Un manuale di guerriglia teatrale

Eugenio Barba e Nicola Savarese, I cinque continenti del teatro, Edizioni di Pagina, Bari, 2017

Pubblicato il 16/07/2017 / di / ateatro n. 162 / 0 commenti /
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Eugenio Barba e l’Odin Teatret saranno in Italia dal 4 all’8 ottobre a Lecce, ai Cantieri Teatrali Koreja per la prima de L’albero, il più recente spettacolo dell’Odin. Il 20 e 21 ottobre Barba sarà al Teatro Tascabile di Bergamo per ricordare l’anniversario dell’Atelier del Terzo Teatro del 1977; nell’occasione con Nicola Savarese presenterà I cinque continenti del teatro, che verrà successivamente presentato anche a Marsciano, presso il Teatro laboratorio Isola di Confine di Valerio Apice e Giulia Castellani.

Se il teatro è qualcosa che si guarda, I cinque continenti del teatro. Fatti e leggende della cultura materiale dell’attore di Eugenio Barba e Nicola Savarese (Edizioni di Pagina, Bari, 2017) è grande teatro, un kolossal di quasi 400 pagine formato album, un montaggio di informazioni, notizie, attrazioni, aneddoti che insegnano, incuriosiscono e fanno riflettere.
Il format è quello del fortunato L’arte segreta dell’attore, un libro che “continua ad avere edizioni e traduzioni in varie lingue” (in italiano ha avuto molte vite dagli anni Settanta a oggi, presso La casa Usher, Ubulibri e adesso Edizioni di Pagina). Nicola Savarese annota nella Premessa: “Probabilmente la sua formula semplice dove testi e figure hanno la stessa importanza, con continuo rinvio dagli uni alle altre, si era dimostrata efficace: le illustrazioni entravano da protagoniste per sostenere un nuovo campo di studi, l’antropologia teatrale ideata da Eugenio” (p. 6).

In realtà, la formula dei due volumi è tutt’altro che semplice, al di là del travolgente impatto visivo dovuto a centinaia di immagini, accostate ora per affinità al testo, ora per affinità tra loro in strabilianti gallerie, ora per contrasto e contrappunto. Nella Premessa sono accostati il bozzetto di Juan Mirò per il balletto Jeux d’enfants (1932), il celeberrimo Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? di Paul Gauguin (1897) e – a tutta pagina – una coloratissima eruzione solare. Il gioco, il nostro destino, l’energia del cosmo. Insomma, il teatro.

Dopo questa folgorante ouverture, come nel grande teatro d’opera, i cinque atti, ovvero le tappe di un cammino iniziatico con Barba nella parte di Tamino e Savarese in quella di Tamino e viceversa: perché ciascuno dei cinque atti viene preceduto da un dialogo in cui i due autori si travestono da Bouvard e Pécuchet, i due eroi-copisti che Flaubert inviò come esploratori nel pineta della bétise.
Lo scheletro di questa esplorazione si appoggia a cinque domande che richiamano quelle canoniche del buon giornalismo: Quando, Dove, Come, Per chi, Perché (più un’appendice di “pagine cadute”). L’ambizione è chiara: interrogarsi su che cosa sia il teatro oggi, senza partire da una impossibile definizione, ma attraverso il censimento di una molteplicità di pratiche, che spaziano storicamente (dall’antichità ai giorni nostri) e geograficamente (attraverso i cinque continenti, con una preoccupazione globalista di “politicamente corretto”). Sono le “tecniche ausilirie” che gli attori usano da sempre e ovunque (non tutte, non tutte insieme) come armi d’attacco e di difesa. I cinque continenti del teatro è teatro sul teatro, dunque, ma anche una cartografia dettagliata e sorprendente, dove l’antico si affianca al moderno, il grande dialoga con il piccolo, il già noto dialoga con la provocazione intellettuale. Per il lettore-turista questo viaggio è una costante ginnastica culturale e intellettuale, colta e ironica.

Mancano quasi del tutto in questa geografia i domini su cui si è tradizionalmente costruita la storia del teatro: non ci sono (quasi) i grandi attori e le star, del tutto i testi e fanno rare comparsate i loro autori, gli scenografi sono assenti e la critica (gli “spettatori professionisti”) si merita uno striminzito paragrafo. Il contagio teatrale attraverso libri, riviste e film vale due coloratissime pagine, le “tombe degli attori” ne valgono 4 e le loro maschere mortuarie 3, per non parlare dell’ampia e travolgente raccolta filatelica, un vero cult che tradisce l’ispirazione collezionistica del progetto. Perché in un volume costruito sulle labili memorie di un’arte effimera, si inseguono le tracce dei memorabilia, alcuni notissimi, altri rari, altri curiosi: il binocolo di Lincoln quando venne assassinato in teatro e la foto con i sette attori nani finiti tra le grinfie di Mengele a Auschwitz, le figurine Liebig con il Teatro Romano di Pompei e l’immagine delle parate dei bambini nella favelas di Rio, la foto delle rovine del padiglione olandese all’Esposizione Coloniale di Parigi nel 1931, lo scatto con il gesto di Obama e la stampa con la Venere Ottentotta Saartjie “Sarah” Baartman…
In questo viaggio spaziotemporale nel Paese di Teatro entrano in cortocircuito diversi elementi di base ripresi dalla storia del teatro, così come viene insegnata nelle università, e una galassia di aneddoti in apparenza divergenti, eccentrici, e che tuttavia sono centrali alla dinamica del racconto. Perché in realtà il teatro “mainstream” è stato continuamente reinventato da queste esperienze marginali, che hanno cambiato il corso della storia, o hanno messo in luce la vera essenza del teatro. A essere messo in discussione è il rapporto tra tradizione e innovazione, tra cultura alta e popolare, tra l’istituzione e l’emergenza.

Il fulcro, almeno a giudicare dal sottotitolo, è l’attore. In realtà il libro si interroga implicitamente sulla natura del teatro partendo dalla sua materialità, attraverso l’enumerazione e l’accostamento di una quantità di pratiche che hanno via via definito il senso di quello che crediamo, e abbiamo creduto, essere il teatro. Uno spazio e un tempo diversi, un’attività, una relazione, un’etica. Un’arte in grado di reinventarsi nel tempo e nello spazio, come l’Araba Fenice che compare come emblema dell’Indice, all’inizio di questo libro, “un albero spuntato dalle tombe e da internet” (l’albero sarebbe un’altra metafora dell’organizzazione del sapere). Per questo la mappa di Barba e Savarese non servirà tanto a quelli che vogliono rifare il teatro di ieri (ovvero quello che crediamo essere il teatro). Sarà molto più utile a quelli che stanno inventando il teatro di domani: “una sorta di guerriglia incruenta, di clandestinità a cielo aperto o di preghiera miscredente (…) una ribellione che si trasforma in senso di fratellanza e in un mestiere di solitudine che crea legami” (Eugenio Barba, Bruciare la casa, 2009).

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