#BP2019 | Le competenze istituzionali: Stato, Regioni, Enti Locali

Il documento di sintesi dell'incontro dell'11 ottobre 2018 a Bologna in vista dell'incontro del 30 marzo 2019 Per una politca dello spettacolòo dal vivo

Pubblicato il 27/03/2019 / di / ateatro n. #BP2019 | Per una politica dello spettacolo , 168 / 0 commenti /
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La sintesi dell’incontro dell’11 ottobre 2018 all’Arena del Sole di Bologna, a cura di Lucio Argano. (n.d.r.)

Sintesi dell’incontro
L’11 ottobre 2018 Ateatro ha tenuto a Bologna, all’Arena del Sole, nell’ambito delle Buone Pratiche, l’incontro dal titolo “Le competenze istituzionali: Stato, Regioni, Enti Locali”. L’appuntamento rientrava nel percorso di riflessione attorno al “Codice dello Spettacolo” avviato dall’Associazione con lo scopo di fornire spunti costruttivamente critici, ma anche suggestioni operative e raccomandazioni al mondo del teatro e alla politica, in vista della stesura dei Decreti attuativi per i quali si aspettava una proroga della delega.
In apertura Mimma Gallina e Oliviero Ponte Di Pino avevano osservato che il Codice offre l’opportunità per ripensare il ruolo del teatro a partire dai suoi rapporti con le altre arti e con altri settori, dal turismo alla scuola, rimettendolo al centro di un sistema di relazioni e all’interno di un contesto sociale, economico, culturale, formativo, mediatico sempre più complesso. L’incontro voleva esplorare le funzioni, gli apporti e le correlazioni dei vari attori istituzionali, dal Ministero agli enti territoriali, alla ricerca di un equilibrio virtuoso in grado di fugare le spinte verso direzioni e meccanismi diversi che si sono viste in passato.

Una vicenda complessa

Nel corso del primo panel dell’incontro, dal titolo “una vicenda complessa” una accurata ricostruzione normativa, a cura di Lorenzo Scarpellini, ha evidenziato come il tema delle competenze istituzionali rispetto allo spettacolo dal vivo rappresenti ancora oggi un nodo irrisolto che ha agitato il dibattito politico e settoriale per decenni senza una soluzione efficace e condivisa. La sua complessità, aggravata anche dall’inerzia che ha contraddistinto la “non” scelta della politica di elaborare delle norme primarie prima e dopo il varo del FUS nel 1985, appare come il frutto sterile, a tratti anche stancamente ideologico, di una continua contrapposizione tra centro e territori del Paese, che inserisce strumentalmente lo spettacolo in una contesa dal perimetro più ampio. Una disputa annosa che ha spostato le possibilità di migliorare il funzionamento della filiera e le condizioni per una crescita del comparto più a una questione di controllo e di dominio delle risorse.
A sua volta, il giurista Daniele Donati, ripercorrendo i diversi passaggi storici, dal Ventennio fascista fino ai tempi recenti, ha evidenziato le molteplici contraddizioni che l’intervento pubblico in materia di spettacolo in Italia ha saputo mostrare, sia sul piano legislativo, sia su quello delle competenze, in un contesto istituzionale che ha visto affermarsi il profilo del pluralismo e, quindi, il protagonismo di Regione e città, anche nella moltiplicazione dei centri di produzione culturale. Il settore è caratterizzato dalla natura privata dei soggetti e delle iniziative, che però vedono in molti casi la partecipazione del pubblico nei modelli di governance. Questo aspetto, unitamente alla domanda se privilegiare la logica di offerta/consumo (mercato) o quella del benessere della collettività (welfare), ha condizionato il ragionamento complessivo rispetto al rapporto con la P.A.
Il risultato finale, caratterizzato da vuoti e assenza di novità e da difficoltà definitorie per il mondo giuridico, per Donati ha prodotto una sedimentazione di ricette che hanno forme diverse ma sostanza analoga, classificazioni desuete, provvedimenti che hanno finito di premiare le realtà più forti (vedi la riforma degli enti lirici e Art Bonus). Donati suggerisce di tornare ai precetti costituzionali e alla sintesi che ne emerge.
Il potere pubblico deve sostenere lo spettacolo (finora sempre in secondo piano rispetto al patrimonio), con una “neutralità attiva”, in piena laicità, senza esercitare il dominio, favorendo il libero confronto fra le diverse istanze in campo in maniera oggettiva, supportando l’offerta culturale (ma anche la domanda aggiungiamo noi) secondo il principio di uguaglianza, sostenendo soprattutto le espressioni artistiche che il mercato non coglie.

Il ruolo e le politiche per lo spettacolo tra Stato Regioni ed enti locali
Nel secondo panel, Gianni Torrenti è intervenuto sul tema delle relazioni tra Stato e Enti territoriali, che dovrebbe basarsi sostanzialmente su una leale collaborazione e su obiettivi comuni condivisi, in modo particolare dove ci sono competenze “concorrenti”, cioè non esclusive dello Stato, della Regione o del Comune, attraverso la strumentazione dei tavoli interistituzionali. Ha ricordato che le norme che regolano lo spettacolo prevedono ciascuna rapporti completamente diversi Stato – Enti Locali come conseguenza di trattazioni separate, in tempi diversi, con estensori legislativi differenti, e senza alcuna coerenza, che poi e diventata conflitto nelle varie materie e nelle modalità di valutazione. Occorre, a suo giudizio, ritrovare una via “concorrente” (anche con modalità standard) tra rapporti istituzionali che funzioni in modo equo ed efficace e affronti in modo ragionevole, con fiducia reciproca, questioni come il cofinanziamento e la motivazione degli enti territoriali a investire sullo spettacolo, senza forzature, pregiudizi e vincoli, nello stesso tempo rimuovendo ostacoli che inquinano la discussione e l’azione. Tra questi, la soluzione definitiva del debito delle Fondazioni Lirico sinfoniche e, più in generale, il loro definitivo assetto nel panorama nazionale. Rimane il problema di quelle aree del Paese con un’offerta insufficiente e squilibrata nel rispetto del diritto costituzionale del cittadino a poter usufruire della cultura. Torrenti propone che lo Stato intervenga in supplenza per un tempo determinato (almeno 4 anni) con progetti di sviluppo di lungo respiro, che poi proseguono, sostenuti in modo cofinanziato dagli Enti Locali. Ciò contempla l’applicazione di strumenti per l’incremento dell’audience e la crescita degli operatori culturali su tutti i territori. Ritiene che le modalità illustrate, al fine di ripristinare un corretto rapporto tra gli Enti territoriali e lo Stato, sgombrando il campo da diffidenze, disequilibri e confusione di responsabilità, siano destinate a quelle attività permanenti e non a eventi occasionali
Massimo Mezzetti [Assessore alla cultura, politiche giovanili e politiche per la legalità, Regione Emilia-Romagna] propone una modalità di regionalizzazione del FUS, con la definizione di alcuni possibili parametri per la distribuzione delle risorse alle varie Regioni: investimento storico del FUS su quella Regione, andamento della domanda, con perequazione per le Regioni più svantaggiate (come già fatto per Sanità e Fondo Sociale)
Stabilita la quota per ciascuna delle Regioni, queste effettuano l’istruttoria e sottopongono gli esiti al MiBAC, indicando le quote del FUS e del Fondo Regionale per ciascun soggetto e progetto, attraverso criteri elaborati sulla base degli indirizzi generali dettati dal Codice. Il Ministero, avvalendosi delle Commissioni, può approvare o proporre variazioni alla proposta regionale (negoziazione e concertazione istituzionale).
Torrenti si esprime negativamente su una ipotesi di regionalizzazione del FUS per i risvolti che ciò potrebbe comportare rispetto al mercato e alla competitività, nonché per il differente comportamento e impostazione delle Regioni verso lo spettacolo.
Matteo Lepore [Assessore alla Cultura, Turismo e Promozione della città, Immaginazione civica, Sport, Patrimonio, Agenda digitale – Comune di Bologna] sottolinea l’importanza di un maggiore protagonismo delle città, anche attraverso il modello dell’agenda urbana, stante la conoscenza e vicinanza dei fenomeni culturali, che significa portare, dal punto di vista politico, le comunità al centro del discorso del sistema istituzionale. Ravvisa anche la necessità di una ridefinizione delle politiche culturali.
Graziella Gattulli [Regione Lombardia, direzione ufficio Cultura] segnala come la Regione Lombardia, assieme al Veneto, stia insistendo sulla titolarità della gestione del FUS, come leva per incidere sulla direzione da prendere e concorda sull’importanza di tornare a parlare di politiche per lo spettacolo in senso più ampio, non solo concentrandosi sui parametri e sulle cifre del Decreto Ministeriale. La concorrenza deve tenere conto dell’inadeguatezza di un modello ritenuto troppo centralizzato e che non considera le diversità, anche dimensionali dei territori.
Franco D’Ippolito [Teatro Metastasio–Prato] precisa di fidarsi di uno Stato che mantiene gli impegni e di Regioni che facciano altrettanto, in uno scenario dove l’elaborazione politica e l’attuazione delle politiche culturali è diverso nelle varie regioni, e addirittura all’interno della stessa regione a seconda dei cicli politici. Secondo D’Ippolito, con l’ultimo DM è stato snaturato l’intero sistema nazionale delle Residenze, per inseguire l’accordo Stato-Regioni, abbassando il livello generale. Replicando lo schema in altri ambiti, si rischia di peggiorare la situazione, costringendo regioni virtuose e attive a scendere al livello di regioni meno virtuose e per nulla attive. D’Ippolito ribadisce, inoltre, che il riequilibrio territoriale è una questione delicata, che rischia di divenire un freno per il sistema. Esso, pertanto, andrebbe regolamentato e discusso con le Regioni secondo un piano triennale di riequilibrio e compensazione per territori con minori opportunità. Le Regioni virtuose andrebbero forse premiate con la sussidiarietà solidale, chiedendo loro un contributo di solidarietà per le regioni più deboli.

L’impatto sul settore
Nel terzo panel, Claudio Longhi [Direttore ERT – Emilia-Romagna Teatro Fondazione e membro di P.L.A.TEA], propone di ridefinire dal punto di vista dell’identità e delle funzioni, le categorie tipologiche in cui dovrebbe articolarsi il sistema, rimettendo in discussione il tema della funzione pubblica rispetto a una più attuale definizione di valore o bene pubblico dello spettacolo. Osserva come il tema della sussidiarietà degli enti territoriali al finanziamento dei soggetti, resta evasivo rispetto ai rapporti che questi hanno con Comuni e Regioni pur costituendo questi enti un orizzonte geografico importante per un forte radicamento sul territorio. Longhi si sofferma sul fondamentale rapporto con la scuola che non si risolve devolvendo il 3% del FUS, in assenza di programmi scolastici che non integrano l’insegnamento gli insegnamenti delle discipline performative all’interno della scuola. Longhi sottolinea, infine, l’importanza dei rapporti internazionali per i Teatri Nazionali e la necessità di chiarire il rapporto tra scuole di teatro e AFAM.
Ruggero Sintoni [Accademia Perduta, Presidente Sezione Spettacolo dal Vivo Agis, Emilia-Romagna] vede con favore l’ipotesi di Mezzetti di una valutazione regionale dei progetti da finanziare, data la relazione e la conoscenza che i funzionari hanno delle realtà teatrali, conoscendo l’efficienza della regione Emilia-Romagna, ma si domanda cosa potrebbe accadere nelle altre Regioni con minore esperienza. Ritiene importante il lavoro di controllo e di monitoraggio che pur previsto dal DM 2014 non è stato effettuato, in quanto la sensazione per gli operatori è quella di essere in mano ad algoritmi.
Laura Valli [presidente di C.Re.S.Co. – Coordinamento della Realtà della Scena Contemporanea] riferisce del recente incontro con il Ministro, il quale conferma che la proroga sarà di dodici mesi e che si metterà mano al FUS attraverso le consultazioni con le categorie. Segnala che le Residenze hanno avuto un peso consistente nella diffusione delle performing arts nei territori periferici dato che lo spettacolo dal vivo non ha bisogno solo della grande e piccola stabilità nelle città, ma di creare una sorta di “sistema linfatico” diffuso nel Paese, come hanno fatto le residenze. Il nuovo art. 43 del DM 2017, come già detto, altera il modello e rischia di impoverire i territori. Serve una regia dello Stato per impedire che si verifichino squilibri, come la mancata uscita del bando per le Residenze in Calabria.
Dai diversi interventi nel dibattito che ne è seguito è emersa soprattutto la necessità di cambiare approccio e metodo sull’argomento delle competenze, dato che i temi sono gli stessi di dieci anni fa, per Patrizia Ghedini [ex-responsabile del Servizio Cultura Sport e Progetto Giovani della Regione Emilia-Romagna] e serve una strategia comune. Marina Visentini (Associazione ETRE) condivide con Laura Valli l’idea di Residenza come presidio culturale diffuso nel territorio della Regione.
Scarpellini, commentando l’intervento di Mezzetti, nota che la rivendicazione di maggiori autonomie da parte di alcune Regioni è un processo che sta passando sopra la testa degli operatori e diventano quindi fondamentali le consultazioni con le associazioni a livello nazionale per avere il polso della situazione e delle esigenze di reinvestimento. Donati rimarca la necessità di un centro forte, anche in tema di perequazione Nord-Sud, aiutando i più deboli del sistema come sostiene l’Art. 3 della Costituzione (che bilancia l’Art. 9 e l’Art. 33), superando le frammentazioni. Osserva che questi processi di cambiamento hanno bisogno anche di nuovi manager culturali, che devono essere umanisti prima che economisti, e di incubatori.
Torrenti cita esempi di corsi dedicati al management sul turismo culturale, incentrati sulla conoscenza della storia dell’arte assommati a elementi di economia aziendale. Riguardo agli incubatori, già attivati in aree importanti del paese, l’insuccesso delle società incubate causa sofferenza e insicurezza rispetto alla parte sperimentale dell’iniziativa.
Lucio Argano, vista la stratigrafia, che negli ultimi anni ha determinato un grande tiro alla fune tra centro e periferia, afferma che è necessario recuperare una convergenza di interessi e di obiettivi, qualsiasi cantiere si metta in atto, mediante un uso appropriato dei tavoli interistituzionali. Sarebbe anche utile cercare di ricostruire cosa è successo negli ultimi anni, per capire, per esempio, cosa hanno svolto i Teatri Nazionali.
Mimma Gallina, pur comprendendo l’esigenza di autonomia delle Regioni, non si rassegna alla mancanza di uno standard minimo. Occorre evitare alcune anomalie, come l’uso finora fatto dei progetti speciali. Una delle ragioni della situazione attuale (con un calo del valore reale del FUS del 50% rispetto al 1985) è che gli operatori sono sempre sottomessi al ministro di turno, costruendo le proprie clientele. Il risultato è la svalutazione totale della funzione del rapporto con le istituzioni e del ruolo del teatro.
Chiude Oliviero Ponte di Pino evidenziando che manca una logica sistemica all’intera discussione ed è evidente da quanto raccontato e proposto. Gli operatori, concentrati sul loro interesse immediato, non sono riusciti a esprimere un’efficace azione politica comune, ma anche al Ministero manca una strategia vera. Serve una visione coesa e un pensiero lungo.

Aggiornamenti
Nelle settimane successive all’incontro bolognese di cui è stata riportata una sintesi, tutto è ritornato di nuovo nel groviglio incerto di una nuova complessità.
Nel dicembre 2018 il Governo non ha chiesto alla scadenza la proroga della delega per la stesura dei Decreti attuativi del Codice dello Spettacolo, come aveva promesso, che pertanto è venuto meno. Questo nel silenzio assordante, “gattopardesco”, dell’intero mondo dello spettacolo del vivo. Come Ateatro ha osservato nei suoi incontri, il tormentato Codice, pur con alcuni limiti, un’overdose di ambiti e l’incognita delle risorse per farne fronte, dopo 33 anni, dotava almeno l’intero settore di una strumentazione normativa organica.
Il Governo si è impegnato a riscrivere un nuovo provvedimento che, secondo una moda imperante da qualche tempo, non ha più forma autonoma ma è ricompreso in un decreto omnibus attualmente in discussione. Intanto lo scenario si è arricchito in questi giorni del vivace dibattito attorno all’autonomia delle Regioni, entrata nel vivo del confronto con il Governo con un percorso avviato da Lombardia e Veneto dopo un referendum consultivo favorevole, seguite a ruota dall’Emilia Romagna.
Regionalismo differenziato, autonomia rafforzata (come chiesto dalla Puglia), resistenza delle regioni meridionali, timore di un divario tra nord e sud, il punto di caduta non appare scontato, né immediato e, comunque vada, investirà anche lo spettacolo dal vivo, quando si capirà se fa parte delle materie oggetto di autonomia (ora si parla di beni culturali) e sarà noto il testo complessivo della riforma.
Nel giocoforza delle diverse posizioni, mai convergenti e più spesso confliggenti, come l’incontro bolognese di Ateatro ha ben narrato, lo spettacolo dal vivo ha escogitato assetti resilienti ma anche tatticismi opportunistici. Lo stesso settore che negli anni ha affievolito ogni istanza, indebolendosi, perdendo credibilità, quindi legittimazione e potere contrattuale, assistendo alla lenta erosione dei mezzi ma anche dei fini.
In uno scenario così fluido, il processo di ridefinizione delle competenze Stato/Regioni/Città diventa ineludibile alla luce delle recenti novità in materia di spettacolo dal vivo, affinché il settore non rimanga ostaggio di un ennesimo, perenne, grottesco, gioco dell’oca.

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