AwArtMali Ateatro | 3 | Il debutto di Tunka/L’aventure (25 gennaio 2020, Ouagadougu)

Un viaggio teatrale in Mali e Burkina Faso con il progetto AwArtMali (Awarness Raising and info through Art on Irregular Migration Risks in Mali)

Pubblicato il 28/01/2020 / di / ateatro n. 170 / 0 commenti /
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Riassunto delle puntate precedenti
La produzione teatrale è il cuore progetto Awart Mali, ideato da Maurizio Schmidt di Farneto Teatro con Tamat Ong, che si propone di contribuire al cambio di percezione e di comportamento delle persone che vedono nella migrazione irregolare verso l’Europa la sola possibile soluzione ai loro problemi economici, spesso a una situazione di grande povertà. La presenza “dal vivo” nei villaggi e il dibattito fra pubblico e attori, che costituisce il secondo tempo fondamentale nel “teatro di sensibilizzazione”, si propone di promuovere la discussione sul tema della migrazione e costituirà l’occasione per fornire informazioni sulle opportunità economiche esistenti in Mali e che possono costituire una concreta alternativa alla scelta di partire (e a quella – non meno difficile – di tornare).

In principio sono stati mesi di interviste in Mali, Italia, Spagna (effettuate da Maurizio Schmidt) e incontri in Mali, soprattutto nei villaggi e nelle scuole (Maurizio anche con il regista Luca Fusi e il drammaturgo Ildeverd Meda, assieme agli animatori della ONG maliana Le Tonus). Queste testimonianze hanno raccolto le voci di chi ha vissuto in prima persona – migranti e migranti di ritorno – o è toccato o è attratto dall’emigrazione e hanno reso possibile un approccio umano e concreto al tema (accompagnato anche da una ricerca di ISMU), e hanno orientato la scansione drammaturgica e il taglio dello spettacolo.
Poi c’è stata la selezione degli attori e dei musicisti da Burkina Faso, Mali e Costa d’Avorio. Sono nove: Mory Bamba dit Major, Mimpamba Thomas Combari, Christian Léger Dah e Brahima Diarra (anche assistenti alla regia), Wendy Nare, Beebayagda Adjaratou Sawadogo, Mariam Traore, infine Ousmane Oouattara e Yacouba Sissoko (musicisti, narratori e creatori delle musiche). Sono tutti professionalmente molto dotati (la loro formazione e le loro storie professionali meritano un approfondimento!). Molti non si conoscevano, ma sono bastati pochi giorni di prove per creare un affiatamento raro: si definiscono già una famiglia e hanno quella capacità di integrare momenti corali e prove individuali che si ritrova nelle compagnie che lavorano assieme da anni. La scelta di affidare lo spettacolo a un ensemble panafricano non è secondaria nella logica del progetto, per quanto destinato al Mali: da un lato perché il tema riguarda tutti i paesi della fascia subsahariana, i problemi sono comuni e il fenomeno migratorio è (tradizionalmente) prima che verso l’Europa fra questi paesi; dall’altro perché in una regione del mondo in cui si tende, o almeno l’opinione pubblica mondiale tende, ad accentuare le differenze (di etnia, di religione, di lingua…), una “comunità” teatrale transnazionale e chd gira per i villaggi ha già in sé un forte valore simbolico.
La prima fase della preparazione dello spettacolo è stata caratterizzata da improvvisazioni, allenamento fisico e discussioni che hanno contribuito a motivare gli attori. Poi c’è stata una pausa per la scrittura del testo, quindi le prove vere e proprie. Anche la scelta del titolo è stata dibattuta e condivisa: alla fine Tunka (o anche “tunga” o “tounga”), è piaciuto a tutti.
Tunka/L’aventure” è andato in scena il 25 gennaio Ouagadougou, in Burkina Faso, presso il Centre Culturel Gambidi, accolta da un pubblico numeroso e entusiasta.
Poi la compagnia è partita in minibus, per quasi un mese di tournée in Mali (sarebbe bello viaggiare con loro, ma la strada, soprattutto vicino al confine, non è sicura).
La ONG Tamat (che si occupa di sostenibilità alimentare, ambientale, ma pensa che il teatro alla sostenibilità possa dare il suo contributo) e Farneto Teatro hanno affidato la produzione dello spettacolo al Centre Culturel Gambidi. E’ un luogo – e un’organizzazione – molto accogliente: un grande cortile circondato da spazi per teatro, danza, arti visive, una radio, la scuola di teatro dedicata al fondatore del centro, Jean Pierre Guingane, un bar. Uno spazio colorato e cordiale, dove circolano persone giovani, si rappresentano spettacoli di produzione e ospitalità, si fanno incontri, si proiettano film, si organizza un festival internazionale che ormai ha trent’anni. Lo dirige Claude Guingane, il figlio di Jean Pierre, con non poche difficoltà economiche, ma guidato da forti convinzioni sulla funzione del teatro e della cultura nella società del Burkina Faso e soprattutto attento ai giovani: impegno etico e mente aperta. Assieme a Claude, Luca Fusi dirige la scuola: ormai a tutti gli effetti burkinabé, riconosciuto e apprezzato regista del paese Luca rappresenta anche un pezzettino d’Europa in questa parte del mondo, un “segno” internazionale, molto coerente con la storia del Centre.
All’autore del testo, Ildeverd Meda, e al regista, Luca Fusi, è stato affidato un compito non facile: trovare una sintesi teatralmente efficace a partire da interviste e improvvisazioni (a loro volta sollecitate dalle interviste), intorno a un tema complesso e delicato – l’emigrazione oggi dall’area subsahariana – che tocca in modo sensibile il pubblico cui si rivolge e si popone di stimolarne la riflessione.
Il risultato è di grande impatto emotivo, ma con momenti di leggerezza, privo di intellettualismi e retorica, ricco di suggestioni visive affidate alle composizioni di insieme, rigorose ed eleganti sul tappeto di stuoie dello scenografo Sada Dao. I racconti e i brevi monologhi intrecciano la lingua francese e il bambara – il testo è stato interpretato prevalentemente in francese in Burkina Faso, sarà quasi totalmente in bambara in Mali – e si rispecchino nei movimenti coreografici e mimici, mentre la musica, ispirata alla grande tradizione mandinga guida, accompagna, commenta, riconduce le storie nel solco della storia di sempre: linguaggi intrecciati che rendono lo spettacolo immediatamente comprensibile.
I temi più forti e rilevanti emersi nelle interviste – e che torneranno nel documentario in preparazione – sono stati colti e elaborati, collocati in una struttura narrativa che ricorda un po’ il nostro Decamerone, e non è troppo lontana – forse – dalla tradizione narrativa africana: siamo in un centro per rimpatriati, in Mali (o altrove), dove si sono verificati dei sucidi, e un gruppo di ospiti viene coinvolto in un laboratorio teatrale per raccontare e rappresentare le sue disavventure per superarle, per liberarsene, per condividerle.
Le verità delle interviste ritornano in tutta la loro crudezza. Qua e là emergono anche le personalità degli intervistati, ma il gioco del teatro nel teatro, il ritmo della narrazione, il carattere epico, consentono di non cadere in una drammaticità eccessiva. E anzi, alcune delle situazioni più realistiche sono trattate con umorismo.
Il racconto parte dai problemi economici all’origine dell’emigrazione. Si è scelto un tema particolarmente avvertito in Mali: il rapporto fra la sovra-produzione ortofrutticola e il crollo dei prezzi; quindi le tradizioni e le dinamiche familiari: un figlio, spesso il primogenito, può partire per tradizione, può essere spinto da una malattia o dalla morte del padre, o dalla perdita del lavoro; ma gioca un ruolo fondamentale anche l’attrazione per l’occidente, per l’immagine di ricchezza e felicità che l’Europa da di sé: “E perché non posso essere ricco e felice anch’io?”
Poi la partenza all’avventura, da soli, a coppie, in gruppo, la trappola del deserto, la decimazione nel corso del viaggio, l’arrivo in Libia, le violenze, i sensi di colpa per avercela fatta. Poi il mare, il naufragio, lo spaesamento all’arrivo, le fortune alterne, lo scontro fra sogno e realtà. E il ritorno, l’umiliazione, il rifiuto da parte della famiglia, Infine il possibile conforto del racconto e dell’incontro con i compagni di avventura.
La necessità di sapere e di raccontare è il principale messaggio di Tunka. Luca Fusi, sottolinea “l’importanza di comunicare sul tema: parlare di migrazione, ascoltare i migranti e le loro avventure, nel più grande rispetto dei coraggiosi che si sono esposti ai rischi e alle umiliazioni più dure”. Il coraggio è richiesto infatti anche a quelli che hanno scelto di rientrare, spiegare, tentare di progettare un nuovo futuro nel loro paese (e sono stati intervistati anche molti migranti di ritorno, e alcuni di loro saranno certamente presenti nei villaggi).
L’inizio dello spettacolo è affidato al famoso incipit di Se questo è un uomo di Primo Levi, tradotto in bambara. Parole potenti: ricordare e raccontare è importante, quello che è successo può succedere – e succede – di nuovo. Il finale è racchiuso in una battuta: «On en parlera, on en parlera… un en parlera encore demain et après-demain et encore. On organisera des représentations publiques. Le monde doit savoir… nos familles doivent savoir…. Tu verras, Madou, que cela nous aide à vivre, encore
A Ouagadougou non si è tenuto il secondo tempo/dibattito: ci si è concentrati sulla qualità teatrale dello spettacolo. Ma se ne riparlerà presto dal Mali.

Progetto AwArtMali (Awarness Raising and info through Art on Irregular Migration Risks in Mali). Cofinanziato dal fondo per l’asilo e l’integrazione dell’Unione Europee, coordinato da Tamat NGO in partenariato con ISMU, Giusti Eventi, Farneto Teatro, Instrategies, Cogenia, Cardet.

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