Perché lo fai? Le 3M della critica: Mestiere, Missione, Malattia

L'intervista di Sergio Lo Gatto e SImone Nebbia per Dioniso e la nuvola

Pubblicato il 13/07/2017 / di / ateatro n. 162 / 1 commento /
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Questa intervista è parte integrante del progetto Dioniso e la nuvola. L’informazione e la critica teatrale in rete: nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici. Alla base del volume edito da FrancoAngeli c’è una serie di interviste a giovani critici teatrali, realizzate da Giulia Alonzo, disponibili su ateatro.it alla pagina http://www.ateatro.it/webzine/dioniso-e-la-nuvola/.

Sergio Lo Gatto. Elaborazione grafica di Jennifer Ressel.

Sergio Lo Gatto, nato nel 1982, ha fatto studi teatrali alla Sapienza. Università di Roma, dove attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca. Giornalista, critico teatrale e scrittore freelance, partecipa a diversi progetti editoriali. Direttore responsabile di Teatro e Critica, ha scritto per “Il Fatto Quotidiano”, “Pubblico Giornale” e “Hystrio” e scrive di teatro e danza su riviste internazionali come “Tanz”, “Critical Stages”, “Exeunt Magazine” e “Plays International”. Ha partecipato a diversi progetti di networking e ricerca transnazionale per l’Unione Europea, l’Associazione Internazionale Critici Teatrali (AICT-IATC) e l’Unione dei Teatri d’Europa. È cofondatore di Writingshop, gruppo di ricerca internazionale sulla scrittura collettiva e lavora nell’ambito della formazione alla visione e alla scrittura critica.

Simone Nebbia

Simone Nebbia nato nel 1981 e laureato in Letteratura Contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Critico teatrale dal 2006, oltre Teatro e Critica collabora con Radio Onda Rossa e Crampi Sportivi, ha collaborato con la sezione di critica teatrale di Terza Pagina, programma di Rai Scuola, e fatto parte della direzione artistica del Teatro Argot Studio di Roma. È inoltre formatore e mediatore culturale attraverso laboratori di visione critica, presso l’Università La Sapienza di Roma, teatri e festival nazionali.

Teatro e critica, come nasce perché e con quali obiettivi?

Simone Nebbia Teatro e Critica nasce nel 2009, dopo una serie di incontri avvenuti a teatro tra me e Andrea Pocosgnich, perché, nonostante entrambi scrivessimo su testate di teatro cultura, eravamo distanti dal dibattito teatrale e le webzine sulle quali scrivevamo non rappresentavano la nostra visione.
Il teatro ci ha fatto conoscere, quasi involontariamente. Poi è iniziata la parte volontaria. La scelta che abbiamo compiuto in quel momento, in controtendenza rispetto alle scelte fatte da nostri colleghi, era quella di non avere collaboratori in giro per l’Italia che non conoscevamo e che quindi non potevano condividere con noi una linea editoriale. Eravamo noi che da Roma ci spostavamo in altri luoghi. Con il tempo abbiamo incontrato altre persone, sempre sul territorio romano, che pian piano abbiamo aggiunto, ma ogni aggiunta è stata meditata e valutata fino al dettaglio. È stato così per Sergio Lo Gatto. Scriveva su un altro giornale, però ci vedevamo costantemente e, alla fine, il suo ingresso a TeC è stato naturale.
La scelta di non avere collaboratori sparsi è perché pensiamo che il ragionamento prenda corpo da dove accade. Se succede qualcosa di determinante a Milano, sarà determinante per chi è attorno a quell’evento. Altri lo racconteranno, io lo leggerò e se avrà sviluppato un dibattito che esuli da “l’evento” potrò addirittura intervenire, ma resterà importante non essere stato “sul posto”, in quel momento. Se il teatro è formale apparizione, il nostro lavoro da questa dipende. L’idea del nostro “laboratorio di pensiero” è che il teatro sia esclusivamente un filtro della realtà contemporanea, il teatro trasforma in forma artistica il mondo, quindi potenzialmente si può fare ovunque. Gli spostamenti avvengono, ci muoviamo ormai molto, ma più facilmente se nasce una relazione, se inizia un dialogo. Quindi ci può essere la voglia di sapere cosa accade in città dove non possiamo arrivare, però se il prezzo da pagare, per avere un collaboratore che ce le racconti, è quello di non poter condividere un’omogeneità d’azione, penso che il prezzo non valga il fatto che si disperda una linea editoriale.
Poi c’è un altro problema che fa capo all’economia: c’è stata una prima fase della critica in cui l’editore pagava gli spostamenti; c’è stato poi un secondo tempo del critico, un po’ più conflittuale, in cui fin troppe volte, chi faceva teatro ha pagato le trasferte dei critici. La soluzione anche oggi non è facile, intanto per ovviare a questo problema abbiamo deciso di agire valutando volta per volta l’interesse e le compromissioni etiche e politiche.
Non è che il teatro ha senso perché lo guardo io, però il fatto che io lo possa guardare è determinante.

Qual è la differenza tra un blog e una rivista di teatro? Che differenza c’è tra web e carta stampata?

Simone Nebbia La risposta qui è complicata perché attiene molto anche alle qualità che volta per volta l’ambiente riconosce nel lavoro critico. Dico intanto che noi siamo una testata giornalistica registrata, siamo un quotidiano di informazione teatrale. Già la cadenza dà una definizione. Poi è un quotidiano che esiste su un sito internet, quindi un quotidiano online. Un blog è invece un’opportunità che ha il singolo di esprimere un’opinione, senza registrazione, senza obbligo di linea editoriale né tutto sommato di responsabilità, che invece noi abbiamo. Il blog è una cosa personale, una sorta di diario. Un giornale ha il compito di un rapporto onesto con il lettore, che diventa referente ed è rappresentante di una comunità di lettori. E l’onestà inizia dalle pratiche, prima ancora che in quello che scrivi.
Da questo punto il web rischia di essere nemico del pensiero ragionato, in quanto tende a comprimersi fino a diventare opinione stilettata da social network. Nel momento in cui non sono un nickname, ma una firma, io con quella firma devo fare i conti.
In Rete Critica era stata anche avanzata tempo fa l’idea, tra tante, di diventare un gruppo allargato che rivedesse tutte le voci di wikipedia dedicate al teatro, questo per determinare una differenza tra lo spettatore che torna a casa e sputa dove capita e lo spettatore che cerca di costruire la propria coscienza critica.
Tra web e carta la differenza è invece prima di tutto di supporto. Però il web ha l’opportunità importante di farci allargare il discorso. Scrivere sul web moltiplica i canali, di diffusione e di ascolto, si possono costruire ipertesti. Parte della diffusione passa anche tramite i social network coi quali posso raggiungere contemporaneamente tutti i mondi che desidero. Un articolo a pagina 32 del “Corriere della Sera” di Cordelli, da quanti verrà letto, e con quale intenzione? Forse solo chi è veramente appassionato.

Sergio Lo Gatto Soprattutto non è controllabile. Si registrano le vendite dei giornali, ma non le letture dei singoli articoli, cosa che invece si riesce a fare sul web, dove le visualizzazioni rappresentano il numero dei lettori.

Simone Nebbia Inoltre l’articolo di Franco a pagina 32, muore – chiaro che si tratti di una forzatura – insieme al giornale di oggi. La mia homepage è invece rinnovabile ogni giorno. Lo stiamo riscoprendo: tempo fa abbiamo iniziato un piccolo progetto d’archivio, back to the past, una condivisione sui social network di tutti gli articoli usciti dal primo giorno fino a oggi, cronologicamente; abbiamo iniziato a capire che una cosa vista un anno e mezzo fa può essere dibattito ancora di oggi, e quindi diventa improvvisamente homepage.

Sergio Lo Gatto L’archivio è l’altro grosso vantaggio del web: in ogni momento ogni informazione è utilizzabile e a portata di mano. Questa è la grande rivoluzione dell’editoria, soprattutto se si auspica a creare materiali che servano a raccontare un momento presente che nel frattempo si modifica.(1)

Simone Nebbia La vera differenza sarebbe che scrivere su carta vorrebbe dire che magari per una volta mi pagano. Io è dal 2005 che scrivo e nessun articolo mi è mai stato pagato, a parte l’esperienza parziale dei Quaderni del Teatro di Roma. Mi devo convincere che questo è un lavoro, il mio lavoro, ma ne faccio un altro per far sì che questo vada avanti.

Chi è il vostro lettore?

Simone Nebbia Dall’operatore teatrale, inteso come qualsiasi figura che circuita attorno al teatro, in scena o fuori, allo spettatore appassionato che cerca un confronto di ciò che va a vedere a teatro. In questa fetta si articola il nostro pubblico.

E quando scrivete pensate a queste figure?

Sergio Lo Gatto La domanda è da declinare all’intero giornale. Grazie infatti alla posizione che ricopriamo attualmente, al percorso che abbiamo fatto, possiamo permetterci di indirizzare i nostri pezzi, e l’intera linea editoriale, alla forbice di lettori inquadrata. Ci sono quindi articoli pensati e scritti per tutti coloro i quali sono interessati al teatro, scritti in maniera comprensibile e piana; altri invece dedicati agli artisti, con approfondimenti specifici e avventurosi.
In linea di massima tendiamo a rendere leggibile ai più l’intero materiale, ma differenziamo il target in base agli articoli. Questo ci consente di restituire su livelli differenti la pluralità che anima le scene teatrali, in base alle diverse necessità dei lettori. Penso si tratti di urgenza, come quella che hanno gli attori quando rappresentano qualcosa.

Simone Nebbia Non esiste un’unica ricetta e la distanza e l’attrazione le si determinano ogni giorno, e possono variare anche guardando lo stesso spettacolo, perché ogni replica è unica, come lo sono gli artisti e il pubblico. E di conseguenza anche il mio pezzo, questa è la bellezza.

Sergio Lo Gatto Ed è vero sia sulla brevissima distanza sia sulla lunga. Back to the past ci mostra l’enorme differenza che determina l’esperienza che si costruisce. Ricercare un’oggettività dello sguardo è una contraddizione in termini, nella misura in cui quello sguardo cambia rispetto alla tua giornata.
A un incontro sulla critica, una giornalista sosteneva che grazie alla sua esperienza riusciva a sviluppare un’oggettività rispetto ai linguaggi. Detta così risulta essere un errore prima di tutto sintattico, poi a livello esperienziale è il contrario: più acquisti coscienza, più vedi e studi e più lo sguardo sarà personale.

Simone Nebbia L’oggettività non esiste, quindi l’unica opportunità è investire costantemente sulla propria soggettività, farla diventare il tuo metro. Come la scelta, talvolta, di usare la prima persona che diventa un’opportunità di attraversare le cose dicendo la parola io, perché è importante che sia visibile il soggetto che sta compiendo l’azione, perché non ci si può far intimamente carico dell’esperienza di tutti.

Chi è il critico teatrale oggi?

Sergio Lo Gatto In generale chiunque frequenti il teatro, qualcuno che mette il suo sguardo e la propria esperienza al servizio degli artisti e dei lettori. Il punto è che i lettori e gli artisti sono spesso la stessa persona, con i suoi lati positivi che vuol dire che la comunità esiste e la puoi individuare, e i suoi lati negativi, primo fra tutti che è una comunità molto chiusa, marginale.

Simone Nebbia Noi possiamo definirci quanto vogliamo, spettatore attento, spettatore critico, spettatore abituato; ma quando torno a casa, mi trema la mano, devo raccontare quello che ho visto. Non c’è altra opportunità. Poi ovviamente non sempre, perché se ne ha già scritto un altro io mi acquieto, però la mia è una esperienza di ritorno, per completare la mia esperienza la devo raccontare. Non succede a tutti, ma a quelli a cui capita fanno i critici teatrali.

Sergio Lo Gatto Allo stesso modo uno spettacolo diventa tale nel momento in cui viene presentato a un pubblico. La stessa cosa per noi critici teatrali: se non ragioniamo sull’opera, questa non è finita. Così possono essere tutti critici teatrali, anche chi non ha nessuna competenza.

Simone Nebbia E noi che competenza avevamo? Sono andato a teatro per la prima volta a 24 anni. Non ero andato a teatro prima, non avevo fatto studi teatrali, eppure a un certo punto il teatro si è imposto alla mia attenzione con il filtro inevitabile della mia penna; questa esisteva già, ma in quel momento ha deciso di confrontarsi con la realtà.
Ho scelto il teatro perché, oltre a essere tra le arti quella più rispondente a me, è soprattutto quella più sincera rispetto all’età contemporanea, un artificio chiaro perché imposto già dall’inizio.

Sergio Lo Gatto L’essere dotti in una materia è una moda contemporanea, infatti, senza andare troppo indietro negli anni non esistevano studi teatrali, è una cosa molto recente. Quelli che hanno fondato la critica teatrale l’hanno fondata con uno spirito popolare, perché il teatro era l’unico intrattenimento di comunità che c’era, l’unico specchio e filtro della società che venisse vissuto in maniera comunitaria, e c’era qualcosa di rispondente, perché il pubblico ci si riconosceva. Poi con gli anni la critica si è strutturata e può essere dannosa se non la si sa usare, come l’esperienza della giornalista di cui parlavamo prima. È chiaro che ci sono ambiti in cui se non hai una totale padronanza del mezzo tecnico semplicemente non puoi operare, non ti faccio sedere su una astronave se non hai fatto un percorso ingegneristico, ma il teatro riguarda tutti.

Simone Nebbia Non c’è nessuna erudizione che sia maggiore della coscienza. La cosa importante non è sapere cosa si sa, ma come si sta dopo aver visto lo spettacolo.

Il web è democratico, decide a chi dare valore oppure no. Voi ad esempio siete i primi che escono quando si digita.

Simone Nebbia Questo lo dici tu e lo dice il web, non lo devo dire io, perché non devo crederci, per far sì che non determini il mio agire. Esistono le statistiche che determinano che Teatro e Critica è il sito più letto in Italia di critica teatrale, ma fondamentalmente non siamo nulla, perché la critica teatrale non è comunque presa sufficientemente in considerazione. Quindi nel nostro piccolo settore abbiamo un primato d’ascolto e la democrazia dice che siamo bravi. Però non è tramite questo che il teatro riacquista la rilevanza culturale che aveva tempo fa. Si deve agire in altro modo per questo.

Ma la critica riesce a influenzare sulla visione di uno spettacolo?

Simone Nebbia Nel momento in cui strutturi un rapporto di fiducia con il lettore hai il potere di determinare qualcosa. È più facile che uno vada a vedere uno spettacolo e dopo si confronti, perché ritengo sia fondamentale che l’esperienza sia singola e soggettiva: io posso fornire elementi per confrontare quell’esperienza, degli strumenti in più, perché magari ho uno sguardo più abituato e affinato. In generale, non deve accadere che il lettore pensi che uno spettacolo sia brutto perché l’ho detto io. Il dibattito che si instaura può poi influenzare il giudizio, ma questo fa parte del gioco.

Cosa vuol dire sporcarsi le mani?

Simone Nebbia Questa espressione negli ultimi 20-25 anni ha avuto un connotato un po’ pericoloso. Perché colui che si sporcava le mani non aveva più le mani pulite, diventando dai primi anni Novanta sinonimo di corruzione.
Sporcarsi le mani per un critico vuol dire non tralasciare nulla, andare alla ricerca, con le sua mani, i suoi strumenti, di tutte le possibili sfaccettatura della materia con cui dovrà confrontarsi, fino al punto di esserne parte. Ma essere parte di un mondo, di una comunità oggi è complesso e difficile a causa della mancanza di economie, che si cercano nell’indotto.
Ti faccio un esempio. Nel 2013 ho scritto un libro su Krypton, sull’esperienza particolare di un critico trentenne che racconta il trentesimo anno di Krypton.(2) Questo era un po’ il gioco. Poi, durante la settimana di ZOOM, festival che fa la compagnia a Scandicci in autunno, io e Andrea abbiamo promosso un laboratorio, ovvero insieme a una decina di ragazzi abbiamo aperto la redazione di un giornale della durata del festival. Ora, con quale etica posso andare a vedere il nuovo spettacolo della compagnia Krypton? Come mi confronto? Questo è il problema, e le mani le ho già sporche.
È un problema irrisolvibile, perché se dovessi seguire l’etica pura non dovrei più parlare di Krypton, come in questo caso, mi si potrà sempre rinfacciare di aver scritto un libro. Si hanno colpe che non si possono eludere. E allora si investe sulle colpe, si decide autonomamente la propria etica.
E lo spettatore potrà verificare personalmente se il critico è colluso, oppure no.
Io non ho nessun problema a stare con un regista, affiancare un percorso, con alcuni è capitato. Ma nel momento in cui affianco un percorso non posso più scriverne. Posso, come fanno alcuni, votarlo all’Ubu.

Rete Critica.

Simone Nebbia Partecipiamo a Rete Critica ma sul premio omonimo abbiamo espresso delle riserve. (3)

Come siete entrati in Rete Critica?

Simone Nebbia A un certo punto era determinante l’opportunità di dialogo che Rete Critica forniva. Ci attrae il fatto di vederci annualmente con i nostri colleghi per dibattere sulla nostra materia, il nostro mestiere.

La critica come si finanzia oggi?

Simone Nebbia Si finanzia privatamente. L’ambiente non produce economie.
Allora abbiamo sfruttato il nostro know-how e inventato teatro pocket , la prima app di teatri nazionali scaricabile gratuitamente. Funziona proprio come il “trovacinema”: selezioni la città e ti dice gli spettacoli con tutte le informazioni, dal luogo al costo del biglietto, chi devo chiamare e a che ora. La partecipazione è gratuita anche per i teatri e ogni teatro ha la sua possibilità di accedere.
A me interessavano due cose. La prima è che il potenziale spettatore teatrale scoprisse che il teatro non è una cosa antica ed è facile andarci. Poi un’uniformità d’informazione sulla scena.
Questo è un modo per cercare altre economie e quest’anno, dopo un’ultima stagione di difficoltà, abbiamo trovato le energie di rilanciare la app.

Cosa deve fare la critica per riacquistare valore?

Simone Nebbia La critica non sostituisce la visione ma dà uno strumento in più. Certo la competenza per il critico è una necessità, però non è una competenza determinata da erudizione, ma dalla coscienza: io sono uno spettatore di un evento artistico, di una espressione. Il critico deve essere catapultato dall’alto per evitare che entri con preconcetti e continui a guardare teatro. A me interessa vedere il mondo che vivo attraverso il teatro.

Ha ancora senso parlare di critica oggi?

Simone Nebbia Sempre, assolutamente. Critica è una posizione nei confronti delle cose. L’artista che va in scena, che mette in scena, è il primo critico, per me Romeo Castellucci è un critico, un critico della realtà contemporanea, che la trasforma e la porta in scena.

I critici che scrivono su web hanno tutti lo stesso valore?

Simone Nebbia Nel momento in cui io riesco a costruire un valore attorno a quello che faccio. Però dipende da me.

Ma sul web il valore è determinato da chi legge.

Simone Nebbia Pace a lui. Se lui determinerà che io avrò il valore che ad oggi ancora si dà a un critico che scrive su carta bene, altrimenti amen. Finché avrò voglia io continuerò a raccontare di teatro. Poi se trovo altro più interesse, prendo e vado, tanto appunto, non mi paga nessuno. Decido io.

Che prospettive future ha la critica?

Simone Nebbia Anche se non sono pagato non riesco ad andarmene da qui, una volta proprio Franco Cordelli me l’ha chiesto: “Ma perché tu fai sta cosa? Chi te lo fa fare?” “Guarda Franco, sono 3 M: Mestiere, che ho imparato piano piano; un senso di Missione e un senso disperato di Malattia. Io sono ammalato, io vado a teatro perché del teatro sono ammalato”. Finché ci sarà gente ammalata, appestata, per dirla con Artaud, noi continueremo a farlo. Fino a quando io non dovrò scegliere se continuare a raccontare spettacoli in questa maniera, finché non metterò la testa a posto e metterò su famiglia. E il mio lavoro lo farà un altro al posto mio.
Questo è un mestiere che si può fare fino a quando te lo permette la vita, poi a un certo punto passerà sulle spalle di un altro, e va bene così. Io non devo diventare vecchio a fare il critico teatrale se non avrò di che vivere.

Detta così, sembra semplicemente uno sfizio. Oppure cercare un senso, finché non trovi qualcosa di più concreto.

Simone Nebbia No, io sono semplicemente ammalato. Però questa malattia o mi uccide o mi cura.

Ma è triste aspettare solo un’altra cura.

Simone Nebbia Vuoi una bella risposta? La prospettiva della critica teatrale è che il web pian piano prenda le redini della storia della critica teatrale e sostituisca in qualche modo la cadente carta stampata. Nel momento in cui la carta stampata non si userà più sul web resterà ancora lo spazio per un dibattito. Questo è vero, ma non contraddice quello che ho detto. Le mie esigenze fisiologiche sono primarie. Perché non stai parlando con un critico teatrale, stai parlando con un uomo. E quell’uomo purtroppo sta vivendo una difficoltà.

(dicembre 2014)

NOTE
1. Simone Nebbia ha aggiunto in seguito alcune considerazioni sulla rete: “La rete è un’opportunità e contemporaneamente un pericolo. Tutto dipende dall’uso. La sua comparsa nel territorio culturale ha aperto strade il cui sfruttamento ha tutte le potenzialità per spostare nuovamente il teatro al centro del dibattito contemporaneo, sofferente per la marginalità in cui è oggi costretto. Se da un lato la libertà di espressione non consiglia limiti, dall’altro questa enorme apertura rischia di svilire i valori svolti e appiattire a un magma indefinito di commento ciò che invece ha tutta l’autorevolezza per definirsi critica. Per essere tale, dunque, l’opportunità da indagare è a mio avviso la discussione di quei limiti, sforzarsi di porli nel proprio lavoro quotidiano e ridisegnare principi sbiaditi. Si imposti una redazione, si dia vita a un gruppo forte e coeso, si impianti una linea editoriale ridiscutendo l’etica e la pratica del mestiere. In questo modo si difende l’autorevolezza dalla dispersione e si sviluppa una nuova generazione che raccolga la ‘testimonianza del testimone’”.
2. Simone Nebbia, Teatro studio Krypton. Trent’anni di solitudine, Titivillus, Pisa 2013.
3. Redazione Teatro e Critica, Il premio di Rete Critica e la nostra risposta, 26 ottobre 2011

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Tag: Dioniso e la nuvola (14), retecritica (34)


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