Tre cartoline dalla Mostra del Cinema di Venezia

BOŻE CIAŁO/CORPUS CHRISTI | MADRE | UN MONDE PLUS GRAND/UN MONDO PIU’ GRANDE

Pubblicato il 16/10/2019 / di / ateatro n. 169 / 0 commenti /
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BOŻE CIAŁO/CORPUS CHRISTI
Giornate degli Autori
Regia di Jan Komasa, con Bartosz Bielenia, Aleksandra Konieczna.
Titolo originale: Boze Cialo. Drammatico, Polonia, Francia 2019
Premio Label Europa Cinemas | Giornate degli Autori
Premio per l’inclusione Edipo Re | Edipo Re, Università degli Studi di Padova

La festività del Corpus Domini o Corpus Christi (Boże Ciało in polacco) è celebrata dalla chiesa cattolica in Polonia da più di settecento anni. Nelle celebrazioni si mescolano elementi sacri e profani, naturali – di origine pagana,- e soprannaturali – di origine cristiana. Forse a questo miscuglio di sacro e profano, di pagano e religioso fa riferimento il film di Jan Komasa, in cui spicca l’interpretazione di Bartosz Bielenia nel ruolo di Daniel.
Il film è un insieme di elementi contrastanti, di poesia e di violenza, di comico e di tragico. La vita di Daniel in riformatorio è contraddittoria, tra stupri e messe, comportamenti violenti e vocazione religiosa. Daniel vorrebbe intraprendere la via del seminario, ma la sua condizione di detenuto glielo impedisce. Quando viene mandato in una fabbrica a lavorare, scappa dal riformatorio e arriva in un villaggio dove è atteso l’arrivo di un sacerdote. Daniel ne prende il posto, fingendosi prete, e in questa veste incontra una comunità afflitta da un lutto che non sa elaborare. Daniel, con la propria voglia di di riscatto e l’autenticità della fede che trascende la conoscenza dei riti, riesce ad alleviare il dolore collettivo. Tutto finirà nella violenza, il cerchio si chiuderà con una scena finale estremamente cruda. Nella menzogna non c’è salvezza, il cammino spirituale non prevede scorciatoie. Ma Boże Ciało ci dice che, in ogni vita umana, il male è intrecciato con il bene.

MADRE
Orizzonti
Regia di Rodrigo Sorogoyen con Marta Nieto, Jules Porier, Àlex Brendemühl, Anne Consigny, Frédéric Pierrot, Guillaume Arnault
Titolo originale: Madre. Drammatico, Spagna, Francia 2019
PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE Marta Nieto

Il film prende il via con un sorprendente piano sequenza: squilla il telefono di casa e risponde Elena, una giovane madre. E’ il suo bambino di 6 anni in viaggio con il papà. I due sono separati. La conversazione è tranquilla, niente fa pensare a una tragedia, ma qualcosa comincia a incepparsi. In un crescendo di tensione, la donna capisce che il bambino è solo; che si trova in una spiaggia deserta e ha paura; che il telefono sta per scaricarsi; che un uomo minaccioso sta per avvicinarsi, sempre di più, ne sente la voce… quando cade la linea.
Dieci anni più tardi apprendiamo che la storia non ha avuto un lieto fine.
Il dolore ha portato Elena sul luogo della tragedia, dove vive in solitudine lavorando in un ristorante sulla spiaggia. Passa le sue giornate a camminare avanti indietro sulla sabbia, quasi un’eterna condanna alla ricerca di chi si è perso. E’ una donna solitaria, non si è integrata nella comunità in cui abita, è conosciuta come ‘la pazza della spiaggia’, uno di quei matti innocui a cui ci abituiamo, che fanno parte del paesaggio e con cui ci troviamo a vivere senza mai incrociarne lo sguardo, e di cui non conosciamo la storia. Durante le sue lunghe traversate Elena incontra un adolescente dal volto angelico, che ha la stessa età che avrebbe oggi il figlio perduto.
I due intraprendono un relazione intensa, sul filo dell’ambiguità. Uno di quei rapporti che hanno a che fare con l’erotismo ma non sono erotici, che non rientrano nelle categorie d’abitudine, matrimonio, parentela, fidanzamento, amicizia, ma è una libera scelta di due esseri di amarsi, nella modalità che credono. Un amore fatto di sostegno reciproco, vicinanza, intimità, simile a tutto e uguale a niente. Se diamo parole alle cose è per non averne paura, per non essere turbati dal disordine sociale, e questa relazione tra una donna grande e un adolescente è incomprensibile a tutti, alla famiglia di lui, al compagno di lei, e genera paura, risentimento, violenza, rifiuto.
Ma dopo questo attraversamento, Elena potrà forse lasciare andare il dolore.

UN MONDE PLUS GRAND/UN MONDO PIU’ GRANDE
Giornate degli autori

Regia di Fabienne Berthaud con Cécile De France, Arieh Worthalter, Tserendarizav Dashnyam
Titolo originale: Un monde plus grand. Drammatico, Francia 2019

Il film prende spunto dal libro autobiografico dell’etnomusicologa Corine Sombrun, che si trova ad affrontare il lutto per la perdita dell’amatissimo marito. Corine, per allontanarsi dalla quotidianità, accetta l’incarico di registrare i suoni di una seduta sciamanica in Mongolia. Il suono è per Corine l’orizzonte in cui lei e suo marito si sono sempre mossi, lei abituata a raccogliere suoni in tutto il mondo, lui musicista.
Accompagnata dall’interprete, Corine, scettica, porta alla sciamana i doni che gli spiriti pretendono: alcool, sigarette, dolciumi… Ma dietro la facciata dei riti per turisti, l’occidentale Corine si addentra poco a poco nei meandri dei rituali sciamanici, e proprio grazie al suono di un tamburo scopre di avere un ‘dono’. Il suono del tamburo rituale la fa entrare in uno stato di trance che la mette in contatto con un mondo più ampio di quello a disposizione delle nostre percezioni sensoriali, di cui la natura e il mondo animale fanno parte.
Tornata in Francia, Corine sentirà forte il desiderio di riaprire quella porta percettiva, nonostante la diffidenza e la paura di chi la circonda e tornerà in Mongolia per intraprendere con la sciamana un cammino di conoscenza. Nei paesaggi Un mond plus grand ha lo sguardo prezioso del documentario, e ci fa contemplare in silenzio i vasti spazi vasti della Mongolia, riportandoci ad una dimensione antropologica in cui l’uomo (e le donne, in questo caso) sono connessi alla natura, in armonia con ciò che li circonda.
In un mondo di separazioni Un monde plus grand è un’apertura all’incontro tra civiltà, tra oriente e occidente, tra uomo e natura. La scienza non è antagonista alla dimensione mistica, ma i due poli si incontrano e si avvicinano, si studiano a vicenda.
Un monde plus grand ci ricorda poi ciò che sembra dimenticato nella nostra cultura: la potenza del suono unito a un gesto che si tramanda identico nel tempo, ovvero il rito, capace di spalancare il nostro sguardo e di dialogare con le cose più sottili, tra cui il dolore.

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