Tre cartoline dalla Mostra del Cinema di Venezia

Il cacciavite - Arrivederci a Saigon - Un giorno all'improvviso

Pubblicato il 17/09/2018 / di / ateatro n. 165 / 0 commenti /
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MAFAK – SCREWDRIVER
Scritto e diretto da Bassam Jarbawi, con Ziad Bakri, Areen Omari, Jameel Khoury, Amir Khoury e Mariam Basha, coproduzione tra Palestina, USA e Qatar, presentato a Venezia nelle Giornate degli Autori.

Ziad è ancora un ragazzo quando, durante una serata in compagnia, viene assurdamente ucciso il suo migliore amico, compagno di scorribande e di basket. I ragazzi per vendetta sparano al presunto assassino e Ziad sconterà per questo 15 anni di carcere dove, nonostante le torture, non rivelerà i nomi dei suoi compagni.
Ziad, considerato da tutti un eroe, esce di prigione ma non riconosce il mondo che gli si para davanti, con le sue innovazioni tecnologiche e culturali: nei bar di Ramallah si serve il ‘mocaccino’.
Ma soprattutto non riesce riprendere i rapporti interrotti con gli affetti: la famiglia, gli amici, le donne.
Ziad, incapace di mantenere un lavoro, irascibile e allontanato da tutti, è pervaso da una profonda tristezza che lo trascina in un baratro fatto di depressione e stati allucinatori.
Lo vediamo sorridere solo quando incontra un’ingenua filmaker americano-palestinese con cui in un primo momento sembra possibile un’apertura ai sentimenti. Ma ben presto anche questo rapporto si rivelerà conflittuale. Ziad accusa la ragazza di non appartenere del tutto ai luoghi che vuole raccontare, ma di volerne parlare per placare il senso di colpa per essere in parte americana, e quindi libera.
Girato in Cisgiordania, territorio palestinese sulla riva del fiume Giordano (in inglese West Bank, “la sponda occidentale”) con una troupe quasi interamente palestinese, il film ci mostra la città di Ramallah attraverso le immagini di un paesaggio crudo, una periferia a cui è negata la bellezza e che impedisce il riscatto.
Il regista è affascinato dalla prigionia, dalle ricadute che questa comporta sul piano psichico e dalla risonanza che questi temi hanno su chi vive un conflitto quotidiano.
L’ impossibilità di convivere con la libertà porta alcuni uomini ad essere dipendenti dalla logica della prigione, ed ad organizzare la loro vita secondo restrizioni mentali e fisiche e a vivere in una ‘stagnante attesa senza speranza che pervade la psiche palestinese’.
Per Ziad e’ impossibile definire se stesso senza la presenza di un occupante-nemico che ne delinei i confini psichici e fisici.
In Mafak il ruolo dell’eroe è illusorio, e la realtà consiste nell’identificare il nemico e distruggerlo, senza alcuna possibilità di comprensione reciproca.
Il cacciavite (Mafak – Screwdriver) del titolo è l’arma per consumare la vendetta ai danni di un uomo conosciuto per caso, un incontro in cui due visioni contrapposte si scontrano generando una violenza inevitabile, di cui il regista indaga gli effetti invisibili e più nascosti, che sconvolgono le menti e alimentano l’odio insensato. Un film intenso e doloroso in cui emerge la quotidiana spietatezza del Conflitto.

ARRIVEDERCI A SAIGON
Regia di Wilma Labate, scritto da Wilma Labate e Giampaolo Simi, con Viviana Tacchella, Rossella Canaccini, Daniela Santerini, Franca Deni, fotografia Daniele Ciprì, montaggio Mario Marrone, produzione Solaria Film Srl, Tralab Srl, Rai Cinema S.p.A.

E’ il 1968, mentre in Italia i giovani vogliono cambiare il mondo, in America l’opinione pubblica si ribella contro la guerra in Vietnam. E’ un periodo di cambiamenti epocali, eppure c’è chi, incredibilmente, è ignaro di questi fatti.
Rossella, Daniela, Viviana, Franca e Manuela sono 5 giovanissime musiciste che provengono dalla provincia toscana operaia e rossa, quella del porto di Livorno, delle fabbriche di Pontedera e di Piombino,
L’impresario Ivo Saggini le sceglie e le fa incontrare per fondare la band femminile Le Stars. Il gruppo, dopo una serie di concerti in provincia, viene scritturato per una entusiasmante tournée in Estremo Oriente tra Hong Kong, le Filippine e il Giappone.
Invece si ritrovano in guerra, mandate con l’inganno a sollevare il morale delle truppe nel Vietnam del Sud e rimanendo incastrate dai vincoli contrattuali.
Mai uscite fuori dalla loro realtà, dichiarano candidamente di essere venute a conoscenza del conflitto una volta arrivate in Vietnam.
Sperdute in mezzo alla giungla, entrano in contatto soprattutto con i soldati afro-americani, mandati a combattere prima dei bianchi, e si innamorano della musica soul.
Si esibiscono tre volte al giorno nelle basi militari, per quei giovani che non sanno se rivedranno il giorno dopo.
Dopo cinquant’anni di oblio, Le Stars fanno rivivere la loro avventura fatta di pericolo e stupore, di paura e di scoperta. Lo fanno con l’ironia innata dei toscani, restituendoci un racconto tragicomico che parla di innamoramenti e di bombe, di musica e di guerra, e di come di colpo siano diventare adulte.
Una volta tornate in Italia le ragazze si accorgono di schierate dalla parte sbagliata. Sono andate a sud invece che a nord (come aveva fatto Joan Baez) e le loro famiglie e tutta la loro comunità di provenienza grida al tradimento.
E la vergogna ha imposto loro il silenzio.
Non ci sono filmati delle esibizioni delle Stars perché, non appena arrivate a Saigon, le ragazze furono derubate delle valigie e della telecamera. La narrazione è dunque appesa al filo flebile del ricordo, e questo rende ancora più preziosa la memoria di quei giorni.
L’assenza di immagini diventa stile narrativo, un’evocazione resa vivida soltanto dalla ironica umanità delle signore.
Il film si avvale della fotografia di Daniele Ciprì e del montaggio di Mario Marrone che accosta interviste a immagini di repertorio della guerra e rende efficacemente la dialettica tra la Storia e le storie di vita delle protagoniste.
Le Stars hanno abbandonato la musica dal vivo e si sono dedicate, un po’ a malincuore, all’insegnamento.
10 minuti di applausi hanno accompagnato i titoli di coda e hanno salutato le quattro signore presenti in sala, un applauso che commuove e che suona come un risarcimento per quello che non è stato.

UN GIORNO ALL’IMPROVVISO
Regia di Ciro D’Emilio, con Anna Foglietta, Giampiero De Concilio, Massimo De Matteo, Lorenzo Sarcinelli, Giuseppe Cirillo, Biagio Forestieri e Fabio De Caro, 75 edizione della Mostra del Cinema di Venezia – Sezione Orizzonti

Un giorno all’improvviso è la storia di un rapporto d’amore.
Un rapporto madre-figlio (Miriam e Antonio) capovolto ma non per questo meno dolce e profondo.
Antonio, nel pieno dell’adolescenza, tra partite di calcio e primi amori, si occupa della madre, ludopatica e squilibrata, affettuosa quanto distruttiva.
L’ossessione di Miriam è di ricongiungere il nucleo familiare spezzato con l’abbandono del padre di Antonio.
Antonio accudisce la madre senza sacrificio, con dedizione verso questa donna a tratti gioiosa e a tratti rabbiosa.
Il titolo, Un giorno all’improvviso, coro dei tifosi del Napoli, ci rimanda al mondo del calcio che Antonio sogna non per brama di ricchezza o divismo ma per un possibile riscatto sociale.
Il calcio significa il futuro, e il futuro si presenta: un allenatore riconosce il talento di Antonio e vuole che Antonio giochi nella Primavera del Parma. Una possibilità di fuga per sé e e per la madre da quei luoghi desolati della provincia campana che non hanno niente da offrire.
Tranne ‘il giallo dei limoni’, che Antonio coltiva e che aprono uno squarcio di colore e di luce negli scenari plumbei e cupi della periferia.
Ma la vita un giorno all’improvviso ti meraviglia e poi ti bastona.
Miriam gli scombina la vita in una girandola di alti e bassi verso l’autodistruzione.
La cosa che rimane più impressa sono gli occhi di Antonio (Giampiero De Concilio) perennemente inseguiti dalla telecamera, e la verità di Miriam (Anna Foglietta).
E’ stato fatto giustamente un paragone con l’opera di Ken Loach, che ha sempre rappresentato con realismo le condizioni di vita degli ultimi, e il regista, che è alla sua opera prima, ha dato prova della capacità di tratteggiare un umanità vitale e dolente.

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