Cicale in Blues nell’ultimo spettacolo di Tino Caspanello

Pubblicato il 22/10/2017 / di / ateatro n. 162 / 1 commento /
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Il debutto di Blues, ultimo testo di Tino Caspanello, da lui anche diretto e scritto per Francesco Biolchini, avviene lo scorso 9 settembre nel centro polifunzionale di Letojanni, prospicente il lungomare ionico, il più vicino alla costa occidentale di Taormina. Biolchini da tempo si è insediato nuovamente in Sicilia e come altri artisti ha intrapreso la non facile decisione di investire nel suo territorio, dopo un periodo romano di collaborazioni e di teatro comico e cabarettistico. Con l’Associazione Maneggiare con Cura si occupa di organizzare laboratori teatrali e rassegne, nello spazio affidatogli dal Comune, dove ha avuto luogo l’ultimo appuntamento teatrale della stagione estiva di Letoestate 2017. In Quadri di una rivoluzione (anche omonima raccolta di testi teatrali, Editoria&Spettacolo 2013) Biolchini è già stato diretto da Caspanello nel marzo 2015, in una prima italiana, dopo quella francese, al Nuovo Teatro Sanità. Blues ha recentemente varcato l’Isola, il 14 e 15 ottobre, per raggiungere Officina Teatro San Leucio, dove ha inaugurato la stagione 2017/2018, diretta a Caserta da Michele Pagano.
Le scene realizzate da Piero Botto sono state progettate e ideate da Cinzia Muscolino, che si è occupata anche dei costumi. La morbidezza dei tessuti, che accompagnano i gesti dell’attore, viene evidenziata dalla simmetria rigida che ricorda il distacco deciso presente in altre scenografie di Muscolino, tra tutte la più esemplificativa in tal senso rimane  quella di Delirio bizzarro, realizzata per la Compagnia Carullo Minasi con cui collabora fin dai primissimi lavori del giovane ma pluripremiato duo siculo-calabrese.
Un orologio scorre in tempo reale sulla scena, scandendo un horror vacui che è sempre il modo in cui l’arte si manifesta in maniera brutale, secondo la poetica di Caspanello:

«spazio, cambiamento e senso sono i luoghi perché avvenga una drammaturgia, lo scopo di ogni spettacolo è “andare oltre”, aprendo una porta d’accesso per lo spettatore, attraverso l’opera. L’esigenza dell’artista sociale consiste in questo: un’azione vitale quale principio artistico e metafisico. L’artista dà forma a ciò che assorbe e possiede: le chiavi d’accesso per una reinterpretazione della realtà. Ed è per questo che ciò che conta non è tanto chi sia il personaggio ma piuttosto quali relazioni intrattiene.»

L’atmosfera evocata dalle calde luci agostane contrasta in maniera vivace con il buio del treno che non vediamo, con le rotaie esemplificate dalla presenza del pubblico e con la vecchia scopa che usa l’uomo protagonista, per togliere via dalla porta di casa la polvere di un’abitazione sospesa nel bel mezzo di un campo ferroviario.

Foto di Carmine Prestipino

La recitazione à la Caspanello è ravvisabile nelle pause, nel ritmo recitativo e nella raffinata compostezza di piccoli gesti significativi: bere un bicchiere d’acqua, spostare un vaso di fiori. L’acqua è prezioso elemento vitale e femmineo così come quel fiore spesso evocato e infine indossato, che rende autentico e tenero quest’uomo-bambino e attore di generosa capacità mimetica. Così recita: «Mia madre sempre un fiore tra i capelli. Sempre. E se non lo trovava, ne faceva uno di carta. E chi poteva accorgersene che era di carta! Era un fiore, da lontano era sempre un fiore.» Caspanello dichiara di essersi ispirato ai Blues di Tennessee Williams, drammi che descrivono una condizione surreale di isolamento, in cui la melodia del genere musicale, evocata nel titolo, celebra l’inquietudine delle donne protagoniste.
Nonostante il tappeto sonoro sia quello del canto delle cicale, rilassante e onirico, che ricorda le onde di Mari – e indubbiamente questo tra tutti è lo spettacolo che più sembra somigliare al testo più rappresentato e tradotto di Caspanello – l’abito estivo con camicia bianca, i ricordi d’infanzia, un elemento disturbante si presentifica. «Che anno era? (Prende il taccuino, lo sfoglia, legge). Ecco. 17 maggio 1958. Ore 15,37. Treno fermo a causa di un guasto.» L’attore guarda fuori rivolgendosi al pubblico, quindi a presunte rotaie e sembra davvero di vedere un treno passare, che però in realtà sorprendentemente si ferma.
Quella che sembra una improvvisazione attoriale sull’arrivo del treno, evento inaspettato, il treno è “uscito”, fa sì che l’orologio in scena non sovrasti più il corpo ma ne sia divorato; l’attenzione infatti si sposta sulla relazione del protagonista con un’assenza. Dopo un iniziale imbarazzo si chiede se effettivamente i passeggeri del treno fermo davanti casa possano sentirlo. Il cambio di posizione da un’altra parte sulla scena, compone un dipinto, o forse la posa per uno scatto d’epoca. Polvere, terra, pietre, spazza il palcoscenico la “polvere da palcoscenico”. Una volta da sinistra, una volta a destra perché questo è l’unico senso dei treni. Ma dove si trova davvero il protagonista? È vivo? È un bimbo mai diventato uomo? Ed è il treno a passare o è lui a fermarsi? Dichiara Caspanello:

«Le arti ci riabituano alla vera percezione del tempo, da intendersi non come limite ma come istante infinito. Nel caso della poesia o del teatro dopo la manifestazione del conflitto occorre porre una domanda che possa spalancare la capacità immaginifica del fruitore, attraverso una giusta modulazione del linguaggio. Il personaggio è per questo abitato dall’autore “che parla” nel corpo in scena, nei dialoghi, mediante modelli comportamentali finalmente umani, ma nella intenzionalità della parola.»

Ancora una volta Caspanello rivela e svela quanto la scrittura teatrale esista e sia possibile soltanto in quanto presenza viva dell’istante e, azione mai ripetibile. La data esatta del guasto al treno corrisponde a un noto live di Chuck Barry su School Days, brano sulla routine di un adolescente, un non ancora adulto, come il protagonista, legato ai ricordi e ai genitori – erano in tre, un tempo, in quella casa di cui vediamo solo una porzione di facciata – non ha avuto rapporti con altre persone. Ma nel 1958 esce anche il noto film con le star del blues americano St. Louis Blues. Ma la ragione per la quale il titolo del monologo è questo andrebbe anche semplicemente ricercata nella somiglianza tra la scansione convenzionale del tempo dell’orologio in 12 ore e quella del blues, in 12 battute. Quindi se ciò fosse vero il monologo avrebbe inizio nel bel mezzo della giornata diurna del protagonista? Ma la realtà fuori del teatro ci rimane in infondo anch’essa incompresa.
Il protagonista di Blues non può agire ma la sua condizione è libera, lui vive addirittura fuori dalla casa. Sono infatti i passeggeri a essere imprigionati dietro un vetro che rende sordi, muti e nega la comunicazione e la percezione con chi sta in scena. Sono gli spettatori a essere fuori e dentro il teatro o infondo loro non sono anche come chi voglia e possa sforzarsi di tendere una mano, ma senza il vetro di un finestrino che la separi da un altro essere umano? Un sipario è pur sempre una porta ma il suo accesso è privo di chiavistello.

 

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