Pentothal, Tropicana e altre sostanze sceniche: la prospettiva politica e poetica di Fratelli Dalla Via, Frigo Produzioni e Saverio La Ruina

Appunti dalla diciottesima edizione di Primavera dei Teatri

Pubblicato il 17/07/2017 / di / ateatro n. 162 / 0 commenti /
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Il Teatro Vittoria di Castrovillari era andato distrutto 31 anni fa in un incendio. Lunghissimi lavori di recupero per poi lasciare la scatola vuota dell’edificio in balia di vandalismi e razzie. A riaprirlo, almeno per qualche sera, e a riconsegnarlo alla comunità con un gesto politico che, vogliamo sperare, lascerà il segno è stato il Festival Primavera dei Teatri, giunto quest’anno alla sua diciottesima edizione. Scena Verticale – ovvero Dario De Luca, Saverio La Ruina e Settimio Pisano – ha impegnato risorse per allungare il palco di un metro e trovare 200 sedie per gli spettatori. Ed ecco rinascere uno spazio culturale nel cuore della cittadina calabrese. Un messaggio forte, che va di pari passo con la libertà delle scelte artistiche della manifestazione. Scelte coraggiose ed esiti discutibili, com’è giusto che sia. Perché un festival deve saper rischiare con le sue proposte e gli spettacoli devono aprire confronti, lasciare interrogativi, dividere. I lavori presentati a Castrovillari, quasi tutti al debutto, non hanno mancato l’obiettivo. Le discussioni del sempre numerosissimo pubblico hanno animato le serate, dividendo, appunto, e lasciando l’impressione complessiva di una scena italiana confusa ma viva. Del Cantico dei cantici di Fortebraccio Teatro abbiamo già riferito. Proviamo a mettere ordine fra gli appunti riguardanti tre altri spettacoli.
Personale Politico Pentothal – Opera rap per Andrea Pazienza ci porta nell’atmosfera incendiaria della Bologna settantasettina. Marta Dalla Via (e il fratello Diego che con lei firma il progetto) hanno lavorato oltre un anno sugli scritti, più che sui disegni, di Pazienza e sull’immaginario legato in particolare al personaggio di Pentothal, sorta di alter ego del fumettista. Accanto a lei in scena dj e rapper del gruppo vicentino di freestyle Gold Leaves. Il risultato è spassosissimo riguardo il testo, costruito con le incongruenze e gli andirivieni della dimensione onirica: «Fitti fatti di fattanza raccontano di un’eroina fatta di eroina che cerca di disintossicarsi tramite una favolosa e favoleggiata cura del sonno». Paz inventa una neolingua che oggi può risultare strabiliante ma che in realtà va calata nel contesto dello sperimentalismo letterario dell’epoca, tra neoavanguardia, intraverbalismo e onirismo linguistico. Il disegnatore ha in più la freschezza visionaria del giovane maudit, l’epicità postuma del cantore di una generazione bruciata e la icasticità di chi compone anzitutto per immagini. Ne risulta un flusso verbale apparentemente senza capo né coda: desinenze sbagliate, generi fantasiosi, storpiature e ribaltamenti, dilatazioni temporali, scambi di persona, ma che improvvisamente sa ricomporsi in episodi di efficace presa emotiva. In particolare quando l’autore ricostruisce (decostruisce) la morte di Francesco Lorusso, ucciso a Bologna dalla polizia nei disordini del marzo 1977, oppure quando rivive, con una progressione dal ritmo cinematografico, il ritrovamento del cadavere in decomposizione dell’amico Stefano Tamburini (altro geniale fumettista), a dieci giorni dal decesso per overdose, in un appartamento romano nel 1986.
L’operazione dei fratelli Dalla Via è interessante, anche se non del tutto convincente. L’attrice entra in scena con un vestito rosa e una corona di fiori in testa che depone davanti a un microfono ad asta. E rimane lì per quasi tutto lo spettacolo a dare voce divertita a una storia piena di personaggi senza corpi – senza il corpo della voce. Le incursioni dei rapper fanno scattare talvolta cortocircuiti inattesi, ma più spesso appaiono giustapposti e autoreferenziali, comunque drammaturgicamente ingiustificati. Il personaggio inventato da Pazienza sembra assunto come agente psicoattivo, il siero della verità, appunto, per disinibire l’approccio di un gruppo di giovani d’oggi a quell’età perduta della radicale contestazione al sistema. Sarà vero che la traslazione sul presente delle scene musicali di allora porta alla cultura hip hop, ma la carica politica di quella stagione non si lascia “attualizzare”, sfugge via con la sua durezza e le sue contraddizioni. Non basta mescolare Lorusso, Moro, Ustica a caratteri cubitali sul fondale per fare i conti con la sacrosanta cattiveria di quei ragazzi. Non basta risentire ancora una volta il nastro di Radio Alice per riformulare le loro domande all’altezza del nostro tormentato presente e «rendere acrobatiche le parole del nostro futuro».
Anche Tropicana di Frigoproduzioni sconta una difficoltà, evidentemente generazionale, a sviscerare l’intento politico di un progetto interessante e originale. Il punto di partenza è qui più umile e quasi frivolo, ma non privo di una sua incisività e coerenza interna. Su un palco vuoto dalla quadratura verde, quattro giovani attori (Francesco Alberici, Salvatore Aronica, Claudia Marsicano, Daniele Turconi) rappresentano le passioni, le tensioni, i dubbi di una band alle prese con una canzone che ha raggiunto il successo sulla base di un equivoco. Tutta la drammaturgia ruota intorno alla relazione ossimorica fra il testo e la musica di un pezzo divenuto di moda nelle italiche estati a partire dal 1983, anno di lancio, e ancor oggi rintracciabile nelle hit balneari e nelle colonne sonore dei villaggi turistici: Tropicana del Gruppo Italiano. Il chitarrista della band ha una fissa: «la struttura della canzone perfetta». Voleva fare la rock star e sta nel gruppo controvoglia; gli hanno chiesto un motivo orecchiabile e ritmato che venga incontro alle “aspettative del mercato” e lui compone un calypso che non ha nulla a che vedere con le parole scritte dall’intellettuale del gruppo, parole che descrivono un’apocalisse alla quale i turisti di un’esotica isoletta assistono senza quasi rendersene conto. Il refrain «Bevila perché è tropicana, ye» imperversa. In effetti, l’angosciante tematica del testo è passata completamente in secondo piano rispetto alla leggerezza della musica.
Ai contrasti tra i due personaggi si aggiungono le velleità della cantante, decisa a far valere le sue scelte interpretative, e i sogni frustrati del più giovane corista. Più volte i quattro si rivolgono a un sole morente con domande sulla morte e sulla fine del mondo, ma anche in questi casi non mancano le sfumature metateatrali di carattere beckettiano: «Certo che è una bella giornata, c’è un sole bellissimo», dice uno di loro. «No, è il faro», risponde un altro. «È uguale», conclude il primo. Dietro l’armonia apparente di una giovane formazione musicale scopriamo così una realtà contraddittoria e insoddisfatta, proprio come sotto il ballabile di successo si cela un grumo di disperazione. Coerentemente, lo spettacolo stesso è costruito come la canzone: struttura lieve, cuore inquieto. «L’inquietudine nascosta di Tropicana ­– spiegano gli attori – è quasi inafferrabile, avvolta com’è in una confezione leggera e ridente. Il concetto di un’angoscia, di un problema, di cui si percepisce la presenza, ma che non si riesce a identificare con chiarezza, tocca un nostro nervo scoperto.» Ma questo nervo in realtà non si scopre mai, non diventa lamento né urlo. O forse sta proprio qui la chiave, nell’incapacità di scoprirsi, nell’impossibilità di credere a quel che si dice, di sentire davvero? «Non è che ho delle cose da dire: le dico», spiega uno dei personaggi. Il pubblico ride, ma lo spettacolo, pur con tutti i suoi limiti, ha davvero un fondo tragico, che fatica a uscire anche per l’astruseria della vicenda, ma si lascia almeno intuire. «Di che parla davvero questa canzone? Perché nessuno ci ha mai fatto caso? Tropicana è un’immersione negli abissi, nel nero nascosto di una canzone. È la ricerca di un punto di contatto tra quel nero e questo attuale che ci sommerge.»

Arriva invece direttamente al segno il nuovo lavoro di Saverio La Ruina, Masculu e fìammina. Classico monologo di immediata comunicazione, stabilisce un rapporto diretto e senza fronzoli con il pubblico e dice quel che vuole dire in modo semplice e chiaro, com’è nello stile interpretativo e nella postura etica dell’attore lucano. La vicenda è tutta qui: in una giornata invernale, un uomo semplice si reca al cimitero per far visita alla tomba della madre e con lei parla, con la dolcezza di un figlio e la pacatezza di un uomo provato dalla vita, confessandole di essere omosessuale: «o masculu e fìammina cum’i chiamàvisi tu». Tutto il resto è aneddoto, ricordo, rimpianto. La diversità scoperta ai tempi della scuola, gli imbarazzi, il disagio, le prime attrazioni, le prime avventure, e poi quella importante con un uomo del nord che morirà tragicamente. Seduto su una pietra accanto alla tomba della madre, l’uomo si scalda le mani col fiato e scalda il racconto con memorie scabrose e intime confessioni. La madre sapeva? Sicuro, ma non faceva domande e rispettava amorosamente i sentimenti del figlio. Solo si raccomandava, quando lui usciva la sera: «Statti attìantu». Ci sono degli aspetti non risolti nella drammaturgia, e sarebbero forse determinanti nello sviluppo psicologico del personaggio. Quella madre che guarda bonaria dall’ovale di porcellana della lapide innevata è stata in vita fin troppo dolce e protettiva, in qualche modo sembra aver difeso e allo stesso tempo tarpato le ali del figlio. Lui vagamente se ne rende conto, quando ricorda che a ogni sua avventura, a ogni suo allontanamento e tentativo di emancipazione lei cadeva ammalata e lo richiamava a sé. Ma il protagonista è appena sfiorato dall’idea dell’egoismo materno e il tema non è elaborato. E poi c’è l’omissione delle figure famigliari maschili: del padre non si parla mai, e se si tratta di una rimozione andrebbe esplicitata, mentre scopriamo en passant, a vicenda quasi conclusa, che c’era anche un fratello. Contrasti, emulazioni, rivalità, incomprensioni: nulla di tutto questo. Solo la madre e il suo rapporto “amoroso” con il figlio. Un rapporto che La Ruina racconta con toni delicati, con voce a tratti sussurrata, con atteggiamento che diventa fatalistico, abbandonato, contemplativo delle vicende del mondo e della sua propria vita, fino a staccarsi da se stesso, a confondersi fra le tombe, a ricoprirsi di neve. È l’estremo ritorno alla madre? È la libertà di dire solo a patto di morire? Di sicuro è un altro riuscito esercizio di attenzione nei confronti di un’anima semplice, di quell’umanità offesa che trova redenzione nel teatro di Saverio La Ruina.

(Tutte le foto sono di Angelo Maggio.)

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