La questione centrale è il denaro

L'intervista di Simone Pacini per Dioniso e la nuvola

Pubblicato il 26/06/2017 / di / ateatro n. 162 / 0 commenti /
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Questa intervista è parte integrante del progetto Dioniso e la nuvola. L’informazione e la critica teatrale in rete: nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici. Alla base del volume edito da FrancoAngeli c’è una serie di interviste a giovani critici teatrali, realizzate da Giulia Alonzo, disponibili su ateatro.it alla pagina http://www.ateatro.it/webzine/dioniso-e-la-nuvola/.
Simone Pacini, nato a Prato nel 1976, dopo la laurea triennale segue il Master in Management dello spettacolo alla SDA Bocconi; si occupa oggi di comunicazione, formazione e organizzazione in ambito teatrale e culturale, collaborando con testate giornalistiche, case editrici, società, fondazioni e associazioni che operano nel campo delle performing arts. Nel 2008 concepisce il brand fattiditeatro che si sviluppa trasversalmente imponendosi come forma di comunicazione teatrale 2.0. Il workshop #comunicateatro da lui ideato ha avuto fino a adesso venti edizioni in nove regioni differenti. Nel 2013 promuove il progetto teatrosuduepiedi, laboratorio di teatro itinerante tra Italia e Francia. Da maggio 2014 compare nella lista dei 100 esperti di social media più influenti di Twitter, stilata dal blogger e consulente 2.0 americano Evan Carmichael.

Simone Pacini

Sul tuo sito si legge che ti occupi di formazione, comunicazione e organizzazione in ambito teatrale. Ma come ti sei avvicinato al mondo teatrale e chi è Simone Pacini?

Sono nato a Prato e dopo le superiori ho lavorato in un’azienda tessile a Prato; poi a un certo punto nel 2001 mi sono iscritto al corso di Progettazione degli eventi, dell’arte e dello spettacolo alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, nella sede di Prato, nel primo anno di riforma delle lauree triennali. In collaborazione con l’Università c’era il Teatro Metastasio di Prato, il Teatro Stabile della Toscana, e noi studenti potevamo andare a vedere gli spettacoli a 50 centesimi. Tra l’altro la stagione teatrale di quell’anno era molto bella, diretta da Massimo Paganelli, per molti anni direttore del festival Armunia a Castiglioncello. Quindi ho iniziato a vedere un sacco di spettacoli che mi hanno colpito e mi hanno avvicinato al teatro.

Come mai dopo hai fatto un master in Management in Bocconi?

Il percorso è coerente perché io ero affascinato dal mondo culturale ma non avevo velleità artistiche, e mi sembrava interessante l’idea di fare il manager. Poi essendomi iscritto all’università a 25 anni e finita la triennale a 28, ho fatto il master per completare in maniera più rapida il mio percorso universitario. Quindi a 29 la mia formazione era più o meno completa.

Vedi differenze rispetto a qualcuno che non ha fatto scuole manageriali, o sono comunque competenze che si possono acquisire anche sul campo?

Indipendentemente dalla formazione che comunque era ottima, il master mi è servito molto a livello di networking, soprattutto con i docenti, con i quali in seguito ho collaborato. Però vorrei precisare che il master non mi ha trovato un lavoro, e tuttora non l’ho trovato. Sono freelance.

Invece fattiditeatro come nasce e con quale obiettivo. Qual è la sua esigenza?

fattiditeatro nasce da fattidicinema, nato circa nel 2001. All’università si potevano seguire diversi corsi, e io avevo fatto con alcuni amici un corso di critica cinematografica, ed eravamo poi andati al Festival del Cinema di Venezia. Finita la mostra, per rimanere in contatto, abbiamo creato un gruppo di discussione yahoo, una specie di forum, facebook non esisteva ancora. Io ero già malato di web e ci volli pensare io, e ho trovato il nome, fattidicinema che ha un doppio significato: fatti come avvenimenti e fatti come drogati. Poi fattidicinema si trasforma in “Grido”, col quale però non collaboro più.
Nel 2008 decido di fare un gruppo facebook dove raccolgo tutti gli avvenimenti di teatro, e ad ora ha più di 7.000 membri, è il gruppo su facebook più grande legato al teatro. Poi dall’anno dopo ho iniziato a dare prima mensilmente, poi settimanalmente consigli su cosa vedere a teatro tra Roma, Milano e Toscana. Nel 2009 creo un blog e nel 2013 compro il dominio fattiditeatro.it.
Fattiditeatro nasce per veicolare delle informazioni e per creare un portfolio delle mie attività, sempre state legate all’organizzazione di teatro. Poi parallelamente c’è anche un discorso critico cominciato sei anni fa, convogliato nella collaborazione con KLP e in una serie di progetti di formazione.

Tu non ti definisci critico, anche se in parte fai attività critica. Chi è il critico oggi?

La critica teatrale è in un momento di difficoltà, strettamente connessa alla grande crisi dell’editoria e della stampa. Io ho lavorato alla Ubulibri e ho visto e vissuto il cambiamento. Tanti quotidiani hanno chiuso e altri non se la passano bene. E il web è stato fatale.
C’è inoltre un problema legato alla consapevolezza del lavoro, perché se per mestiere si intende un’occupazione che faccia pagare l’affitto, fare il critico teatrale oggi non lo è più. Oggi, in Italia, i critici teatrali che vivono di questo saranno al massimo dieci, e tutti collaboratori di testate giornalistiche cartacee. Tutto il resto è volontariato, perché il web è volontariato, non paga nessuno, neanche i blogger online sulle testate sono pagati. È un lavoro a titolo gratuito quindi non so fino a che punto lo si possa chiamare lavoro.
I critici che conosco guadagnano da altre attività, come curare laboratori durante i festival, presentare e scrivere volumi di registi, assistere alle prove e fare poi il diario di bordo e di produzione di uno spettacolo, o ancora sui diversi blog i teatri pagano per farsi pubblicità. Quindi in questo modo il teatro e la produzione pagano il critico. Ma qui, nonostante mi venga detto che il critico è imparziale e non si fa permeare da queste cose, sorge un conflitto di interessi.
E lo stesso problema sorge nella relazione con gli artisti. Non penso che i critici riescano a rimanere obiettivi dopo che gli è stato pagato treno, albergo, cena e sono stati tutta la sera con il regista a parlare dopo lo spettacolo. Anche se loro parlano di deontologia professionale i dati vanno verso altre direzioni. Il vero critico non dovrebbe andare a cena con il regista, affabulatore di mestiere.
Penso che il conflitto sia abbastanza lampante, andrebbe rivisto un po’ tutto il sistema, in primo luogo il triangolo artista-critico-ufficio stampa, che è rimasto invariato negli ultimi trent’anni, nonostante il mondo sia cambiato completamente.
Non si può far finta di niente, bisogna prendere coscienza di questa realtà.
Penso che si debba cambiare nome, e l’ho detto anche più volte durante gli incontri di Rete Critica. Bisogna cambiare nome e prospettiva, riconoscere che così non si può andare avanti e mettersi al servizio di chi può pagare.
L’essere militante oggi ha senso, basta non chiamarlo critico. Deve nascere una figura che assorba le competenze del critico, quindi con un background umanistico, con capacità di scrittura, analisi e sintesi, legate a buone competenze web, la capacità di usare nuovi modi di comunicazione, usare i social e saper comunicare in rete. E ovviamente capacità relazionale e ufficio stampa.
Quindi una figura ibrida, che possa poi mettersi al servizio di una compagnia e affiancarla nelle sue attività.

I fenomeni wikipedia e tripadvisor, tutti possono scrivere online senza cognizione e senza competenze. In questo caso si parla di opinionismo o si può continuare a parlare di critica? È positivo per la divulgazione?

Bisogna dividere, tra wikipedia e tripadvisor perché hanno due metodi agli antipodi. Wikipedia ha un sistema molto rigido di controllo, qualsiasi cosa che scrivi deve avere una fonte. Penso che wikpedia sia una delle cose migliori prodotte dal web 2.0 fino adesso. Tripadvisor è l’esatto contrario, solo bugie, i ristoranti comprano le recensioni.
È vero che sul web tutti possono scrivere, però l’autorevolezza, l’authorship quella di google+, te la conquisti, nessuno te la può insegnare; come nessuno ti può insegnare a scrivere. Ad esempio penso si debba smettere di fare i master di critica teatrale perché sono master in disoccupazione, perché, ti ripeto, i critici sono pochi e quando andranno in pensione non verranno sostituiti, come è successo per Quadri. In questo momento non c’è sbocco.

Rete Critica voleva riscrivere le definizioni su wikipedia.

Questo è molto interessante, però chi paga? Non voglio fare il venale, però chi fa un lavoro è gratificato se ha un ritorno. Wikipedia non paga nessuno, non è un editore, non può fare il ruolo di una testata giornalistica, quindi diventerebbe un’altra forma di volontariato. Si potrebbero chiedere finanziamenti alle compagnie e ai teatri interessati, o ancora farlo come progetto universitario, però a quel punto ognuno se lo fa individualmente, senza dover pagare un critico.

Il critico da chi viene letto e per chi scrive?

Penso che le critiche di teatro online vengano lette solo dagli addetti ai lavori; già il teatro ha poco pubblico, quello contemporaneo e di ricerca ancora meno. E il pubblico non legge la critica, perché non va neanche a teatro. Magari su un giornale a grande tiratura si può essere letti anche da chi non è del mestiere, però non si sa perché non si ha un ritorno di queste informazioni.
In questo momento la critica serve agli addetti ai lavori, rischiando però di diventare autoreferenziale. Bisogna uscire da questo cerchio malato, avvicinare il pubblico, altrimenti il teatro finisce, perché senza pubblico non c’è teatro.

E come si fa a uscire da questo cerchio?

Io sto cercando di far capire, con fatica, come il web e i social media possano essere usati con intelligenza e in maniera creativa. Faccio incontri e laboratori su questo. Nuove attività che necessitano di competenze, che potrebbero anche mostrarsi come la via d’uscita. Però non è fare critica.

Il poco pubblico che legge le critiche distingue chi scrive?

Secondo me la testata fa sempre fede. Una cosa letta sulla “Repubblica” fa più fede che una cosa sul primo blog online, di cui non si sa nemmeno il nome. È complesso, bisognerebbe fare un’analisi del pubblico.

L’Associazione Nazionale di Critici di Teatro, ha senso oggi e che ruolo ha?

Non ho rapporti con l’Associazione. So solo che organizzano il premio annuale, ma non credo che i premi servano al teatro oggi. Bisogna riallacciare un rapporto con gli spettatori e non è facile perché spesso gli artisti non hanno una reale cognizione di quello che vogliono gli spettatori. Bisogna però pensare che thèatron vuol dire guardare, il teatro è negli occhi di chi lo guarda e non di chi lo fa.
Si potrebbe prendere esempio da altri settori. In altri campi i critici non esistono più, sostituiti dai blogger, che riescono a vivere di quello che scrivono sul web. Chiaro che sono pagati dalle case di moda, o dalle aziende per cui fanno pubblicità, e quindi forse è più facile, però si può prendere spunto. Theblondesalad è un esempio di questo, una studentessa della Bocconi appassionata di moda, ha aperto un blog di moda e ora fattura otto milioni di euro all’anno. Non dico di arrivare a queste cifre, però è interessante come di una passione si possa veramente fare un’attività. Nel mondo teatrale è più difficile, perché il critico serve ancora in parte agli artisti e agli uffici stampa, però non si può limitare la sua funzione alla pubblicità.

Cosa pensi dei laboratori di critica per gli spettatori?

Mi piace, però bisogna vedere chi sono i partecipanti effettivi. Ci sono spettatori o giovani che invece aspirano a diventare critici? Se sono spettatori, mi sembra interessante, anche se non penso si possa insegnare a scrivere. Mi piace l’idea del laboratorio e l’idea dello spettatore. Però ancora una volta sulla critica sono dubbioso.

Quindi qual è il futuro della critica?

Domanda da un milione di euro.

Hai risposto al sondaggio di Margherita Laera?

Sì e le ho anche parlato molto, dicendole le stesse cose che ho detto a te. Prima di tutto bisogna far sì che la gente venga a teatro. E la critica non serve a questo, perché la critica la si legge quando si è già stati a teatro, è un approfondimento che si fa dopo. La funzione primaria della critica anni ‘60-’80, quando le persone erano molto più ignoranti, è stata ampiamente superata. Oggi chi va a teatro critica da solo, o con gli amici dopo lo spettacolo, non c’è bisogno di leggere l’esperto. Poi perché esperto? Perché ha visto 10.000 spettacoli? Io ho smesso di leggerle, mi sembra spesso un esercizio di stile e un pavoneggiarsi.
Comunque la questione centrale è il denaro: il lavoro deve essere retribuito altrimenti non è un lavoro.

(febbraio 2015)

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