Se il teatro a Nordest non è più di interesse nazionale

Il declassamento dello Stabile del Veneto

Pubblicato il 06/04/2018 / di / ateatro n. 165 / 0 commenti /
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Lo Stabile del Veneto non è più Teatro Nazionale. Escluso dalla nuova lista stilata dalla Commissione Consultiva per il Teatro nominata dal MiBACT, l’istituzione intitolata a Carlo Goldoni è stata declassata a Teatro di Rilevante Interesse Culturale (TRIC). E scoppia la polemica. Si vuole risparmiare tagliando l’unico Teatro Stabile di tutto il Nordest? Sarebbe un altro modo per punire e svilire «modelli vincenti come quelli proposti dal Veneto non solo in ambito teatrale, ma anche nella sanità e nella spesa pubblica in genere», tuona l’assessore alla Cultura della Regione Veneto Cristiano Corazzari, che chiede un incontro con il Ministero. Dentro Genova, fuori Venezia? Molti lo sussurrano, qualcuno lo dice apertamente. Come l’assessore alla Cultura del Comune di Padova Andrea Colasio. Si tratta in ogni caso di una decisione fondata su valutazioni ingiuste e criteri imperscrutabili, secondo i dirigenti dello Stabile, che hanno chiesto l’accesso agli atti e hanno indirizzato un appello ai parlamentari del Nordest.

In un’affollata conferenza stampa svoltasi a Venezia nella sede della Regione Veneto, il vicepresidente dello Stabile, Giampiero Beltotto, e il presidente Agis Tre Venezie, Franco Oss Noser, hanno sollevato pesanti interrogativi riguardo la trasparenza e la coerenza della decisione assunta dalla Commissione ministeriale. Dati alla mano, dicono, la decisione si basa su criteri “solo” qualitativi. Gli altri due parametri, i dati quantitativi e la qualità indicizzata, non sarebbero stati nemmeno presi in considerazione. Dal raffronto della Valutazione della qualità artistica fra triennio 2015/17 e triennio 2018/20 si evince che il progetto artistico complessivo è precipitato da 17 punti su 30 (punteggio aumentato nel corso del triennio fino a 18,50) a 9 punti su 35. Risultato incomprensibile visto che il nuovo progetto è in piena continuità con il precedente ed è firmato dal medesimo direttore artistico, quel Massimo Ongaro la cui valutazione è il dato relativo più alto tra i punteggi assegnati.

Tra gli aspetti maggiormente penalizzanti colpisce la valutazione del personale artistico scritturato. «Com’è possibile» scandisce Beltotto, «che Natalino Balasso, Ottavia Piccolo, Michela Cescon, Marta Dalla Via, Stefano Massini, Tiziano Scarpa, David Conati, Marco Tullio Giordana, Damiano Michieletto, Giuseppe Emiliani, Gabriele Vacis, Alessandro Gassman, Giorgio Sangati, Paolo Valerio, Babilonia Teatri, Oblivion, ovvero i nomi che erano indicati nel progetto presentato a preventivo nel gennaio 2015, valgano più di Alessandro Baricco, Stefano Massini, Cristina Comencini, Vitaliano Trevisan, Tiziano Scarpa, Romolo Bugaro, Massimo Cacciari, Gabriele Vacis, Alex Rigola, Giuseppe Emiliani, Giorgio Sangati, Alessandro Serra, Jan Fabre, Roger Berna, Agrupación Señor Serrano, Aterballetto, Orchestra di Padova e del Veneto, Anagoor, Babilonia Teatri, ovvero gli artisti indicati nel progetto del 2018?» Il rapporto è in effetti di 2 punti su 3 nel 2015 contro 1 punto su 4 nel 2018. Ma è la qualità progetto artistico a presentare il segno negativo più marcato: 1 su 8 contro i 4 punti su 7 dello scorso triennio, a fronte non solo della «unitarietà di una matrice che definisce aree progettuali e campi di intervento», ma anche dello «sviluppo in termini più fortemente internazionali e multidisciplinari». Probabilmente non si è considerata l’apertura al contemporaneo e ai nuovi linguaggi, e nemmeno l’acquisizione da parte del TSV (che com’è noto opera su due teatri, il Goldoni di Venezia e il Verdi di Padova) del Teatro delle Maddalene, sala da 150 posti nel centro patavino per molti anni gestita dal Tam Teatromusica.

Il declassamento comporterà, oltre al danno d’immagine, un più concreto taglio dei finanziamenti statali, che ammontavano a circa 1,6 milioni di euro l’anno. Con inevitabili ricadute sui livelli occupazionali e sull’offerta culturale. Eppure, a guardare allo Stabile come a un’azienda, i numeri parlano chiaro, come si vede dalla tabella. E colpisce soprattutto quel 53,20% di entrate da attività propria sul totale del bilancio, dat che vede di gran lunga lo Stabile del Veneto al primo posto in Italia, dove la media è ben più bassa, toccando i minimi del 21,12% a Roma e addirittura del 14,77% a Napoli.
Ma a pesare è stata senza dubbio la separazione dal Teatro Nuovo di Verona diretto da Paolo Valerio. L’intesa con l’istituzione veronese aveva garantito, tre anni fa, i numeri per accedere alla prima categoria dei teatri italiani. Una sperimentazione guardata allora con interesse anche perché si trattava di una inedita fusione con un teatro privato. Una sperimentazione, sottolineano sferzanti a Venezia, «da noi voluta, da noi pagata, da noi sostenuta, da noi continuamente alimentata anche in termini di loro visibilità e partecipazione. Da loro lacerata. Noi riteniamo immotivatamente».

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