#BP2017 Distribuzione | Le patologie del nuovo teatro: Sindrome da Riserva Indiana, dell’Alterità oppure da Peter Pan?

Con qualche suggerimento terapeutico. L'intervento del Teatro Sotterraneo alle Buone Pratiche della Distribuzione, Firenze, 27 novembre 2017

Pubblicato il 20/12/2017 / di / ateatro n. #BP2017 , 163 , Passioni e saperi / 0 commenti /
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Se diamo uno sguardo al campo della ricerca teatrale (o teatro contemporaneo o come lo si vuole chiamare…) degli ultimi dieci anni, ci viene da dire che la nostra generazione ha pareggiato. È vero: molti gruppi che si sono affacciati negli anni zero sono ancora attivi (Babilonia, Anagoor, Collettivo Cinetico eccetera), ma è vero anche che alcuni limiti strutturali con cui siamo cresciuti tutti sono ancora intatti.

(A) Sindrome da Riserva Indiana: chi fa ricerca oggi si muove ancora tra festival e stagioni off, che si configurano come principali produttori e circuiti. Anche il riconoscimento degli under35 da parte del Mibact non ha cambiato molto lo stato delle cose, perché è mancata un’armonizzazione che incentivasse le stagioni a programmare più proposte votate al contemporaneo. Questo tipo di linguaggi fatica a girare, quindi a entrare in contatto con pubblici più vasti.

(B) Sindrome dell’Alterità: Altri Percorsi, Altri Linguaggi, Altre scene, Altro Palco… L’obiettivo – nobile e coraggioso – di queste costole di stagione era avvicinare il pubblico a un certo tipo di panorama teatrale: oggi però questa iniziativa ci pare retrocedere su molte piazze, oppure resistere in forma di piccoli recinti che non possono sfondare davvero nell’immaginario del pubblico. C’è il rischio dell’effetto boomerang: ovvero di pensare che in effetti il pubblico non sia interessato al contemporaneo e trovare l’alibi per ridurre ulteriormente il rischio culturale condiviso.

(C) Sindrome di Peter Pan: spesso si addossa ai nuovi gruppi (ormai non più nuovi) la responsabilità di non riuscire a crescere rispetto a formati, cast, minutaggi, organico ecc. Ci sono sicuramente delle responsabilità oggettive degli autori, che faticano a mettere in discussione la poetica con cui sono emersi. Al tempo stesso però avvertiamo come l’iniezione di una sorta di ormone della non-crescita: senza produzioni e con circuiti a economie ridotte è necessario fare spettacoli che entrino in una monovolume, altrimenti diventa impossibile girare. Vediamola così: i pesci rossi crescono in modo proporzionale all’acquario in cui li metti.

A noi sono venute in mente due possibili terapie per queste sindromi.

(1) La prima cura ha lo scopo di far (ri)crescere la cultura teatrale diffusa: si tratta di una sfida da prendere con pazienza e mettere in prospettiva, dandosi qualche decennio di tempo per una strategia vincente. Noi cominceremmo dai bambini, instituendo delle ore di teatro obbligatorio a scuola. C’è già un primo abbozzo di legge su questa cosa: non sappiamo se avrà mai corso, ma sarebbe di cruciale importanza, per riportare il teatro al centro della vita culturale delle nuove generazioni ma anche come antidoto ai tratti più aggressivi della Società dello Spettacolo in cui ci è dato di vivere. Qualche giorno fa abbiamo letto alcuni articoli di studiosi che hanno analizzato il recente successo delle arti marziali miste (MMA): una disciplina in cui due uomini o due donne vengono rinchiusi in un gabbia per un combattimento che ha numero limitatissimo di regole. Frequenti le fratture, le commozioni cerebrali, le maschere di sangue. Tra gli elementi del successo di questa disciplina gli studiosi registrano una crescente “domanda di realtà”, rispetto alla quale quei corpi rotti rappresentano una risposta (sospendiamo qui sulla questione “spettacolarizzazione della violenza”). Non è questa la sede per approfondire un simile discorso ma crediamo che dopo la febbre digitale dell’ultimo quindicennio stia emergendo una domanda di esperienze partecipative e dirette che il teatro dovrebbe cercare di intercettare, con tutta la sua millenaria esperienza sul campo.

(2) La seconda cura ha lo scopo di far crescere la cultura contemporanea. Da anni teniamo molto caro nel cuore il ricordo di una replica a Scampia, all’interno di un progetto curato da Punta Corsara in collaborazione con Altre Velocità: dopo lo spettacolo era previsto un incontro con dei ragazzi che seguivano un laboratorio di critica teatrale. Uno di loro ci disse una cosa per noi bellissima: “il vostro spettacolo mi ha colpito moltissimo perché fate cose che non credevo che si potessero fare in teatro, cioè non pensavo che anche queste cose fossero teatro, e invece sì, si possono fare, quindi adesso per me vuol dire che in teatro posso fare praticamente quello che voglio”. Ecco: come fare a far attecchire questa idea non in uno ma in migliaia di ragazzi? Ripensando a quell’esperienza condivisa con Punta Corsara/Altre Velocità la nostra proposta è quella di costituire alleanza operative fra operatori e autori: come teatranti, in questo tempo confuso, siamo chiamati a non seguire più soltanto le nostre urgenze creativi personali, a non ascoltare più soltanto le nostre ossessioni ma a domandarci quale linguaggio adottare per incidere nell’immaginario, connettere persone, allargare la riserva indiana. Forse non basta più fare lo spettacolo che vogliamo fare e vederlo programmato nei cartelloni a cui aspiriamo. Agli operatori invece spetta il compito di lanciarci delle sfide, di commissionarci dei progetti che siano in ascolto coi contesti dei loro teatri/festival, che abbiano un alto potenziale di rischio ma anche un alto scopo, costruendo processi produttivi in cui le nostre poetiche, messe a contatto con uno spazio, un territorio, un pubblico, possano riconfigurarsi e ottenere dei risultati di medio-lungo termine. Abbiamo tutti un gran bisogno di evolverci dalla situazione in cui siamo e Darwin è molto chiaro al riguardo: non sopravvive il più forte ma il più adatto.

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