#BP2019 | Un modello differenziato di autonomia

L'intervista a Massimo Mezzetti, assessore alla Cultura, Politiche giovanili e Politiche per la legalità della Regione Emilia-Romagna

Pubblicato il 27/03/2019 / di / ateatro n. #BP2019 | Per una politica dello spettacolo , 168 / 0 commenti /
Share

Come è noto, le Regioni Lombardia e Veneto, a seguito del referendum consultivo, seguite poi dall’Emilia-Romagna, hanno avviato una trattativa con il Governo per l’ottenimento dell’“autonomia differenziata”, chiedendo di avere funzioni aggiuntive su ventitré materie che vengono definite “concorrenti” e che secondo l’articolo 117 della Costituzione sono in compartecipazione tra lo Stato, che fissa i principi fondamentali, e le Regioni stesse le quali disciplinano le regole di dettaglio. Mentre Lombardia e Veneto si sono espresse su tutte le ventitré competenze, l’Emilia-Romagna si è limitata a quindici. Come s’inserisce lo spettacolo dal vivo in questo percorso legato all’ottenimento dell’autonomia e qual è la posizione della Sua Amministrazione al riguardo?

Le Regioni Veneto e Lombardia chiedono il passaggio da competenza concorrente a competenza esclusiva regionale per molte delle 23 materie. Per l’esercizio delle nuove funzioni legislative e amministrative chiedono le risorse necessarie o trattenendo quote delle imposte statali o, come nel caso dello spettacolo, chiedendo la piena e autonoma titolarità nella gestione della quota del FUS che loro spetterebbe.
La Regione Emilia-Romagna chiede di poter esercitare le funzioni amministrative di gestione del FUS sul proprio territorio, lasciandone tuttavia la titolarità allo Stato. In termini più concreti, proponiamo una forma di co-gestione del FUS. Crediamo corretto che Teatri Nazionali, Teatri di Tradizione, TRIC e ICO, per intenderci, debbano essere presidiati e finanziati direttamente e prevalentemente dallo Stato, come parte fondamentale del sistema nazionale di produzione. Per la restante parte dei progetti di produzione, distribuzione, festival e promozione crediamo che il MiBAC, d’intesa con le Regioni, debba fissare criteri e parametri di valutazione e di determinazione del contributo statale e che, successivamente, l’istruttoria e la valutazione anche qualitativa debba avvenire a livello regionale. Credo anche giusto e necessario che il MiBAC valuti gli esiti dell’istruttoria e possa proporre rettifiche, se rileva un’applicazione non corretta dei criteri stabiliti in precedenza, anche a garanzia di un trattamento equo ed equilibrato delle istanze assimilabili in tutte le aree del Paese.
Non si tratta, in effetti, di una “ulteriore forma di autonomia” ai sensi dell’art. 116. Rappresenta, in buona sostanza, una delle possibili forme di attuazione di quanto la Costituzione già prevede per le materie a competenza concorrente ed è quanto avviene già da 4 anni per le residenze artistiche. Ciò che rimanda all’art. 116, è che si tratta di un modello non applicato necessariamente a tutte le Regioni, bensì soltanto a quelle che lo richiedono e che mostrano di avere risorse e competenze sufficienti ad assicurare una gestione più appropriata di quella che fino ad oggi ha assicurato il MiBAC. Per le restanti Regioni il FUS continua ad essere gestito come avviene oggi.

Dopo che a dicembre scorso è venuto meno il progetto di Codice dello Spettacolo varato dalla scorsa legislatura, per il mancato rinnovo della delega al Governo sulla predisposizione dei decreti attuativi, l’attuale Parlamento si è impegnato a formulare un nuovo progetto di legge primaria, che stando a quanto è circolato, sembra recuperare molti dei principi contenuti nel provvedimento decaduto. Qual è la sua opinione rispetto agli intendimenti dell’attuale legislatura circa il nuovo Codice dello Spettacolo, anche in relazione al precedente, e quale ritiene che possa essere la posizione delle Regioni e il loro contributo al riguardo?

Il Governo, alla fine del 2018, con la Nota di aggiornamento del DEF, ha stabilito di sottoporre al Parlamento una legge-delega “in materia di semplificazione, riassetto normativo e codificazione”. Tra i settori per i quali il Governo dovrebbe chiedere la delega al riordino, alla semplificazione e alla redazione di Codici, vi è lo spettacolo dal vivo. Su questo disegno di legge il Governo è obbligato a chiedere il parere delle Regioni. Una versione della legge-delega è da mesi nelle mani dell’AGIS. Come Conferenza delle Regioni e Province Autonome abbiamo chiesto un confronto al Ministro sulla base del principio costituzionale di leale collaborazione. Ad oggi non abbiamo ricevuto nessuna risposta.
Gli assessori regionali, in ogni caso, hanno già ribadito quali siano per le Regioni i due interventi più urgenti e necessari:
– la definizione di un riparto delle competenze tra Stato, Regioni e Comuni più moderno e adeguato (superando il “tutti finanziano tutti, se e come vogliono o come possono..”);
– la riforma delle professioni dello spettacolo che dia dignità, tutele e garanzie a tutti lavoratori del settore.
Se non vi sarà una visione chiara, un disegno definito, una strategia di alto profilo, condivisa e sostenibile su questi due aspetti fondamentali del sistema, il Codice dello Spettacolo resterà puro esercizio di riassetto normativo.

Da decenni si parla di revisione delle competenze istituzionali in materia di spettacolo dal vivo (Stato, Regioni, Enti Locali), ma come appare evidente, il dibattito non ha prodotto significativi risultati. Secondo il suo parere come andrebbero riorganizzate tali competenze e ruoli delle diverse istituzioni, alla luce non solo degli assetti del sistema anche a seguito del DM luglio 2014, ma anche in relazione alla situazione territoriale, che presenta anche squilibri tra Regioni, e alla necessità di valorizzare un settore vitale per la cultura del Paese sul piano storico, imprenditoriale, organizzativo, economico e sociale?

Il mio punto di vista traspare già dalla risposta alla prima domanda: occorre un assetto basato sulla garanzia del rispetto di principi fondamentali definiti dallo Stato e mirati ad assicurare, da un lato, il sostegno ad una produzione libera e di alto livello qualitativo in tutti i settori dello spettacolo, dall’altro lato il diritto alla fruizione e all’accesso del pubblico allo spettacolo dal vivo in tutte le aree del paese mediante la fissazione di livelli minimi di offerta. Come e chi può assicurare che ciò avvenga? Solo lo Stato può farlo? Non ne sono convinto. La Costituzione indica molto chiaramente la strada da percorrere e il metodo da adottare: le funzioni amministrative debbono essere allocate tra i vari livelli – Stato, Regioni e Comuni- in base a principi di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione.
Per questo, la legge di princìpi fondamentali può e deve individuare un ambito (i soggetti del sistema che effettivamente svolgono un ruolo nazionale e internazionale) entro cui il MiBAC può e deve intervenire direttamente nella definizione dell’assetto organizzativo e nell’assegnazione dei finanziamenti. La stessa legge (ovvero il futuro Codice dello Spettacolo) dovrebbe stabilire che al finanziamento delle imprese di produzione e dei festival di rilievo regionale provvedono invece le Regioni, sulla base dei medesimi princìpi fondamentali della legge che, ripeto, debbono assicurare libertà di espressione e rispetto di standard di offerta e di accesso validi per tutto il Paese, come stabilisce la Costituzione per le materie a competenza concorrente. Il sostegno e la qualificazione delle attività amatoriali, dalla coralità alla musica bandistica, al teatro dialettale debbono essere assicurate ovviamente dalle Regioni, dalle Province Autonome con proprie leggi, come già avviene da decenni, e dai Comuni.
Il passaggio delle competenze alle Regioni e alle Province Autonome, nel nuovo assetto, non potrà che avvenire nel momento in cui esse, non necessariamente tutte nello stesso momento, siano pronte a svolgere il nuovo ruolo. Fino a quel momento, e in ogni caso per le Regioni che non lo richiedono, il MiBAC, assicurerà il proprio intervento, esattamente come avviene oggi, in applicazione del principio di sussidiarietà. Questa proposta si ispira al modello federalista spagnolo, che prevede autonomie differenziate sulla base delle capacità e delle richieste delle Regioni.
Non è che una delle tante soluzioni possibili, è chiaro. E’ altrettanto evidente, tuttavia, che l’attuale impostazione del Governo, in base a cui tutti -Stato, Regioni e Comuni- possono “concorrere” al sostegno dello spettacolo – al loro buon cuore, verrebbe da dire- è contraria allo spirito e alla lettera della Costituzione.

Share