#artepartecipativa | Appunti sui progetti di arte partecipativa e azione sociale

L'intervento all'incontro "Spunti e riflessioni intorno all'arte partecipativa" (22 novembre 2017, Casa dei Diritti, Milano)

Pubblicato il 08/02/2018 / di / ateatro n. #BP2018 , #BP2018 Lavoro , 164 / 0 commenti /
Share

La strana vicenda della partecipazione sociale

Nella prospettiva di chi fa ricerca e intervento sociale, e decide di collaborare con artisti e curatori, è utile fare un po’ di pulizia, rimettere in sequenza le cose, capirne le origini, e le valenze attuali. In estrema sintesi, potremmo dire così: qualche decennio fa si è lottato – da cittadini comuni, “pubblici” nel linguaggio delle arti, e ancor più da minoranze, in quello sociologico – per avere voce, contare, essere ascoltati, prendere parola. È stato un processo civile, in cui era chiara la matrice conflittuale della dinamica, fra un diritto reclamato e un potere detenuto da pochi. I frutti delle battaglie di allora sono i diritti di oggi, le prassi di consultazione e coinvolgimento, i meccanismi ormai riconosciuti di tutela delle minoranze, di condivisione delle decisioni istituzionali, ecc. L’arte, e il teatro in particolare, ha vissuto questa dinamica, ha interpretato e assunto questo cambiamento, vi ha contribuito, ha introdotto nelle sue pratiche la partecipazione, sotto varie forme.
Lo sguardo sociologico, che pedina più quel che succede nel pubblico, ci dà conto del suo ambiguo esito: la battaglia è stata vinta, fin troppo. Il capitalismo, in particolare il mercato e l’impulso consumista, ha intercettato e spinto questa dinamica, ha capito che l’istanza democratica poteva essere piegata in individualismo di massa, nella collettivizzazione del narcisismo. Il marketing, che lavora sulla formattazione dei desideri individuali, è diventato seduttivo, l’advertising (la pubblicità) ha dato del tu al consumatore, l’ha fatto sentire principe con tutti i suoi allegati – di volta in volta “autore della propria storia”, “attore della propria scena”, “artista del proprio mondo”, “critico dal gusto unico”, eccetera – fornendo la strumentazione essenziale per fondare quel primato. Il “noi” conflittuale degli anni Settanta è mutato in “io” gongolante nel decennio successivo, per un po’ di anni gaudente e ora più in difesa, nella paura dell’incontro con l’altro. Ma ormai il processo identitario sull’io si era radicato, prima come piedistallo e poi come recinto, così che oggi ci risulta molto difficile dire quale sia il nostro “noi”, ovvero quale sia la nostra comunità.
Questo ha voluto dire che la partecipazione, da istanza rivendicativa del pubblico, da pratica rivoluzionaria è diventata paradossalmente invito di massa – il megafono non ce l’ha il manifestante, ma la televisione – cioè cooptazione di consumatori, aggancio di elettori, strategia di mercato per farci sentire artefici del nostro mondo. Ma, appunto, uno ad uno, ciascuno per sé, quindi innocui. Ci sentiamo riconosciuti e rispettati perché personalizziamo on line il colore delle scarpe, montiamo i nostri mobili, votiamo per il migliore arredo urbano del quartiere, recensiamo qualunque cosa compriamo o luogo visitiamo, dissentiamo su internet dal gesto politico del giorno… e a teatro interagiamo, certo, ma in un mondo che ha già sistematicamente previsto la nostra presenza, di più, ce la sollecita anziché concedercela o farcela sudare, perché più lo facciamo più lasciamo tracce di noi, ci profiliamo, come consumatori, come elettori, come spettatori.

Quale arte partecipativa
La partecipazione è divenuto quindi un terreno vischioso, una palude nella quale non è facile distinguersi da altro quando la si pratica, per essere ancora più chiari non finire nella strumentazione del potere per la gestione del consenso. Coi miei colleghi di Codici, una cooperativa sociale di Milano, ci occupiamo di ricerca e intervento sociale, facciamo progetti che chiamiamo partecipativi, abbiamo una prospettiva politica, cioè di cambiamento, e abbiamo avuto modo di lavorare con artisti e curatori, di “valerci” dell’arte pubblica, appunto, per rispondere ad un mandato trasformativo. È solo una prospettiva fra le tante, l’arte può avere altri esiti, la ricerca può fermarsi alla conoscenza, cioè si tratta di un’alleanza particolare, per ora felice, che qui si prova a chiarire.
Poiché rispondiamo ad un mandato che viene spesso dal mondo del welfare – i temi sono quelli dell’integrazione dei migranti, della coesione nei quartieri, della polarizzazione fra ricchi e poveri, eccetera – la realtà in cui ci muoviamo è problematica, non pacificata, non satura. In altre parole, convochiamo l’arte a collaborare con noi laddove c’è il conflitto, cioè ci sono differenze non conciliate. Proiettare un film alla sagra o fare un film con gli abitanti di un quartiere di periferia sono due diverse convocazioni partecipative dell’arte: la sagra può essere una straordinaria mobilitazione comunitaria, frutto di autogestione e collaborazione fra volontari e associazioni, la scelta del film da vedere può essere essa stessa negoziata e decisa collettivamente, ma l’elemento conflittuale non c’è, la proiezione è dentro il ciclo del consumo.
L’arte in altre parole non è usata nei progetti come i nostri quale macchina del godimento, pacificatrice automatica – per saturazione dei sensi o distrazione delle coscienze – delle differenze materiali, sociali, culturali fra le persone. Questo è un crinale delicato: il mandato politico che riceviamo non è certo l’esplosione del conflitto, anzi, in genere è il suo superamento, il cambiamento atteso è quello di comunità più coese, di legami positivi. Il tentativo che si fa è quello che il superamento del conflitto avvenga non per celebrazione dei singoli o annichilimento della collettività nel consumo, ma attraverso un nuovo incontro con l’altro. Al di là di pregiudizi e stereotipi, di ruoli professionali e stratificazioni sociali, di culture di provenienza e età di appartenenza. All’arte chiediamo quindi di farsi medium di relazioni, non specchio individuale né opera da contemplare – non facciamo laboratori dove ciascuno fa la sua cosa, né organizziamo mostre dove ammirare l’opera di… – ma convochiamo l’arte nel campo della ricerca perché ci aiuta a cambiare lo sguardo delle persone, a rompere delle prospettive, sugli altri, su di sé.
Ad esempio, quando dieci anni fa ci è stato posto il tema della coesione, dei legami deboli in una comunità, abbiamo usato le fotografie di famiglie come macchine narrative per attivare lo scambio di storie fra i residenti di un quartiere, allestendo mostre temporanee ed itineranti con quelle foto e quelle storie, formando gli abitanti stessi a raccogliere storie e immagini. Quelle storie e quelle immagini sono finite nei quotidiani locali e nelle affissioni pubbliche, perché tutta la comunità si riconoscesse nella vita quotidiana, e si riducesse il tasso di alienazione latente che deriva dall’essere sempre esposti a immagini e vicende che non parlano mai di noi, persone comuni, come succede nel leggere i quotidiani e nell’incrociare con lo sguardo le affissioni pubblicitarie.
Non c’è narcisismo a vedere la propria foto del primo giorno di scuola pubblicata o esposta – perché sono foto di famiglia, con quella estetica molto lontana dall’idea di bello e di posa del senso comune – ma tutti si riconoscono in quell’immagine, che è un universale biografico, emozionante e immediato. Non c’è negazione delle differenze sociali o culturali, se mai il conflitto si supera perché si ristabilisce una relazione umana, fra persone, non fra identità culturali, politiche, generazionali, ecc. Ma a volte il conflitto non si supera, anzi, si infiamma, ed è successo, perché il processo partecipativo aperto a tutti dà voce anche a chi non ce l’ha – per esempio i migranti, in certe situazioni territoriali – e alimenta nelle minoranze la rivendicazione di spazi e protagonismo grazie alla fiducia guadagnata nel rivedere le proprie storie con pari dignità insieme alle altre.
Il tema del conflitto, di un’arte partecipativa ma non consolatoria e pacificatoria, è dirimente. Lavoriamo molto sui desideri delle persone, sulle loro istanze di cambiamento, sull’immaginazione sociale di presenti alternativi possibili, sull’avvio di questi percorsi: l’arte è in questo una buon alleata, ma non perché cura l’estetica del sogno – il ricercatore lo raccoglie in intervista, l’artista o il curatore ne fa un bel disegno – quanto perché aiuta a riformulare le domande, a spiazzare le rappresentazioni comuni, a rompere l’immaginario codificato delle felicità possibili. Non è in fondo scontato che oggi basta inventarsi un altro festival in risposta a qualunque esigenza pubblica, sia essa di coesione, benessere, riconoscimento delle ricchezze del territorio, eccetera?
Le domande di ricerca – sociale, artistica – rivolte alla comunità locale sono quasi sempre controintuitive: non il valore, le tradizioni, la bellezza, eccetera del luogo, ma quello che non va, non funziona, non si è mai visto, non è atteso, cioè non risponde ad una cornice già pronta. Il racconto, i materiali, le parole con cui si lavora sono sempre quelle della comunità, non operiamo mai l’innesto di un’opera artistica nel contesto locale, eppure quei materiali silenti risultano nuovi, spiazzano, sorprendono, emozionano perché nascono da nuove domande, non confermano e non consolano, ma mobilitano immaginari, repertori emotivi, materiali biografici – “risorse” nel linguaggio della ricerca sociale – inesplorati. Per restare nell’esempio di prima, il tuo vicino lo vedi ogni giorno, sai quel è la sua porta di casa, ne conosci i tic e ogni abitudine attuale ma la sua storia d’amore a vent’anni non la conosci, lui non l’hai mai visto da bambino, non sapevi di suo padre in guerra… E nessuno dei due immaginava che questo scambio di immagini e di vita avesse la dignità di un’opera d’arte, da esporre per migliaia di visitatori, che guardano le immagini e – per la prima volta nella loro esperienza di mostre – leggono le didascalie con enorme attenzione, perché raccontano davvero che cos’è quell’immagine.
In questi progetti la partecipazione sta nella mobilitazione di quelle risorse comunitarie senza sovrascrivere nulla, nel fare con i cittadini l’opera – e, nel caso delle fotografie di famiglia e delle storie di vita, fare dei cittadini l’opera – nel formare i cittadini stessi a raccogliere immagini e storie, costruendo competenze di ricerca e di sguardo critico sulle immagini. E l’arte è l’attingere ai suoi linguaggi per muoversi contropelo al senso comune, è la ricerca scomoda di una prospettiva che porti la comunità a riscoprirsi e riguardarsi, fuori dalla confort zone delle proprie tradizioni, dei propri monumenti, ma con la stessa attenzione che si riserva alla contemplazione di un quadro.

Share



Tag: casematte (11), partecipatoteatro (11)


Scrivi un commento