Lo spettatore al centro

L'intervista di Lorenzo Donati per Dioniso e la nuvola

Pubblicato il 14/06/2017 / di / ateatro n. 162 / 0 commenti /
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Questa intervista è parte integrante del progetto Dioniso e la nuvola. L’informazione e la critica teatrale in rete: nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici. Alla base del volume edito da FrancoAngeli c’è una serie di interviste a giovani critici teatrali, realizzate da Giulia Alonzo, disponibili su ateatro.it alla pagina http://www.ateatro.it/webzine/dioniso-e-la-nuvola/.

Lorenzo Donati, giornalista e critico teatrale, è tra i fondatori di AltreVelocità, gruppo attivo fra giornalismo, radiofonia ed educazione dello sguardo. Collabora con la rivista “Gli Asini”, fa parte della giuria dei Premi Ubu e si occupa di progettazione culturale collaborando con enti e istituzioni pubbliche. Coordina laboratori per spettatori, percorsi di divulgazione e workshop di giornalismo critico presso scuole secondarie, università e teatri sul territorio nazionale.

G: Chi è Lorenzo Donati e come arriva al teatro.

L: In seguito a vari avvenimenti, mi sono avvicinato al teatro alle scuole medie, avevo un maestro al quale piaceva molto farci far teatro e dopo ho continuato individualmente. Ho frequentato le superiori a Ravenna e venivo portato a teatro dai genitori. Questi fatti mi hanno consentito di iscrivermi e partecipare alla Non-Scuola del Teatro delle Albe e allo stesso tempo, durante il percorso scolastico, avere a che fare con il teatro. Grazie sempre alle Albe, al Teatro Rasi, oltre alla stagione di prosa che frequentavo con la famiglia, avevo un’offerta teatrale di ricerca di alto livello. Grazie a questo ambiente ho voluto dedicarmi al teatro, quindi mi sono iscritto al Dams di Bologna e gradualmente ho pensato che la scrittura fosse la risposta più congeniale al mio desiderio di stare nel teatro; quindi ho iniziato a scrivere e successivamente sono diventato giornalista.

G: Altre Velocità. Qual è il suo obiettivo attuale?

L: E’ una domanda abbastanza complessa, abbiamo oltre 10 anni. Nasciamo nel 2005 fondamentalmente come scommessa, sotto la guida di Massimo Marino, come giornale del festival a Prato, a Contemporanea. Alla fine dell’esperienza, un po’ inconsapevolmente, abbiamo provato a fondare un gruppo più stabile che osservasse e raccontasse gruppi di teatro contemporaneo. I primi anni sono stati di assestamento poi abbiamo iniziato a sperimentare varie forme di critica, arrivando col tempo ad affermare diverse pratiche a mezza via tra progetti creati in autonomia e occasioni in cui siamo stati invitati a collaborare. Credo che il nostro percorso sia stato un tentativo di rispondere alla lagnanza del “non ci sono spazi”: lavorare nei festival, fare laboratori con studenti di scuole medie superiori e con universitari, con i quali poi creiamo i giornali dei festival all’interno di quotidiani locali oppure su fogli autoprodotti, coordinare incontri pubblici, inventare cicli di puntate radiofoniche dal vivo, che poi abbiamo iniziato a registrare facendole diventare una sorta d’archivio, e ovviamente la scrittura critica. Questo è un elenco parziale delle nostre attività, accomunate dall’idea di chiedersi di che cosa ci fosse bisogno e quale spazio utilizzare. Siamo partiti da paesini dove a vedere gli spettacoli di danza c’erano solo i vecchietti del posto e che avevano in mano il nostro foglio critico, quindi era una sorta di critica in diretta con un riscontro molto forte, sapevamo esattamente chi era il lettore e perché ti stava leggendo. Poi abbiamo sperimentato diversi formati, come il libro scritto nel 2011 grazie a un progetto della regione Emilia Romagna sui teatri di Fanny e Alexander, Socìetas Raffaello Sanzio, Motus e Teatrino Clandestino, qualcosa con una consistenza più duratura di una recensione. Questo è stato l’esempio più formalizzato in uno spettro di pubblicazioni spesso autoprodotte (1). Ultimamente, per segnare un approdo parziale e attuale della nostra storia, ci siamo spostati sulla pedagogia e sulla formazione del pubblico. Organizziamo laboratori nelle scuole, percorsi di audience engagement in teatri di periferia, audience club presso festival internazionali e incontri tra pubblico e artisti, che in alcuni casi sono avvenuti in librerie per portare il teatro in luoghi non teatrali. Cerchiamo anche di affiancare alla pratica momenti di approfondimento teorico, con convegni e incontri pubblici in forma seminariale (tra tutti il percorso “Crescere nell’assurdo”, che fa parte del più ampio progetto “Crescere spettatori”, finanziato dal DM 1° luglio 2014 nel 2015 nella sezione dei progetti di “formazione del pubblico” (si veda www.crescerespettatori.altrevelocita.it). L’urgenza della scrittura è passata in secondo piano rispetto ad azioni che secondo noi sono legate al teatro e sono comunque molto importanti per la critica teatrale. Non c’è solo scrittura.

G: Sul sito di AltreVelocità si legge: favorire le relazioni fra le arti e la società; confronto con gli spettatori; propone strumenti di analisi critica e divulgazione. Lo spettatore è al centro del vostro intento.

L: Ma lo è sempre stato.
“Critico” oggi è una parola molto complessa, perché il fare critica oggi non è una professione, o quanto meno non rappresenta la nostra entrata principale.
Un dato di fatto con il quale bisogna confrontarsi, che di per sé non costituisce problema, ma che spinge a interrogarsi sul perché lo si stia facendo, soprattutto in una società che non riconosce la professione del critico. Questo è il punto fondamentale: se la società non riconosce la tua funzione non c’è neanche qualcuno che la paga. Ci sono tentativi per avere delle entrate, ma tutti molto faticosi. Questa non è una lamentela, ma un semplice prendere atto per vedere dove ci porta. E se ci porta lontano dalla scrittura, ben venga. Questo è il punto sul quale mi piacerebbe discutere al giorno d’oggi.
Lo spettatore c’è sempre stato, dipende dai momenti e dagli accenti. Ci sono momenti, fasi o articoli in cui si può vedere chiaramente che il critico si rivolge prevalentemente agli addetti ai lavori, agli artisti e agli organizzatori, ma ci sono altre fasi, articoli o progetti, in cui ci si rivolge prevalentemente al pubblico. Per rispondere più direttamente, oggi, più che in passato, c’è bisogno di percorsi che riguardino e che si rivolgano agli spettatori, o almeno tentino di creare nuovi spettatori, che in questo momento sono pochi. Non mi interessano i discorsi generici di chi ribadisce costantemente che dobbiamo rivolgerci al pubblico, che dobbiamo pensare al pubblico, che prima di tutto viene il lettore, che dobbiamo farci capire ecc, come se fossimo in grado di elevarci o “scendere” verso un supposto livello medio in grado di essere compreso da tutti. Oltre a essere un concetto impossibile da mettere in pratica, dato che ognuno di noi pensa e agisce in base al proprio bagaglio culturale, lo trovo un modo di pensare pericoloso, un po’ populista e arrogante: come se chi scrive avesse una verità da trasmettere a una massa di ignoranti da coltivare. Al contrario: ben venga la diversità! Ben vengano le differenti prospettive! Rivolgersi a più persone possibili, creare nuovo pubblico è un processo lento e complesso, non basta certo il richiamarsi a uno slogan e adottare uno “stile medio” di scrittura che in realtà non esiste. Quello che invece esiste, ahinoi, è un “giornalistichese” contaminato e medio, che ha portato alla graduale scomparsa dell’approfondimento culturale sui quotidiani.

G: Un po’ mi hai già risposto, ma chi è il critico oggi e che ruolo ha?

La risposta che ti ho appena dato è un “come dovrebbe essere”. Ora provo a rispondere con il “come è”, risposta necessariamente più aperta. Ci sono infatti ancora critici di impostazione novecentesca che scrivono sui giornali e che si rivolgono a un pubblico abbastanza ampio però con spazi molto piccoli, che però sono tenuti in grande considerazione nel mondo teatrale. Forse sono in esaurimento, però è una figura che ancora esiste. Poi ci sono i critici che scrivono sul web e tentano di mettere in pratica la funzione del recensore che osserva, analizza, e divulga. Si tratta di un semplice “spostamento” che non implica una riflessione concreta sulla propria identità. Poi c’è la critica di cui stiamo parlando e che a me personalmente interessa, una critica la cui funzione è allargata e comprende tante azioni oltre a quella della scrittura. La funzione critica si può quindi esplicitare in un laboratori, in progetti di incontro col pubblico, oppure lavorando e curando progetti dentro festival e in tante altre forme. Oggi il critico dovrebbe essere tutte queste cose. Con una formula un po’ ad effetto, risponderei che il critico dovrebbe essere colui che tenta di ricostruire una funzione critica all’interno della società, dotandosi degli strumenti che ritiene più opportuni. Fra questi c’è anche la scrittura, ma è solo uno fra i tanti. Chi si ostina a usare solo la scrittura appellandosi a presunte integrità di sguardo credo si stia aggrappando ai principi di un mondo che oggi non esiste più, che è stato superato e che ci rende inevitabilmente inefficaci.

G: Cosa vuol dire per un critico sporcarsi le mani?

L: A questo ti ho già risposto, sono tutte quelle attività al di là della scrittura. È una grandissima e vecchissima questione, cioè scendere al livello del teatro che si fa, affiancare i processi, consigliare gli artisti, fare progetti editoriali e radiofonici. È opportuno e inevitabile sporcarsi le mani.
A questa domanda io ti darei una risposta un po’ perentoria: sporcarsi le mani è una questione sine qua non dell’essere critici oggi e non lo dico io nel 2010, ma è una vecchia questione che già i nostri “padri”, come Franco Quadri e Giuseppe Bartolucci avevano dibattuto. Queste figure, attraverso le loro azioni hanno reso lo sporcarsi le mani una condizione necessaria dell’essere critici. Franco Quadri si è sporcato le mani quando ha inventato la casa editrice Ubulibri, curando programmi radiofonici, presiedendo premi di drammaturgia, attività che ha portato avanti durante tutta la seconda metà del Novecento. Io credo che chi voglia oggi fare la critica non possa prescindere da questa esperienza e da altre, non si può tornare indietro.

G: Ma non c’è il rischio di essere un po’ al limite di onestà intellettuale?

L: Ci sono limiti che bisogna darsi, sapendo che questa professione, così operando, diventa molto più complicata. L’onestà intellettuale, quindi, si misura su noi stessi: è bene non scrivere di un festival o di una compagnia se si è direttori di quel festival o l’ufficio stampa di quella compagnia. Ma questo lo si capisce da soli, sta all’onestà intellettuale di chi scrive. Anche perché, se si concepisce la critica come ho detto poco fa, è inevitabile stringere relazioni di amicizia, con il rischio che la purezza o un certo distacco vengano meno. Come scrivere facendo proprio un certo distacco, nonostante tutto? Non è impossibile, ma solo più difficile. Le condizioni ci hanno portato qui, ben venga questo problema, che va affrontato e non evitato.

G: L’autorità del critico, tornando a Franco Quadri. Una figura militante alla Quadri oggi è possibile? Ha ancora senso?

L: Franco Quadri è stato un padre putativo di molte delle nostre esperienze, anche se si è registrata attorno alla sua figura anche un certo “rigetto”, a mio parere abbastanza puerile. Credo che ci sia bisogno di figure simili alla sua. Lui si muoveva in un ambiente e in un tempo ancora disposti, seppur in casi rari, a riconoscere una sorta di autorevolezza alla figura della critica, e non a caso lui ha gestito una rubrica sul principale quotidiano nazionale per anni. Ci sarebbe bisogno di capire come sia possibile, in maniera non isolata, ricostruire una certa autorevolezza per la figura del critico, solo che questa domanda non può che andare di pari passo con una domanda più generale: come ricostruiamo autorevolezza al teatro e alla cultura in Italia? Un critico autorevole senza un teatro autorevole non esiste. Noi scontiamo un problema più grande, che è un problema culturale del nostro paese. Franco Quadri è un modello da seguire, la miriade di azioni che ha messo in moto ci siano da esempio, da sprone, da modello.

G: Da chi viene letto e per chi scrive oggi il critico?

L: La risposta è sempre un po’ schizofrenica e ambivalente. Ti dovrei rispondere sdoppiandomi: da una parte ti posso dire per chi effettivamente scrive, dall’altra posso tentare di dire per chi dovrebbe scrivere. Adesso il critico scrive per (ride) poche persone, secondo me le potremmo addirittura contare. Il critico scrive e si rivolge prevalentemente agli addetti ai lavori, a quel piccolo nucleo di persone che fanno parte dell’area di cui si occupa. Sono convinto che questo valga più o meno per vari ambiti disciplinari, non solo il teatro vive tale situazione. Forse nel teatro si avverte di più perché di per sé, soprattutto il teatro contemporaneo di ricerca, ha un peso ridotto nel dibattito culturale italiano. Anche i critici di arte e di cinema si rivolgono agli addetti ai lavori e agli appassionati, solo che ce ne sono di più rispetto a quelli teatrali. Quindi ci rivolgiamo a pochissimi, che leggono cose che già conoscono, mettono i like sui social e che vanno già a teatro. Detto ciò, vedo che molti coltivano il sano desiderio di rivolgersi a tanti di più, avendo però a disposizione degli strumenti poco efficaci. Si dovrebbe dunque provare a scrivere e parlare a persone che non sanno già a memoria chi siamo e cosa diciamo, sapendo comunque di scrivere da una posizione che attualmente è un margine di un margine. Siamo a margine della cultura italiana, e lì dentro ci occupiamo dei margini del teatro, dal momento che osserviamo e amiamo forme sceniche che nel sistema teatrale sono subalterne.
Sarebbe interessante capire che conseguenze traiamo dalla consapevolezza dell’essere marginali. Cosa facciamo sapendo di vivere in una condizione di marginalità? Aumentiamo il volume del nostro rumore quindi scriviamo di più? Questa mi pare la risposta di alcuni. Spostiamo la nostra attenzione su progetti che non sono solo la scrittura? Questa è la risposta di altri, probabilmente anche la nostra di Altre Velocità, con tutti i limiti del caso. Stringiamo alleanze con altre persone di altri ambiti disciplinari? Anche questa è stata ed è una delle nostre risposte, che però ha il limite di allargare la cerchia dei già persuasi, faticando ad arrivare ai non persuasi. Forse è un punto di partenza. Le risposte possono essere tante, alcune mi convincono di più, altre meno. Penso però che oggi sia necessario un atteggiamento di apertura e di verifica, le risposte per fare fronte al problema sono diverse. Mettiamole in condivisione e capiamo quali sono più efficaci, sottoponendoci a momenti di verifica condivisi. Si tratta di un auspicio, sapendo che tale processo è molto faticoso, difficile da mettere in pratica. Infatti devo dire che, in generale, non avverto l’esigenza di confrontarsi in maniera aperta su come uscire da questo isolamento, da questa marginalità e alcuni sembrano neanche averne consapevolezza. Sento invece una fiducia abbastanza sconsiderata su una nuova fioritura della critica e sulle sue possibili magnifiche sorti e progressive. Così facendo, il rischio è quello di cadere nell’errore opposto di chi non si accorge che il web sta cambiando le forme del giornalismo. Crediamo di contare molto, invece siamo in una riserva che non è più in grado di vedere cosa ci sia fuori. Dunque, che fare? Prima di tutto, partire dalla consapevolezza di essere pochi e di contare pochissimo, poi si vedrà.

G: Rete Critica cerca in qualche modo di unire queste piccole realtà in un unico universo.

L: Sì, questo è un tentativo.

G: Convincente come tentativo?

L: Non sono tra i fondatori, però abbiamo sempre aderito in maniera convinta. È un tentativo che bisogna perseguire senza ritenersi soddisfatti per aver creato una rete di siti. Si possono realizzare ancora tanti progetti e anche dentro questo raggruppamento la discussione su quali possano essere le proprie finalità è in atto. È importante che si sia partiti, ma lo sviluppo di questo progetto lo vedremo nei prossimi anni. Rete Critica è l’inizio di un lavoro che potrebbe essere in futuro una risposta alle domande che ci stiamo ponendo. Ovviamente da qualche parte si deve iniziare, quindi sono contento che esista e grato a chi ha deciso di promuoverlo.

G: E il fatto che molte persone anche senza avere competenze scrivano sul web? Rischia di aumentare la svalutazione della critica? Ha senso questo fenomeno, esiste questo fenomeno?

L: Questa è una domanda molto interessante, sulla quale vale la pena interrogarsi e continuare a interrogarsi. Ti invito a continuare (ride). Non è una questione sulla quale si sia molto dibattuto in questo momento, perché da un lato non esiste il problema. Siccome la critica teatrale ha un posto così marginale non vedo il rischio che la critica professionale venga esautorata dal proprio ruolo in virtù del fatto che tanti stanno scrivendo quello che pensano su internet. Mi sembra che in questo momento non sia un problema all’ordine del giorno, anche se è vero che alcuni artisti lamentano la scarsa preparazione di alcune voci critiche presenti sul web. Io credo che, al massimo, questo fenomeno potrebbe diventare una sorta di alleanza o addirittura di beneficio. Quando tanti parlano della stessa cosa senza avere competenze, il mondo connesso e relazionale dovrebbe aiutare chi ha le competenze, le connessioni dovrebbero portare verso la competenza. Tale discorso dovrebbe valere anche per gli artisti che si lamentano della scarsa qualità, ai quali chiederei: avete mai diffuso articoli di basso livello ma “positivi”, perché vi facevano gioco a livello promozionale? Se la risposta è positiva, e credo che lo sia praticamente per tutti, allora mi viene da dire che si tratta di un falso problema. Ovviamente dei “falsi problemi” è necessario discutere a fondo, ma credo che nessuno di noi abbia fatto i conti con le potenzialità che potrebbero esserci se riusciamo a spostare a nostro favore quel tipo di conversazione alla tripadvisor.
C’è stato un caso che mi viene in mente, quando Castellucci portò a Parigi lo spettacolo Sul concetto di volto del figlio di Dio che venne censurato, ci fu l’episodio di interruzione dello spettacolo da parte di gente che protestava. In quel caso si è parlato di teatro anche sui quotidiani nazionali, il teatro contemporaneo era argomento all’ordine del giorno e capitava di vedere persone che instauravano conversazioni alla tripadvisor o comunque lasciavano commenti, dicevano la propria, spinti da quell’eco mediatica. Per noi è stato un momento stimolante perché si aveva la possibilità finalmente di fare i conti con una sorta di opinione e conversazione che circolava anche fra i non addetti ai lavori. E in quel momento gli addetti ai lavori hanno avuto anche una sorta di riconoscimento, perché quando succedono queste cose ci si aggrappa all’autorevolezza. Non è scontato che ciò accada, ma può succedere.
È importante quindi continuare a discuterne, perché è un orizzonte vicino ma che non ha ancora attecchito. Teatro e Critica ha di recente prodotto la app Teatro Pocket: non so come andrà, però è un esempio abbastanza diretto che rappresenta un tentativo di sfruttare le occasioni dei mezzi conversazionali e digitali nell’ambito teatrale. Se sarà effettivamente così si vedrà, però intanto seguiamo l’evoluzione.

G: E come fa un critico a conquistarsi valore sul web.

L: Scrivendo e dicendo cose sensate.

G: Le persone che non sono del settore capiscono la differenza tra le persone che scrivono oppure no?

L: Questa è una domanda trabocchetto, nel senso che non credo che la risposta a questa domanda sia: “cerchiamo di abbassare il nostro livello al presunto livello di chi non è addetto ai lavori”, primo perché non ne siamo in grado, ognuno di noi ha una formazione che si è costruito negli anni e che l’ha portato a certi tipi di ragionamenti; è importante non escludere nessuno, però allo stesso tempo non ci si può adeguare a un ipotetico livello medio che nessuno conosce. Noi conosciamo i nostri simili e facciamo azioni che possono avvicinare persone meno simili a noi. Ma, come già dicevo, non possiamo inventarci un lettore medio ipoteticamente in grado di comprenderci. Penso che l’unico atteggiamento possibile sia ancora puntare alla qualità e non sacrificare l’approfondimento, qualora siamo in grado di produrlo. È necessario proporre dei discorsi sul teatro e sull’arte con il massimo della qualità possibile, commisurati al mezzo che stai usando. Dobbiamo imparare a fare convivere il saggio da 20.000 caratteri dal taglio storico con la nota emozionale pubblicata a caldo su facebook, se quest’ultima entra a far parte di un discorso critico generale, costruito dunque con accenti diversi. L’approfondimento è comprensibile a un numero alto o piccolo di persone? È una domanda che non porrei in questi termini, mi chiederei invece: cosa stai facendo per fare in modo che vi siano sempre delle porte aperte per chi vuole approfondire?

G: Invece i registi come leggono le critiche?

L: Siamo immersi in una società di reti connesse, dei social network e del mi piace. Un critico letterario americano, David Shields (2), parla delle reti e del web come di milioni di piccoli spazi pubblicitari per l’io. Quindi ti risponderei che più che in passato, ora che la diffusione è capillare e arriva subito tutto a tutti, c’è il rischio che la critica venga scambiata per promozione, del “va bene purché se ne parli”, senza fare i conti con il valore possibilmente costruttivo del dissenso, del dissociarsi e del dire dei no. Infatti quando questo accade, anche se è raro perché è diventato difficile esprimere pensieri negativi, anche nei casi di critiche articolate che esprimono pensieri e visioni, il rischio della critica che esprime giudizi non positivi è che venga scambiata per attacco personale, dove amici di registi sono disposti a difendere il malcapitato. Purtroppo il processo di tripadvisorizzazione presta un po’ il fianco a tale mutazione perché a volte leggiamo recensioni che si fondano su pochissima o nessuna analisi, riflessione e documentazione e quindi è giusto che un artista si difenda, eppure nel mare magnum di opinionismi e abbassamento delle competenze sta diventando sempre più difficile farsi comprendere nei propri intenti anche per chi scrive con cognizione di causa. Situazione particolarmente difficile e complessa, però è quello che dovrebbe fare la critica, sollevare questioni e praticare il dissenso sapendo che quando lo si fa si sta andando incontro a un muro! (ride) Ci si chiede chi ce lo faccia fare. È un circolo vizioso ma se vogliamo tenere in vita la critica dobbiamo provarci, altrimenti cambiamo mestiere, perché se perdiamo questa possibilità di dissentire allora non avrebbe più senso la parola stessa critica.
Anche i registi, dunque, sono immersi in una società dell’opinionismo e anche loro capiscono quali sono i problemi e le difficoltà per chi tenta di svincolarsi dalle semplici opinioni, però a volte anche i più intelligenti vengono risucchiati in una dinamica di consenso a ogni costo e attacco personale al posto della critica costruttiva. Si fa fatica a fare in modo che chi legge, soprattutto gli artisti, sappiano maneggiare una recensione al di là di un supposto valore promozionale (quando è positiva) e oltre l’attacco personale (quando invece è negativa). Né attacco personale né promozione, ma un discorso, un confronto di visioni, dovrebbe essere la critica. Il “contesto” rende molto complesso tutto ciò: da una parte la critica stessa è spesso troppo appiattita sull’opinionismo; dall’altra la difficoltà materiali nelle quali i teatranti si trovano a lavorare facilitano che si scambi la critica per promozione o attacco.

G: Ma come si può superare questa cosa? Che la critica venga vista come un confronto.

L: Io ti ho risposto in termini generali, però anche nel mio caso ho amicizie con teatranti che vedono il nostro lavoro come momenti di crescita e confronto, ma ho avuto anche casi di litigio, di interruzioni di rapporti per qualche periodo, per anni a volte, proprio per aver scritto certe cose. Quindi non è che sia tutto così nero e che si cada tutti in quel rischio, però bisogna tenerlo presente tutte le volte che affrontiamo un discorso critico, sia noi che scriviamo sia gli artisti. Se si parte da questa consapevolezza si riesce anche ad uscire da una dinamica di rischio, e ovviamente più le tue azioni costruiscono una sorta di autorevolezza sul campo più sarà difficile incappare nei problemi che ho citato. C’è una però una tendenza pericolosa che vedo in atto in molti miei colleghi e che non aiuta a invertire tale dinamica, che è quella dell’autolegittimazione: sentirsi esclusi dal contesto e reagire a ogni attacco sottolineando quanto sia importante la funzione della critica. Questo atteggiamento un po’ è naturale perché nessuno di noi vuole essere isolato, ma alla lunga ci fa costruire cerchie sempre più piccole di persone che inevitabilmente sono disposte a dire che la critica è importante. E se tu sei lì in cerca di persone che ti legittimino si crea una contraddizione lampante, se poi avrai in mente di esprimere una critica alle stesse persone che ti stanno facendo sentire importante. A volte, ci si trova nella condizione di “dare fastidio”. Ci si accorge che l’unica strada possibile è proprio quella di sollevare questioni, e per farlo è necessario essere scomodi. Ma come farlo, se fino a ieri il tuo unico obiettivo era farsi riconoscere? Diciamolo in termini chiari: quando finalmente l’Ufficio Stampa del Piccolo Teatro di Milano ti invita a teatro alla prima di una importante produzione, e se fino a ieri non ti aveva nemmeno considerato, sarai poi tu, recensore, davvero libero di scrivere quello che pensi? Io credo di no, ed esprimendo tale semplice concetto ho anche formulato la migliore risposta a chi accusa molti “critici impuri”(3) di avere conflitti di interesse, perché sarebbero troppo compromessi con il teatro che si fa. Questa è la posizione, per esempio, della rivista “Hystrio” e della sua direttrice Claudia Cannella(4), alla quale chiederei, senza polemica e come domanda costruttiva, quale sia stato il suo rapporto in questi decenni con Il Piccolo Teatro, e quanto sia stata in grado di sottoporre a critica la più importante istituzione teatrale della sua città e dell’Italia. Come si vede da questa semplice constatazione sugli Uffici Stampa, il conflitto di interesse esiste sempre, a diversi livelli, e cercare una presunta purezza mi interessa pochissimo. Mi interessa invece abitare questo conflitto, manifestarlo, riconoscerlo e da lì dentro parlare. In questa condizione, si crea inevitabilmente un circolo vizioso. Sarà forse possibile uscirne stringendo alleanze anche fuori dal mondo teatrale, senza restare “fermi” alle piccole cerchie di uffici stampa e addetti promozione dei teatri. Se il critico riuscisse ad essere un magnete con attorno relazioni in diverse discipline sarebbe anche più legittimato a fare discorsi di crescita, invece se il critico si chiude nel piccolo mondo teatrale allora diventerà più difficile assumere su di sé questo ruolo di dissenso.

G: Oggi ha ancora senso parlare di critica?

L: Certo, ha ancora senso ed è fondamentale. Ma bisogna mettere al centro del discorso la consapevolezza di essere marginali: siamo in un mondo molto piccolo che si autolegittima, e appena mettiamo piede fuori dal nostro mondo non siamo nessuno, e a pochissimi interessano i nostri discorsi. Se siamo disposti a condividere questa premessa, allora dico che è ancora importante parlare di critica. La domanda successiva è: dove ci portano queste premesse? A che tipo di reazione? È bene che ci siano reazioni molteplici, ma l’importante è che ci siano. Siamo marginali e non basta più scrivere. Chi condivide questi due piccoli pilastri è bene che continui a parlare di critica.

G: Delle prospettive future ne abbiamo già parlato. Ovviamente non la carta stampata.

L: Sì, ne abbiamo già parlato. Comunque a me interessa che ci sia una funzione critica. La funzione critica si può esplicitare attraverso la scrittura, attraverso laboratori, attraverso progetti curati in vari contesti, attraverso collaborazioni con festival, con teatri ecc. La cosa importante è che si preservi una volontà critica, fatta di divulgazione e di dissenso. Se vengono tenute insieme queste due cose a me non interessa in che forma in questo momento, infatti mi accade di scrivere meno rispetto al passato. Un articolo al mese o meno, perché penso che la funzione critica io la stia tentando di alimentare attraverso altre azioni quotidiane. Ti devi dare un limite, ovviamente non è possibile smettere del tutto di scrivere, però allo stesso tempo non mi sembra un problema diminuire la mole di scrittura, anzi, sarebbe un gesto in qualche misura “critico” anche questo, dal momento che c’è stata e c’è una proliferazione di scritture. La mia funzione critica la sento più in atto quando discuto con studenti delle superiori, quando un piccolo laboratorio con adolescenti crea una comunità effimera con in atto una discussione critica. Loro scriveranno una recensione invisibile, che nessuno leggerà se non loro stessi, che non verrà diffusa pubblicamente e che non avrà un immediato ritorno in termini di riconoscibilità ma che, forse, avrà creato quei cinque/sei spettatori di sedici diciassette anni che un domani si interesseranno di teatro. Se invece mettessi tutte le mie energie nella scrittura di dieci recensioni al mese, cosa starei creando? Certamente maggiore diffusione e, se va bene, qualche grado in più di consapevolezza, però lo starei facendo a vantaggio di persone che sono già dalla nostra parte. La domanda diventa, allora, e mi rendo conto che in questa chiacchierata sto ripetendo la stessa cosa dall’inizio: come preservare una funzione critica, e alimentarla, al di là della scrittura?

G: Le istituzioni dovrebbero però partecipare e contribuire economicamente.

L: Sì, questo è il problema, perché questo discorso lo fanno persone che come me hanno vite quotidiane molto complicate, ma si tratta di azioni “costose” che si fanno se qualcuno permette di farle. Nessuna scuola oggi è nelle condizioni di pagare un laboratorio di sguardo, io non mi posso proporre da solo ai presidi o ai docenti! Devi trovare un’istituzione (Comuni, Regioni, Stabili ecc) che sostenga i progetti, e il fatto che il DM 1 luglio 2014 abbia inserito fra le azioni trasversali la “formazione del pubblico” mi pare un punto di partenza importantissimo, anche a livello simbolico. Anche nei festival gli spazi sono sempre più ristretti, sono sempre meno le realtà che si danno da fare per attivare laboratori o per produrre giornali dei festival, luoghi di dibattito aperti anche a nuovi sguardi in formazione. Il lavoro da fare è tantissimo e spesso non siamo nelle condizioni materiali per farlo. Bisogna provare a non mollare, e ognuno deve misurare quello che riesce a fare in base alla propria attitudine.

G: Come si finanzia oggi la critica? Con un altro lavoro?

L: Altre Velocità era nata anche con questo obiettivo, obiettivo secondario ma che in qualche misura abbiamo centrato. Tutte le volte che Altre Velocità lavora per le Istituzioni si è dotata di un struttura associativa che le permette di percepire un compenso. Si tratta di una strada concreta: fare in modo che la critica sia vissuta come un’esigenza dagli stessi addetti ai lavori e il mondo teatrale nella sua totalità si faccia carico anche del compenso della critica. Non mi preoccupo troppo di “levare soldi” laddove già ce ne sono pochi. Ricordiamoci che tutti i teatri, tutti i festival, tutte le rassegne di cui ci occupiamo si reggono grazie al finanziamento pubblico, grazie alle nostre tasse. Quindi che anche la critica pratichi tale percorso mi pare logico e normale. È dunque una strada immediata e concreta, ma che sul lungo periodo va ancora testata, resta di difficile attuazione, non crea lavoro stabile se non a prezzo di grossi sacrifici. Dal 2015 ci stiamo confrontando con un professionismo ricercato, dopo l’ottenimento del finanziamento ministeriale il volume delle nostre attività è aumentato e anche altre istituzioni pubbliche e privati riconoscono il nostro lavoro. Da qui a dire che siamo in grado di “distribuire lavoro” come un’impresa però la strada è ancora lunga. La nostra idea è che la critica si assuma la piena titolarità dei processi di formazione del pubblico, settore nel quale mi pare si possano reperire economie. In questa zona del mercato teatrale la critica può forse trovare sostentamento. Al di fuori di questo la condizione migliore alla quale si può aspirare è vivere come freelance, mettere insieme una serie di entrate che hanno a che fare col teatro anche solo parzialmente. Questa credo che sia una via praticabile, a rischio di schizofrenia, perché alla lunga la non stabilità è logorante, e comunque non è per tutti. Altrimenti intravvedo una seconda strada, ora come ora: il totale non professionismo. Rinunciare ad avere entrate reali praticando la critica teatrale, continuare a farla come una sorta di hobby. Sicuramente è un orizzonte poco roseo per il futuro. Però penso che nonostante tutto si debba prendere in considerazione seriamente anche tale opzione, per poi ricominciare. Forse toccare il fondo per vedere come ricominciare può essere preferibile a un precario galleggiamento. Vediamo cosa succede, se la critica scompare, come orizzonte lavorativo, servirà molto tempo per ricostruire dei fondamenti che le permettano di tornare a esistere come lavoro e non solo come hobby. In realtà, come già ho detto, la maggior parte di noi la sta già considerando un hobby, qualcosa da fare nei ritagli di tempo. Può darsi che sia un processo salutare e che si debba passare da un conclamato non professionismo, prima di ripartire.

(gennaio 2015)

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