Caino non è come sembra

Caino. Homo necans di Auretta Sterrantino, il primo capitolo della Trilogia dei Traditori o Portatori di colpa

Pubblicato il 18/02/2019 / di / ateatro n. 167 / 0 commenti /
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Incunaboli di pietra, come una prigione,
inchiodati a pareti tutte uguali.
Dritte percorrenze che disegnano circoli segreti
al metodico passare degli anni.

E lì, nelle gabbie mentali di due individui, si compiva il biblico fratricidio.
Caino. Homo necans, primo capitolo della Trilogia dei Traditori o Portatori di colpa, è andato in scena domenica 10 febbraio 2019 nell’ambito della stagione teatrale Atto Unico. La produzione QA-QuasiAnonimaProduzioni non si è sottratta alla sfida di ripensare lo spettacolo per uno spazio e per un tempo differenti rispetto a quelli che lo accolsero nel giugno 2016. L’impalcatura culturale che lo sorregge è peraltro la medesima ed è il perno attorno al quale ruota tutta la poetica di Auretta Sterrantino, nella duplice e rodata veste di drammaturga e regista.
Il nucleo semantico entro cui è racchiuso il senso profondo di tutta l’operazione poggia infatti sullo studio di molta letteratura che direttamente o di riflesso narra di Caino e Abele. Vi si intrecciano le trame di Koffka, Saramago, Gualtieri, Fornari, Borges, Dante e Burkert, eppure il groviglio speculativo che ne deriva magicamente si districa sulla scena. Il fine ultimo, quello di destare gli animi dal torpore delle verità indiscusse, è raggiunto mediante una rivisitazione teatrale non già dell’agire ma del ben più indicativo sentire.
“Caino non è come sembra”.
Caino è l’effigie umana che prende forma grazie ai miliardi di sfumature che la compongono. Caino è carne e anima, reciproche aguzzine nel tormento senza principio né fine che vessa l’uomo tutto. Caino ha mani che fremono e però un’andatura lenta e dimessa, uno sguardo accigliato, negli occhi un’ineffabile paura. Mille propositi antitetici a ribollirgli in testa durante quel peregrinare senza scopo che è la sua esistenza. Negli occhi l’exemplum, che non lo educa e non lo diletta, di Abele. Un sogno a intercettare le pulsioni inconsce di Caino, al quale non pertiene l’atto di decodificarle: Abele che si tuffa nel fiume, a testa in giù, e muore. Sogno premonitore d’un destino che sta per compiersi e spia della mano presumibilmente divina che lo imprime sulla pietra.
Un acchiappasogni a richiamare culture e tradizioni millenarie dei nativi americani, possibile varco per l’oltretomba di Caino, che i sogni molesti non avevano mai smesso di perseguitare in vita. Forconi appesi a profanare la bellezza possibile, quella che mai si ghermisce dopo l’umano calpestio, dopo il primo fiore oltraggiato. Carne rossa, frutti, acqua, corde e scalini che si danno le spalle a occupare lo spazio centrale attorno al quale vagano, smarrite, le due anime. Le scene di Giulia Drogo, nel riallestimento di Valeria Mendolia, risultano dunque funzionali ad accogliere la ritualità tipica di certo teatro sì dì parola ma, oltre a ciò, di quella liturgia che a esse assegna ulteriore significato.
All’arduo compito di prestare corpo e voce alle inconfessate verità del carneade Caino e del carneade Abele sono stati chiamati i due giovani attori Giacomo Lisoni e Michele Carvello, entrambi diplomati all’Accademia di Arte Drammatica (ADDA) dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico. Né l’uno né l’altro dentro al personaggio, Lisoni e Carvello hanno semmai accolto in ogni centimetro della loro carne, secondo la lezione di Copeau, i due fratelli del capitolo 4 della Genesi.
La raffinata drammaturgia di Auretta Sterrantino ha badato dapprima a circoscrivere le due diverse zone di appartenenza, i pascoli di Abele e i campi di Caino, per poi approssimare l’uno all’altro e inchiodarli là, in limine, su quella lastra di pietra già scritta dove a uno soltanto tocca vivere e a uno soltanto morire.
Il buio e la luce si confondono. Non è così netta la distinzione tra il bene e il male. Le sacre libagioni di Abele sono macchiate di sangue, quello stesso sangue di cui è destinato a insozzarsi il fratello. Anche Caino proverà a lavare via la colpa, come aveva già visto fare ad Abele. Tuttavia i mostri che albergano in lui non si placano. E Caino stesso si contorce a ogni loro torvo morso.
Chi può dunque commiserare la vittima? Chi additare il carnefice? I due fratelli altri non sono che l’incompiuto abbozzo di un io che non si è mai ricomposto, non almeno nell’atavico e radicato pregiudizio che assegnerebbe la colpa a uno e uno solo. “Sic nos servasti, aeternali sanguine fuso” sarebbe la spiegazione più semplice. E così potrebbe essere se tutto fosse stato davvero scritto, se compiuto fosse il destino dell’uomo che oggi e sempre contiene in sé Caino e Abele insieme.
Caino. Homo necans, alla riuscita del quale contribuiscono le musiche originali di Vincenzo Quadarella, plasmate sulla partitura drammaturgica dell’autrice, è uno spettacolo che mette in scena una collisione e attorno a essa sapientemente sparge la materia destinata a generarla. Quella materia è viva e roboante, ed elegge a dimora il teatro, forse l’ultimo avamposto della verità che oltre la scena si perde in infiniti frammenti di apparenza.
Caino guardava “altri spazi. Più a fondo”. L’invito sussurrato a rincorrere l’imperscrutabile e tentare di attribuirgli una parvenza di senso.

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