A chi serve la critica teatrale? Non al pubblico, non agli artisti: oggi serve ai politici

Il ritorno all'ordine per i festival italiani?

Pubblicato il 26/07/2017 / di / ateatro n. 162 / 0 commenti /
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Olympic Games, a Santarcangelo e Sansepolcro.

C’è stato un tempo felice in cui si andava ai festival per vedere gli spettacoli e per socializzare (qualcuno usava termini più coloriti ed efficaci).
C’è stato un tempo felice in cui si scriveva per sé stessi (per capire quello che si era visto), per il pubblico (per informarlo e formarlo), per gli artisti (per offrire loro uno sguardo esterno).
C’è stato un tempo felice in cui i festival ci facevano conoscere esperienze interessanti, più o meno innovative.
Quei tempi felici stanno tramontando, forse sono già tramontati. Perché i festival, grazie anche al loro successo, sono finiti nel tritacarne della politica all’italiana.
Sia chiaro, i festival hanno da sempre – fin dai tempi dell’antica Grecia – una funzione politica, oltre che rituale. Il problema è che la politica italiana, a livello sia locale sia nazionale, è un’altra cosa. La politica italiana ha molto poco a che vedere con la polis, con il bene comune (altrimenti avrebbe cercato di arginare il saccheggio costante della cosa pubblica cui assistiamo da anni, fatto di corruzione e incuria, con denunce quotidiane che occupano sempre più stancamente le nostre cronache). Il dibattito politico è da tempo ridotto a un teatrino di basso livello: è una rissa da bar, una gara di insulti no stop nei talk show, nutrita di pregiudizi e scarsa competenza, condita di antipatie e rivalità personali (simpatie ce ne sono poche, in questa lotta di vassalli e traditori), in uno slalom di opportunismi e trasformismi.
Alcuni eventi di queste settimane – con qualche anticipazione negli anni scorsi, e il consolidamento di alcune tendenze di lungo periodo – segnano una accelerazione.
Il primo dato è la crisi di due festival, piccoli per quanto riguarda il budget ma di “rilevante interesse culturale” come Chiusi e Volterra. Due direzioni artistiche sono state spazzate via e sostituite con rapidità sospetta, adducendo motivazioni diverse. Nel primo caso un problema di bilancio (ad accorgersi all’improvviso del buco accumulatosi nel tempo sono stati gli amministratori che avrebbero dovuto tenere quel budget sotto controllo). A Volterra, la trappola è stata la progressiva riduzione del finanziamento comunale e il lancio di un bando in extremis, a condizioni umilianti e vessatorie. Così i due direttori sono stati rimossi e sostituiti con grande rapidità, per programmare due minifestival liofilizzati espresso.
Ma queste sono solo le ragioni “ufficiali”. Dietro vicende di questo genere, tipiche dell’Italia dei mille campanili, sempre divisi tra i guelfi e i ghibellini di turno, ci sono motivazioni più ampie, che non riguardano solo i “casi critici” e le motivazioni ufficiali.
Molte di queste rassegne vengono ospitate in piccoli borghi, ma hanno una vocazione nazionale o addirittura internazionale. Questo status è stato raggiunto con una programmazione innovativa: in questi anni i festival, soprattutto in queste aree marginali, lontani dai grandi riflettori e dai grandi finanziamenti delle super-rassegne, hanno svolto una funzione di supplenza rispetto a un sistema culturale ingessato e spesso reazionario, aprendo ai giovani e a pratiche innovative.
Questo ha aperto due linee di frattura, di fronte a politiche culturali sempre più votate all’intrattenimento e al cosiddetto “mercato”. Sul versante del pubblico, un bel concerto pop, o l’apparizione di un comico televisivo, sembrano molto più efficaci e riscuotono un successo immediatamente misurabile. Sul versante del tessuto culturale, si crea una distanza tra due tipi di esperienza: quella poco più che amatoriale a livello locale, e quella aperta alla sperimentazione internazionale, spesso poco attenta al rapporto con il pubblico, soprattutto negli scorsi decenni. Ora invece l’enfasi su arte partecipata e audience development sembrerebbe indizio di una diversa consapevolezza: ma questi sono termini che al politico e al giornalista medio in Italia dicono ancora poco o niente.
A molti amministratori sembra dunque più efficace una politica basata sul consenso. Da un lato si tratta di portare in piazza l’audience massificata dalla televisione, scegliendo sulla base dell’indice di notorietà di Google, al di là dell’effettivo impatto culturale. Oltretutto, nella visione di molti amministratori, i festival devono servire a valorizzare un territorio, con una funzione di promozione para-turistica (o di passatempo serale per il turista). Dall’altro lato, basta gestire con qualche briciola di denaro pubblico le clientele di piccolo cabotaggio sul “territorio”: il provincialismo di molta cultura italiana si spiega anche così.
Un altro elemento di incertezza deriva dalla labilità del quadro politico: a ogni elezione, gli operatori culturali devono ricostruire il rapporto con gli enti locali. Chi vince un’elezione amministrativa ha due preoccupazioni: dare spazio ai propri sostenitori, usando il sistema dello spoils system; e dare l’impressione di un forte cambiamento, facendo piazza pulita di quello che nel bene e nel male aveva fatto la giunta precedente (non è un problema di destra e sinistra: basti guardare alla politica culturale in Puglia da Vendola a Emiliano…).

Über Raffiche (nude expanded version) / Santarcangelo Festival /

Non è finita qui. Perché gli artisti d’avanguardia, si sa, amano essere birichini e ogni tanto ci scappa la provocazione. O meglio, in un sistema mediatico inquinato è fin troppo facile far esplodere lo scandalo, sulla base di informazioni spesso sbagliate: basti pensare alla merda spalmata sul volto di Gesù nel Segreto del volto del Figlio di Dio di Romeo Castellucci (FALSO), all’artista che si piscia in bocca sulla piazza di Santarcangelo (FALSO), ad Angelica Liddell che si masturba in scena con un crocifisso al Teatro Olimpico di Vicenza (FALSO). (Il dossier Censura di ateatro). Che la fake news che ha fatto scattare lo scandalo sia vera o falsa, poco importa: per un amministratore o un funzionario pubblico, si tratta di una grana, che va dunque evitata con cura. Meglio la sagra del peperone o della rana fritta con l’orchestrina, che sono tutti contenti con la panza piena, e poi si balla (è l’ambiziosa politica culturale di molte amministrazioni leghiste).
Per avere un qualche effetto, l’arte deve essere (anche) provocazione. Ma nell’immediato la discussione, il dibattito non creano consenso. Dunque meglio un’arte inoffensiva, evasiva, divertente. Un’arte che non rompa gli equilibri, che non faccia pensare troppo. Bene i clown, male i carcerati. Che resti precaria e dunque ricattabile. Male la compagnia stabile, meglio gli spettacolini, magari “carini”. In fondo i festival sono feste, perché rovinarsi la vita con i cattivi pensieri, i rischi inutili, le visioni depressive? La gran parte di questa rassegne si svolge d’estate: ma dai, dobbiamo davvero rovinarci le vacanze? Abbiamo tutto l’inverno per pensare alle brutte cose del mondo…
Così in queste settimane mi sono arrivate dagli uffici stampa di due rassegne altrettante lettere per me assai curiose.
La prima arriva dalla direzione Festival di Santarcangelo, dopo una edizione assai discussa, malgrado

un clamoroso successo di pubblico: la manifestazione è stata partecipata da oltre 22.000 persone, con un incremento del 45% sulla vendita dei biglietti rispetto all’anno passato, offrendo una programmazione per il 50% degli appuntamenti ad ingresso gratuito.

La pagina Facebook della rassegna è stata massicciamente spammata da estremisti di destra, come accade da anni. Ma questo è bastato all’onorevole Massimiliano Fedriga (definito dalla stampa attivissimo “astro nascente” della Lega Nord) per presentare il 13 luglio 2017 una interrogazione parlamentare in cui si chiede al Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo se non ritenga di dovere

assumere iniziative per definire un sistema di vigilanza su eventi culturali realizzati da parte di enti […] che utilizzano finanziamenti statali […] che si qualificano come propaganda politica e di diffusione di ideologie totalmente scollegate dalla realtà e dai problemi di concreto interesse di cittadini.

A seguire è arrivata l’interrogazione a risposta scritta numero 4977 rivolta dal consigliere regionale Tommaso Foti (Fratelli d’Italia) in data 18 luglio 2017 all’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna.
Nella loro lettera aperta del 21 luglio 2017, Eva Neklyaeva (Direttrice Artistica) e Lisa Gilardino (Co-curatrice) notano che

gli attacchi al Festival si sono concentrati tuttavia essenzialmente sulle tematiche legate alle politiche di genere e alla sessualità, con l’obiettivo di colpire una seria ricerca compiuta da alcuni degli artisti invitati (…) Il fatto infine che alcune critiche si siano concentrate non sui contenuti dei lavori presentati al Festival, ma piuttosto sulla sessualità dei performer, come nel caso della musicista Baby Dee, è la manifestazione di un atto discriminatorio e sessista, che in Finlandia sarebbe qualificato come incitamento all’odio.

Il copione di Santarcangelo 2017 non si discosta da quello di Terni Festival 2016, e ricalca quello di molte situazioni analoghe: un articolo o un post scandalistico, una polemica alimentata ad arte, l’intervento della politica, l’interrogazione parlamentare, l’invocazione della censura agli artisti: è lo schema che la destra reazionaria e fondamentalista utilizza da anni per limitare la libertà d’espressione. Concludono Neklyaeva e Gilardino:

La libertà dalla censura, così come l’indipendenza dal potere politico, è alla base di qualsiasi pratica artistica contemporanea. Riteniamo assolutamente inaccettabile che un potere politico si senta in diritto di interferire con questo lavoro, con giudizi circa ciò che è “vera cultura” o ciò che è “pseudocultura”. O anche solo limitando lo spettro dei temi possibili sui quali gli artisti si possono confrontare.

La seconda mail arriva dall’ufficio stampa di Kilowatt Festival, una manifestazione dai contenuti certo meno provocatori di Santarcangelo, basata oltretutto sul coinvolgimento dei cittadini, attraverso la formula dei Visionari. In seguito a un articolo uscito su un sito locale, la minoranza politica di Sansepolcro ha chiesto alla direzione e all’ufficio stampa del Festival, “in maniera del tutto rispettosa e cortese, di visionare la rassegna stampa di Kilowatt”. Debitamente raccolta, con la collaborazione dei giornalisti che potranno inviare “il link o il PDF della pubblicazione” la rassegna stampa di Kilowatt verrà presentata “alla prossima riunione comunale nella prima metà di settembre”. E se qualcuno oserà stroncare gli spettacoli scelti dai Visionari, dovrà prendersela con i suoi concittadini…
Se avevo qualche dubbio sulla funzione e sui destinatari della critica teatrale (e dei miei articoli dai festival), adesso posso tranquillizzarmi. Sto scrivendo questo pezzo per l’Onorevole Fedriga e il Consigliere Foti, perché siano meglio informati su quello che accade nel mondo a loro ignoto della cultura contemporanea, per il Ministro Franceschini, perché abbia argomenti per rispondere alle interrogazioni, per le opposizioni nei consigli comunali dei paesi che hanno la fortuna di ospitare manifestazioni culturali autentiche, e non solo sagre e celebrazioni. In realtà questo accadeva anche in passato, ai tempi felici in cui gli assessori valutavano il contributo da assegnare a una manifestazione sulla base dei centimetri quadrati della rassegna stampa.
Adesso, finalmente, non si limiteranno a contare le righe e i centimetri di foto, forse mi leggeranno pure… I miei articoli saranno note al piede della campagna di post orchestrata da un social media manager fascista, o una risposta all’articolo di un giornalista di provincia a caccia di scandalo, debitamente imbeccato dal suo amico, un consigliere dell’opposizione (dis)informato dei fatti.
A prescindere da quello che penso, scriverò che va tutto bene, anzi benissimo. Che non bisogna cedere alle strumentalizzazioni. Che di fronte a questi attacchi è necessario far fronte comune per difendere i pochi spazi di cultura viva e libera che ancora esistono nel nostro paese. Che la manifestazioni culturali fanno bene all’economia, accrescono il capitale cognitivo, ci rendono cittadini migliori (mentre con le sagre aumentano colesterolo e trigliceridi…). Ma su questi temi, scriviamo da anni! Il saggio a cui stavo lavorando, I festival come percorsi benessere, lo pubblicherò con calma, quest’inverno. Quando gli assessori e i consiglieri smetteranno di fare i critici teatrali…
So anche che tutto questo mio affaccendarmi sarà inutile, perché i giornalisti praticano la cultura dello scandalo e i politici preferiscono la censura alla progettualità culturale. E’ più veloce, scandali e censure ti mandano subito in prima pagina.
Ma il link di questo articolo all’ufficio stampa glielo mando lo stesso.
O forse dovremmo usare una tattica diversa: inondare anche noi con le nostre mail tutti i censori e aspiranti censori con una immagine e una dedica: “STAI SIRENETTO”.

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