Nachlass. Fantasmi a teatro

La pièce sans personnes dei Rimini Protokoll al Piccolo Teatro di Milano

Pubblicato il 17/01/2018 / di / ateatro n. 163 / 0 commenti /
Share

Nachlass. Pièces sans personnes è il denso, e saggiamente non tradotto, titolo di uno degli ultimi lavori che il collettivo Rimini Protokoll, per l’occasione Stefan Kaegi e Dominic Huber, porta in questi giorni al Piccolo Teatro di Milano, dopo la prima presentazione italiana al Romaeuropa Festival, lo scorso autunno. È curioso leggere nel sottotitolo “Pièces sans personnes” il doppio senso della parola pièces, ossia stanza ma anche opera, messa in scena, rappresentazione. Stanze senza persone perché le otto stanze in cui è introdotto il pubblico contengono solo l’ombra di persone prossime, in modo diverso, alla morte: troviamo le loro voci, le loro immagini, i loro oggetti, ma non ci sono i loro corpi. E ‘personnes’ sembra giocare astutamente anche con l’eco della parola ‘personne’ nessuno. Oppure, possiamo intendere pièces nel senso di messe in scena e, non a caso, l’opera viene presentata come una “installazione-performance”. Rispetto a questo secondo senso di rappresentazioni senza persone, viene allora spontaneo chiedersi se si può parlare di teatro quando non sono coinvolti gli attori. E la risposta, credibilmente, è no, non è possibile, perché, nella sua forma essenziale, Peter Brook docet, un atto di teatro richiede come minimo che un essere umano attraversi uno spazio vuoto mentre qualcun altro lo guarda. Senza questi elementi indispensabili non si ha teatro. E però il secondo senso della parola pièces risuona nel suo valore peculiarmente teatrale, perché il lavoro presentato dal gruppo berlinese tocca una dimensione che riguarda squisitamente il teatro, la sua essenza più profonda.

L’attualità della coincidenza del tema della morte con la legge da poco approvata in Italia sul biotestamento è un risvolto, per quanto rilevante, comunque secondario. Piuttosto, è prioritaria l’osservazione che il teatro ha a che fare con i fantasmi, con la vita dopo la morte, a cui rimanda come suo opposto complementare, accanto alla presenza vitale e pulsante dei corpi sulla scena.
Nella “installazione-performance” fantasmi sono gli assenti che abitano le stanze entro cui il pubblico è accolto. Se ne possono evocare alcuni. Da Alexandre Bergerioux che riceve in una camera da letto e si rivolge alla figlia adolescente con un video che lo ritrae mentre pesca. È la testimonianza di un’attività legata ai momenti felici condivisi con lei, e l’estremo saluto di chi sa di esser prossimo a morire, stroncato da una malattia genetica. Fantasma è Michael Schwery, un base jumper; non è morto, ma affronta la vita consapevole che potrebbe accadere tutte le volte che si lancia nel vuoto. Non può rinunciarvi, la bellezza di vivere l’attimo del volo come unico momento in cui “il qui e ora sono assoluti” è troppo forte, più della paura di morire e di perdere i suoi affetti. Fantasma è Jeanne Bellengi, anziana in attesa della morte che tarda a venire; conta lo scorrere del tempo come le sveglie che da giovane montava per lavoro. Racconta di sè attraverso le fotografie che, come “cadaveri”, fissano nell’immobilità attimi di vita. Fantasma è Celal Tayip, commerciante turco che anticipa, quasi fosse un gesto apotropaico, la morte vivendo passo dopo passo i momenti che accompagneranno la sua salma nella cerimonia del funerale. Fantasma è Richard Frackowiak, da scienziato conosce a fondo i processi di invecchiamento e, in una struttura che per aspetto e biancore accecante ricorda le atmosfere di 2001 Odissea nello spazio, mette letteralmente il pubblico faccia a faccia con il destino degenerativo della vecchiaia. Con questi e altri fantasmi si entra in contatto attraverso stanze le cui porte si aprono ciascuna allo scadere di un countdown digitale, come il tempo della vita che si consuma inesorabilmente. Le stanze si aprono tutte attorno a uno spazio ellissoidale, un’anticamera dove il pubblico si trattiene, come fosse in una sala d’attesa, prima di accedervi a piccoli gruppi.

Ellissoidale è il moto irregolare, in tensione tra due poli, dell’orbita dei pianeti; e nel soffitto buio dell’anticamera, a sovrastare lo sguardo degli spettatori, è disegnato un atlante in cui l’ipotetico conteggio di tutte le morti che avvengono in tempo reale nel mondo è segnalato dall’accendersi sparso di puntini luminosi. Ciascun pulsare di luce è segno di una morte e brilla come una stella nel cielo, in coincidenza con un punto geografico della mappa.
La parola Nachless racchiude il senso di questo trapassare e di tutte le testimonianze, le eredità memoriali lasciate da questi fantasmi a chi è ancora in vita. La lingua tedesca è ricca di parole che contengono questa preposizione in funzione di prefisso…Nachleben, Nachdenken…una nuance capace di indicare una tensione verso il futuro ma al tempo stesso un legame con il passato. Nach rimanda a una densità temporale che è difficile trovare nel lessico italiano; evidentemente espressiva di uno spirito tedesco dà alle parole a cui si accompagna il valore del trapassare e del medium. Medium è sempre tra due poli, la vita e la morte, il mondo e l’aldilà; medium – sia esso accesso alla virtualità o all’altro mondo – è il teatro che tiene simbolicamente assieme questa polarità. È quella zona liminale in cui si è invitati a giocare per sperimentare l’ampio spettro della sua significanza. Per questo il teatro è un luogo abitato da fantasmi, un “haunted stage”, come l’ha definito Marvin Carlson; e il teatro è il più grande esorcismo che l’uomo abbia inventato contro la morte.
Dentro le stanze, a contatto con questi fantasmi, si sta a malapena per otto minuti; non c’è il tempo materiale e mentale per entrare in sintonia con l’atmosfera di ciascuna di esse. Usciti da una stanza, i pochi minuti di attesa per l’apertura di un’altra non permettono di elaborare quanto visto e sentito, e il cambio repentino dell’ambiente ha un effetto di dislocazione estraniante. Evidentemente non c’è la volontà da parte di chi ha creato questo spazio di provocare alcun trasporto empatico. La struttura creata dai curatori è a tutti gli effetti uno spazio del pensiero, un Denkraum, dove ogni cosa è pensata per creare distanza emotiva attraverso la riflessione. I Rimini Protokoll, che hanno Bertolt Brecht nel DNA, ci fanno pensare alla morte e ci mettono di fronte alla morte con tutta la distanza che la prossimità più angusta richiede per poterla sopportare.

 

Share



Tag: RiminiProtokoll (4)


Scrivi un commento