentiti una merda, sentiti in colpa, stronzo sgancia i soldi. (…)
Ecco, sarebbe ora che mi facessero parlare perché avrei due cose importanti da dire, almeno due fatemele dire: la prima è che il vostro cinema, come la vostra pubblicità, fa veramente pena (…). La seconda è che sarebbe ora che mi pagaste i diritti e i miliardi di pose in arretrato. Grazie.

Non c’è ONG o ente benefico che tenga, non c’è assoluzione per nessuno in questo spettacolo molto maleducato, ma molto educativo: “Acqua di colonia in fondo è solo una chiave, una piccola chiave per aprire la porta del nostro futuro. Sta a noi interiorizzare questo messaggio cacofonico e iperrealista e cercare la porta che ci salverà”, dice Igiaba Scego.

 

PROSSIME DATE

ACQUA DI COLONIA

durata 1h 50′

ACQUA DI COLONIA: 14 giugno ore 21, Teatro Sociale di Gualtieri, Gualtieri (Re)

ACQUA DI COLONIA: 17 giugno ore 21, Festival delle Colline Torinesi_Torino Creazione Contemporanea, Teatro Astra – Torino

ZIBALDINO AFRICANO: 1° parte di #Acquadicolonia, 27 giugno ore 21
Barfly – il teatro fuori luogo, Brescia

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