La distribuzione: i Centri di produzioni asset strategico?

L'intervento in occasione delle Buone Pratiche della Distribuzione del 27 novembre 2017 a Firenze

Pubblicato il 03/01/2018 / di / ateatro n. #BP2017 , 159 , Passioni e saperi / 0 commenti /

Il punto di vista dei Centri di produzione in tema di distribuzione dipende molto dal territorio di appartenenza. Se i luoghi della produzione e della programmazione culturale e specificatamente teatrale si potessero rappresentare come fonti di calore, in una fotografia termica del Paese vedremmo che il colore in buona parte del mezzogiorno avrebbe una dominante blu, viola, eccetto per qualche punta coraggiosa di giallo; al contrario, le grandi metropoli, Roma e Milano su tutte, e in generale il settentrione, sono caratterizzate da una predominanza di colori caldi. Tra i puntini gialli, in Sicilia, il Teatro Libero di Palermo, il nostro punto di osservazione, con la sua esperienza – è alla cinquantesima stagione – mantiene salda la sua vocazione a essere un luogo aperto alle pratiche del teatro e alle sue contaminazioni con la danza, il teatro danza, il circo contemporaneo, promuovendo la diffusione dei nuovi linguaggi della scena. Un’esperienza che ci permette di riflettere e di immaginare possibili soluzioni per la maggiore diffusione del “calore” nella nostra mappa termica del paese; una su tutte l’identità, qualità importante per determinare quell’equilibrio virtuoso tra offerta e domanda che mette al centro connessioni e progettualità diffuse sul territorio. La capacità di resilienza raggiunta, infatti, ci permette di avere uno sguardo lungo e di mettere a fuoco alcuni punti importanti che hanno a che fare col tema della distribuzione: riequilibrio territoriale, investimento economico, formazione del pubblico.

Con il DM del 1 luglio 2014, si è ridisegnata l’architettura dei soggetti dello spettacolo dal vivo riconosciuti dal Mibact, i Centri di Produzione teatrale sono stati individuati come quella parte del settore votata in modo specifico a svolgere le funzioni di produzione e di esercizio, la metà delle attività programmate nelle proprie sale (nel decreto 1 luglio 2014 che ha regolamentato il triennio 15/17) deve, infatti, essere di ospitalità, con un minino di 50 giornate recitative. Una sorta di paracadute soprattutto per le imprese di produzione, under35 comprese, la cui missione è quella della vecchia compagnia di giro di “scavalca montagne”. I minimi produttivi infatti si sono innalzati per tutti i soggetti e, in modo particolare, per Nazionali e Tric. Una forte spinta alle attività di produzione che non si allinea con la reale domanda sui territori e che soprattutto non ha visto adeottare una strategia complessiva di investimenti economici verso quei soggetti, i Centri, che dovrebbero assorbire il surplus di produzione. Sui Centri si è forse investito poco, in modo disomogeneo e con una strategia non sempre coerente in termini di progetto e di qualità. Nel corso del triennio, ad esempio, il profilo dei Centri è stato abbastanza eterogeneo: soggetti votati alla tradizione a fianco a soggetti provenienti dalla ricerca e dalla sperimentazione. Organismi molto diversi tra loro che, da uno sguardo d’insieme, non sono apparsi rispondere a una architettura chiara legata a un progetto articolato di programmazione diffusa, capace di assorbire la sempre più crescente offerta. Questa eterogeneità è stata in qualche modo tradotta in norma nel nuovo decreto del 26 luglio 2017, che prevede (ahinoi) il ritorno alle vecchie etichette d’innovazione, infanzia e ragazzi. Etichette che rischiano di generare ghetti piuttosto che valorizzare specificità. Dal punto di vista della distribuzione manca ancora una definizione più chiara delle funzioni che risponda a una più ampia e solida visione di riequilibrio territoriale, capace di affrontare l’annosa questione meridionale. Quali funzioni distinte per i Centri di Produzione? Possono rappresentare un’ossatura cardine sulla quale costruire un più ampio sistema che favorisca la distribuzione del contemporaneo? A funzioni specifiche dovrebbero rispondere risorse adeguate, in un’ottica che veda maggiori risorse impegnate proprio nella divulgazione del nuovo e del contemporaneo, a sostegno di quei progetti di ricerca non pensati per fare cassetta. In una logica educativa e di formazione e promozione del pubblico e non in quella di sostegno a chi è già capace di generare risorse a sbigliettamento. Perché quale compito per un teatro finanziato con fondi pubblici se non quello di formare e promuovere la cultura teatrale su tutto il territorio nazionale?




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