Il meccanismo della caduta. Debutta Una banca popolare per il Teatro Stabile del Veneto

Nel testo di Romolo Bugaro il crac di Popolare di Vicenza e Veneto Banca... in attesa del film

Pubblicato il 26/12/2019 / di / ateatro n. 170 / 0 commenti /
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Quando a rapinare una banca sono gli stessi che, per così dire, l’hanno fondata, la prospettiva ideologica del celebre aforisma di Bertolt Brecht risulta certo distorta. Infatti è un’ottica dichiaratamente post-ideologica quella adottata da Romolo Bugaro per affrontare il tema ancora scottante del tracollo delle banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca) che ha investito famiglie e aziende di una regione un tempo ligia al risparmio come imperativo categorico. Ma narrare la vicenda «dal punto di vista degli artefici del disastro» e «senza porre un confine netto tra vittime e carnefici» significa sciogliere le responsabilità in una imprecisata cattiva coscienza collettiva, dimenticandosi dello sguardo interrogativo delle vittime vere: i piccoli risparmiatori truffati, i dipendenti licenziati, i contribuenti tutti che hanno dovuto farsi carico del fallimento.

Alla sua prima esperienza drammaturgica, su commissione dello Stabile del Veneto, l’avvocato e scrittore padovano ha diviso il testo in due parti asimmetriche. Nella prima, cinque conoscenti (imprenditori rovinati, un avvocato spregiudicato, un medico che sembra voler incarnarne la coscienza critica), a vario titolo invischiati nella crisi bancaria, si trovano a una festa in una villa veneta durante la quale emergono timori, depressioni, smanie di potere, tradimenti che delineano il profilo di un piccolo mondo di piccoli signori della finanza e degli affari, tutti beneficiati dal direttore generale della Popolare del Nordest, il convitato di pietra, per tanti anni temuto e riverito “padrone” della banca.
Nella seconda parte il lungo (molto lungo) monologo del direttore in doppiopetto ripercorre le vicende esemplari di tre clienti imprenditori, che ora gli hanno voltato le spalle, e dei relativi prestiti più o meno senza garanzie, ribaltando sul sistema bancario e sull’intera comunità le accuse che gli vengono rivolte dagli inquirenti. È una chiamata in correità dai toni amari, con tanto di dito puntato verso la platea, che si conclude con un calcio sul sedere al direttore da parte di uno dei beneficiati dalla banca. Un calcio che spiega plasticamente, con un’ironia che vogliamo credere non involontaria, il «meccanismo della caduta», al centro dell’interesse di Bugaro.
La regia di Alessandro Rossetto è evidentemente rivolta alla versione cinematografica già annunciata. Per buona parte dello spettacolo, scorrono sul fondo immagini in bianco e nero della festa in villa (con il montaggio di Alessandra Cernic per Jolefilm). Gli attori (Mirko Artuso, Valerio Mazzucato, Diego Ribon, Fabio Sartor, Davide Sportelli, Sandra Toffolatti, Riccardo Gamba) ogni tanto vi si inseriscono, diventando ombre dietro lo schermo. L’insistito motivo latinoamericano e gli abiti degli ospiti rendono un po’ kitsch questa mondanità provinciale che balla – ma con parsimonia tutta veneta – in una sorta di “grande bellezza” de noantri. Due anni prima del crac, la Banca Popolare di Vicenza aveva finanziato, come produttore associato, il film di Sorrentino.

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