Vittimismo aggressivo ovvero come usare uno spettacolo per fare macelleria culturale

La recensione di Gianluca Veneziani a Thioro, un cappuccetto rosso senegalese

Pubblicato il 18/07/2018 / di / ateatro n. 165 / 0 commenti /
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Sul quotidiano “Libero” Gianluca Veneziani lancia un duro attacco contro Thioro, un cappuccetto rosso senegalese, lo spettacolo del Teatro delle Albe, con gli attori legati al Mandiaye N’ Diaye, il griot senegalese scomparso quattri anni fa, che dalla fine degli anni Ottanta ha accompagnato il Teatro delle Albe nel loro viaggio attraverso la “romagna africana”. Veneziani ha visto lo spettacolo a Milano, dove era ospite di Olinda per la rassegna “Da nessuno è normale”. O forse non lo ha visto, considerando quello che scrive.
Secondo lui nello spettacolo diretto da Alessandro Argnani, Cappuccetto Rosso diventerebbe un

migrante nero, naturalmente maschio e adulto, a spasso, anziché nelle foreste della Germania, nelle lande assolate dell’Africa.

Sarebbe assolutamente legittimo fare di Cappuccetto Rosso un migrante, con le ONG o Salvini nel ruolo del Lupo Cattivo, ma quello che scrive Veneziani su Thioro è semplicemente falso. I due attori senegalesi Adama Gueye e Fallou Diop nello spettacolo non sono Thioro (ovvero il “Cappuccetto Rosso nero” che dà il titolo al lavoro) ma raccontano semplicemente la sua storia. Nel loro gioco teatrale Thioro sono invece gli spettatori bianchi e neri, adulti e bambini (soprattutto i bambini delle prime fine). Ma la differenza tra narratore e personaggio è una convenzione teatrale che Veneziani ignora, e il coinvolgimento ironico degli spettatori non lo capisce.
In secondo luogo il racconto è tutto ambientato nella savana. Non ci sono carovane o camion che solcano il Sahara, e nemmeno barconi che attraversano il Mediterraneo. Cappuccetto Rosso è il solitario Thioro che vuole andare dalla nonna perché vuole che gli racconti una bella storia.
Un’altra critica riguarda la lingua utilizzata nello spettacolo:

Qui Cappuccetto Rosso, o meglio i Cappuccetti Rossi in scena, parlano in wolof, lingua del Senegal.

Orrore!!! Seguendo questa logica, visto che la favola l’hanno scritta i Grimm che erano tedeschi, anche in Italia Rotkäppchen dovrebbe parlare solo tedesco. Qualunque versione di in una lingua terrona come l’italiano sarebbe illegittima. O Veneziani ci dà per ogni testo, a partire dalla Bibbia e dal Vangelo, le lingue in cui è concessa la traduzione? E come la mettiamo con la versione francese di Charles Perreault, Le Petit Chaperon Rouge, scritta due secoli prima ma in francese? Andrebbero censurati per primi proprio Grimm, per il realto di illecita approppriazione culturale!
Poi si concentra su

“Cappuccetto Rosso” divenuta “Cappuccetto Nero”.

I lapsus sono rivelatori: se è “divenuta”, la protagonista resta femmina. Non può essere il “maschio adulto” di cui parla sopra.

“Cappuccetto Rosso” divenuta “Cappuccetto Nero” non è più un racconto di formazione sui pericoli di inoltrarsi in territori sconosciuti o una metafora della maturazione sessuale di un’adolescente (il lupo come maschio predatore da cui guardarsi), ma diventa un inno alle migrazioni (i protagonisti devono attraversare tutta la savana per raggiungere la loro realizzazione, simboleggiata dalla casa della nonna) e un invito all’integrazione del diverso.

Come già detto, lo spettacolo non parla affatto di migrazioni. E il viaggio di Thioro finisce proprio come quello di Cappuccetto Rosso, nella pancia della belva. La versione “nera” resta il più possibile fedele all’originale. E’ vero che ci sono le corrispondenze foresta=savana e lupo=iena, determinate dal contesto geografico ancora prima che culturale, ma non ci sono agganci all’attualità,.
Il breve testo di Veneziani trasuda di razzismo inconsapevole. Quelli dei Grimm sono

racconti nord-europei con bimbe dai capelli biondi e la pelle chiara

e dunque per Veneziani sono e devono restare “fiabe ariane”. Le bambine e i bambini dal look meridionale, ovvero quelli con i capelli castani e la pelle più scura, non fanno venire l’acquolina in bocca al Lupo Cattivo, all’Orco o alla Strega. A loro gli fanno schifo… i bimbi terroni. Si mangiano solo bimbi dal look boreale. Devono essere più teneri.
A partire da queste evidenti falsificazioni, diventa facile tirare la morale della favola, attingendo all’ampio serbatoio dei luoghi comuni:

Non solo dobbiamo accogliere e accettare i riti, i miti, i costumi delle altrui culture, ma dobbiamo modificare anche i nostri, adeguarli al nuovo venuto, vergognarci della nostra tradizione letteraria e per larghi tratti rinnegarla, in modo da non offendere i migranti.

In realtà quel che accade con questo spettacolo è esattamente l’opposto. Non siamo noi “europei” a essere invasi da questo Cappuccetto Rosso senegalese. Accade esattamente il contrario: semmai, attraverso i Grimm (o Perreault), è la cultura “nordica”, è la nostra “tradizione letteraria” (ma di chi, poi? Quella dei tedeschi? Quella degli italiani? Quella europea?) a invadere l’Altra cultura, visto che la fiaba europea è stata tradotta e adattata alla lingua e alla cultura senegalese, e che questo progetto è nato per l’Africa con una compagnia africana: i due protagonisti sono attori professionisti che dal Senegal sono arrivati in tournée in Italia.
Queste castronerie, basate su palesi errori di interpretazione, nascono da una visione distorta della cultura e servono a sostenerla. Il presupposto è che una cultura sia un universo chiuso e che gli oggetti culturali che lo compongono – come le fiabe – siano monoliti immutabili, e dunque con una unica interpretazione possibile e legittima.
Non è così. Fin dai tempi degli antichi greci (e anche, prima basta leggersi Lévi-Strauss) ogni mito è stato soggetto a diverse interpretazioni, in un moltiplicarsi di varianti (Euripide insegna). I classici continuano a vivere perché il nostro sguardo cambia nel tempo e la loro ricchezza e densità di significati nutre interpretazioni sempre nuove. E di questo ci nutriamo. Inutile ripetere che una cultura si definisce solo in rapporto ad altre culture. Ogni cultura è frutto di contaminazioni ed è in costante evoluzione.
Di per sé un testo come quello di Veneziani meriterebbe solo di essere ignorato. Ma è l’espressione di una propaganda culturale che sta diventando sistematica e che si nutre di distorsioni che portano a rozze semplificazioni. Che a loro volta producono sottocultura e sottopolitica. Che producono censura. Attraverso la falsificazione, ci si costruisce un finto nemico, un bersaglio: oggi il nero e domani il rom, il gay o il gender, il “radical chic intellettuale di sinistra” ma tutti ridotti a caricatura o inventati di sana pianta. A quel punto diventa legittimo attaccarlo, liberando la propria frustrazione e giustificando la violenza fino a quel punto repressa.
Quanto alla “vergogna della sinistra” di cui parla il titolo, che lo spettacolo sia bello o brutto, che funzioni o che non funzioni, che al pubblico sia piaciuto oppure no, a Veneziani non interessa. Il suo è con tutta evidenza un pregiudizio, che di fronte all’opera ha cercato solo conferme. Sbagliando a vedere e sbagliando bersaglio.
Se volete saperne di più sollo spettacolo, ne ha scritto Cira Santoro su Eolo Ragazzi.

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