AwArtMali Ateatro | 6 | I villaggi, il pubblico, il dibattito

Un viaggio teatrale in Mali e Burkina Faso con il progetto AwArtMali (Awarness Raising and info through Art on Irregular Migration Risks in Mali)

Pubblicato il 05/03/2020 / di / ateatro n. 171 / 0 commenti /
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Riassunto delle puntate precedenti: una capillare raccolta di testimonianze che confluiranno in un documentario e uno spettacolo teatrale sono il cuore del progetto AwArtMali – ideato da Maurizio Schmidt di Farneto Teatro con Tamat ONG – che si propone di contribuire al cambio di percezione e di comportamento delle persone che vedono nella migrazione irregolare verso l’Europa la sola possibile soluzione ai loro problemi, spesso alla situazione di grande povertà in cui versano. Il 25 gennaio lo spettacolo Tunka/L’aventure è andato in scena a Ouagadougou in Burkina Faso, presso il Centre Culturel Gambidi: lo spettacolo affronta le cause dell’emigrazione, i rischi del viaggio, le condizioni dei migranti in Europa, le enormi difficoltà al rientro. I sette attori e i due musicisti provenienti da tre paesi africani (Burkina Faso, Mali e Costa d’Avorio) hanno raccontato ad Ateatro la loro storia professionale, il loro punto di vista sul tema della migrazione e i loro personaggi. Dal Burkina Faso lo spettacolo è approdato in Mali e dopo quattro date nella capitale Bamako è partito in tournée per la cittadina di Kati e 14 villaggi rurali.

La piazza di Siramanso (foto Paolo Saglia Giusti Eventi)

Tunka/L’aventure è arrivato al suo pubblico ideale, quello per cui è stato pensato: le comunità dei villaggi rurali del Mali. E’ un pubblico molto articolato. Ci sono gli anziani, molte donne di tutte le età, un’infinità di bambini, alcuni uomini adulti e – di solito ai bordi e in piccoli gruppi – gli adolescenti, che sono il principale target (il groupe-cible come si dice qui in buon francese da progetto di cooperazione): molto probabilmente alcuni di loro stanno davvero pensando di partire “all’avventura”.
Tutte queste persone condividono uno spazio-ambiente, una condizione economica, una rete di relazioni.
Il paesaggio – la brousse – soprattutto nei villaggi più remoti è molto suggestivo per un europeo, almeno in questo periodo dell’anno. Siamo a fine inverno e le temperature diurne nel corso del mese di febbraio salgo da 25 fino a 38 gradi, superiori alla media del periodo, ma sopportabili per l’assenza di umidità. Si percorrono strade di terra rossa, di solito ben tracciate nei primi chilometri, poi spesso dissestate, che attraversano colline basse, dove predominano cespugli. Avvicinandosi ai villaggi, si vedono coltivazioni sempre più diffuse e curate, soprattutto ortaggi, ma anche papaia e vaste piantagioni di mango – un albero meraviglioso – e altri alberi imponenti (neré, karité, qualche baobab).
E dappertutto animali domestici liberi (di quelle selvaggi non c’è traccia): capre e pecore soprattutto, ma anche mucche e zebu (piccole mandrie a volte sedentarie, a volte in transito guidate da pastori di etnia poel), asini per i piccoli trasporti, galline, e maialetti (che trottano anche intorno alle moschee: la convivenza religiosa non sembra – ancora – un problema da queste parti).

Siramanso (foto Mimma Gallina)

I villaggi rurali interessati dalla tournée fra il 3 e il 21 febbraio sono N’Golovala, Fanafiè Coro, Kambila Village, Siramanso, Fansira-Coro, Guily, Soninkegny, M’Piebougou, Goro, Dio-Gare, Sotoli, Diago Village, Yelekbogou.
Sono tutti diversi, ma con molte caratteristiche in comune: dai 400 ai 2000 abitanti, piccoli agglomerati di casette quadrate dello stesso colore della terra, piccoli cortili familiari, stretti uno all’altro, deliziose piccole moschee, che ricordano certe cappellette romaniche del centro Italia (non per l’architettura, ma per la spiritualità e la semplicità che comunicano). Qua e là qualche pozzo, una torre dell’acqua, a volte il dispensario, piccoli impianti fotovoltaici (molto diffusi, per fortuna).
Poi c’è la piazza pubblica, uno spiazzo sterrato, a volte all’ombra di un grande albero, la scuola pubblica (statale o comunitaria), un po’ fuori dal villaggio ma non troppo: sono più o meno grandi, ma tutte simili, con grandi spazi fra un gruppo di classi e l’altro. E’ nelle piazze o nei cortili delle scuole che si rappresenta lo spettacolo.

La piazza di Sotoli (foto Mimma Gallina)

Meno bucolica la situazione nei comuni agricoli ma suburbani, quelli più vicini a Kati e alle grandi strade di transito, come Kambila o Diago: qui ai problemi economici – solo in parte compensati da qualche grande cementificio, fabbriche per l’imbottigliamento di acqua minerale, pompe di benzina, vaste aree di sosta per i TIR – si aggiungono quelli ecologici: il paesaggio è più trascurato, l’immondizia diffusa (le plastica è dappertutto) e forse c’è una minore coesione delle comunità (sono anche considerevolmente più popolosi). Fa in parte eccezione Yelekebougou – un po’ più remoto ma attraversato dalla statale diretta a Nord – che si presenta come un villaggio solo un po’ più esteso, punto di partenza per i piccoli villaggi, con il suo suggestivo e allegro mercato del venerdì (che si fa di colpo silenzioso all’ora della preghiera).

Il mercato del pesce di Yelekbogou (foto Mimma Gallina)

L’orario d’inizio dello spettacolo è stato scelto con i rappresentanti della comunità, fra le 15 e le 17. Il lavoro comincia presto e il sole tramonta verso le 18.30. Così la partecipazione è ampia, fra le 300 e le 400 persone per ciascun villaggio, 800 nella data finale. L’impianto scenico, molto agile, viene montato a terra, mentre il pubblico è sistemato su un centinaio di sedie noleggiate sul posto (le feste sono frequenti e il noleggio sedie è un’attività piuttosto sviluppata), stuoie fornite dalla compagnia (per i bambini: incredibile quanti possano sistemarsi su ogni stuoia), sedili e panche, a volte banchi di scuola, portati dal pubblico stesso, Molti spettatori restano in piedi, in semicerchio.
La condizione economica comune a tutti i villaggi rurali in questa zona è un’economia agricola basata prevalentemente sull’orticultura e in misura minore sull’allevamento. La situazione è esattamente quella raccontata in una scena dello spettacolo: la dispersione dell’acqua consente un raccolto l’anno, tutti raccolgono gli ortaggi nello stesso periodo (e sono bellissimi: melanzane, peperoni, insalata, cavoli, pomodori soprattutto), la sovrapproduzione fa crollare i prezzi, il prodotto si svende o si butta.

Il pubblico nel cortile della scuola di Goro (foto Mimma Gallina)

Campi e moschea a N’Golovala (foto Mimma Gallina)

I villaggi hanno accolto lo spettacolo nelle piazze pubbliche o nei cortili delle scuole come un importante avvenimento, un’opportunità per discutere ma anche una festa. A Siramanso e Guily in particolare, la compagnia è stata accolta con musica e danze, e a Fansira Koro con canti e con uno spettacolo di maschere e acrobatica. Le danze sono spesso nate dopo lo spettacolo, come una forma di ringraziamento da parte delle donne (è stato inatteso e emozionante).
Per l’ultima data della tournée, a Yelekebougou, la festa invece è stata organizzata: lo spettacolo è stato infatti preceduto da danze acrobatiche e dall’esibizione dei popolari rapper del gruppo Kira Kono che hanno eseguito la canzone composta appositamente per AwArtMali sul team della migrazione (videoclip in preparazione), e non sono mancati i discorsi e i ringraziamenti.

Le relazioni all’interno delle comunità, che hanno nella famiglia allargata il nucleo di riferimento, si basano su regole di comportamento consolidate e radicate nella tradizioni (nei rapporti fra le generazioni, fra uomini e donne, nei ruoli sociali, nelle forme del lavoro, nelle vita quotidiana, nelle abitudini, nei riti), e si colgono anche osservando il pubblico. I partecipanti si sono quasi sempre disposti per gruppi sociali e di età.
Le donne separate dagli uomini in gruppi allargati di amiche (molte con l’ultimo bambino sulla schiena). Nei villaggi sono spesso presenti associazioni di donne, e in genere le signore sembrano molto attive (inventano attività, le alfabetizzate organizzano corsi, sono di norma le titolari del micro-credito). A Dio-Gare, Tunka è stato ospitato all’interno della manifestazione organizzata dall’ONG femminile Tagne che opera nei territori intorno a Kati: lo scopo è la salute della donna e del bambino, e il tema centrale della giornata è la sensibilizzazione contro la mutilazione genitale femminile: la partecipazione è alta, e anche inattesa considerando che in Mali è diffusa con percentuali superiori al 90%, fra le più alte in Africa.

Gli uomini anziani, anche molto anziani (fra loro quasi sempre il capo villaggio), hanno dato a suo tempo il benestare allo spettacolo e se lo guardano in posizione centrale; gli uomini adulti non sono un gruppo molto numeroso, ma sono particolarmente concentrati (fra loro i migranti di ritorno, alcuni dei quali intervistati nei mesi precedenti), i giovani si dispongono ai bordi, prima incuriositi ma pronti ad andarsene qualcuo in motorino – poi attentissimi.

I bambini di tutte le età davanti: la grande attenzione dei bambini è stata sorprendente, Tunka non è infatti rivolto ai ragazzi, ma le azioni fisiche che costellano lo spettacolo, l’eccezionalità dell’evento li ha molto coinvolti, fin dalla fase del montaggio. C’è poi la curiosità irresistibile per i tubabu presenti (che sono una rarità da queste parti): in Mali c’è una grande attenzione per i saluti e tutto quello che riguarda i rituali di benvenuto, e piccoli non vogliono essere da meno, prima e dopo lo spettacolo li circondano, vogliono salutarli, dare la mano, battere il cinque, il tutto in un clima molto festoso.
I ragazzi più grandi che ancora frequentano le scuole, sono stati preparati dagli insegnanti e dal passaggio degli animatori di Le Tonus, in alcuni casi Maurizo Schmidt, Luca Fusi e Ildeverd Meda avevano incontrato i professori nei mesi precedenti lo spettacolo. A Fanafié Koro (con le classi più alte) e Goro (con tutti i bambini e ragazzi: ma anche i più piccoli avevano visto lo spettacolo), si sono tenuti incontri con la compagnia nei giorni successivi allo spettacolo: si è testata la comprensione, si è un po’ discusso, ma soprattutto si sono ricreate con i ragazzi – e con loro grande soddisfazione- alcune azioni dello spettacolo. A Kambila un gruppo teatrale locale ha coinvolto un gruppo di studenti in un laboratorio con un convincente esito pubblico: presente tutta la compagnia. Piccoli interventi in profondità che i ragazzi certo non dimenticheranno. E’ stato inoltre lanciato un concorso per temi e disegni ispirati alla migrazione: scadenza a marzo.
La partecipazione delle scuole pubbliche al progetto non era affatto scontata: da mesi – e anche nel periodo della tournée: febbraio 2020 – gli insegnanti scioperano a settimane alterne per motivi salariali: lo Stato ha aumentato i salari ai dipendenti pubblici e avrebbe dovuto adeguare anche quelli dei lavoratori della scuola ma poi non ha mantenuto la promessa (non ci sarebbero risorse sufficienti: in effetti una quota considerevole del bilancio statale è stata spostata sulla difesa e la sicurezza). Eppure le scuole qui sono presidi fondamentali: i direttori (che sono stati spesso intervistati per il progetto, e sono spesso intervenuti nei dibattiti) e i più diretti collaboratori sono figure autorevoli nei villaggi, anche un po’ eroiche: affrontano i problemi di alfabetizzazione e di formazione (a volte i poli sono molto grandi – un migliaio di studenti a Fanafié Koro – vanno dalla prima alla decima classe e servono più villaggi), misurandosi con situazioni di povertà e marginalità, cercano di contrastare le cause della dispersione scolastica (soprattutto per le bambine: i matrimoni precoci e la cura della famiglia…), rappresentano un riferimento per gli adolescenti. Per questo si sono sentiti molto coinvolti rispetto al tema, e hanno deciso di sensibilizzare gli studenti e organizzare gli incontri, pur restando in sciopero. Non erano coinvolte dallo sciopero le scuole comunitarie, che alcuni villaggi sostengono direttamente, di solito per il primo e secondo ciclo.

Il senso di comunità, la capacità e il bisogno di partecipare, si avverte nel dibattito (naturalmente in bambara), che costituisce il fondamentale secondo tempo del “teatro di sensibilizzazione”. Conduce e introduce brevemente uno degli operatori della ONG Le Tonus (hanno effettuato molti incontri per preparare il progetto, conoscono le gente e i problemi), di solito interviene per primo un rappresentante del villaggio o del comune, ma poi sono molti a prendere la parola, senza ordine di genere o di età. Informarsi, emozionarsi, riflettere e prendere la parola è il senso del teatro per il pubblico africano. E è anche il senso del progetto e dello spettacolo: il testo è costruito sulle storie e con parole degli intervistati e sono attori africani a raccontarle e interpretarle per un pubblico africano.

(foto di Mimma Gallina)

Difficile seguire il dibattito in bambara – una esposizione più dettagliata e forse qualche trascrizione sarà pubblicata sul sito del progetto – ma dallo chuchotage degli interventi in corso e dalle sintesi a fine dibattito emergono alcuni temi ricorrenti. Molti interventi sottolineano l’importanza dell’informazione: per quanto tutti i partecipanti siano direttamente o indirettamente toccati dal problema della migrazione e non ci sia famiglia in cui qualcuno più o meno recentemente non sia partito “all’avventura” (se non verso l’Europa verso altri paesi africani come da tradizione), molti non conoscevano se non superficialmente i rischi e le difficoltà del viaggio e le difficoltà di accoglienza e di lavoro. Anche da questo deriva la percezione di fallimento verso chi non è riuscito fare fortuna.
E’ generalizzato l’apprezzamento per il coinvolgimento emotivo: più di uno spettatore ha detto di essersi sentito come un migrante – e c’è chi ha pianto: sono le donne a dirlo ma fra il pubblico si vedono molti uomini turbati – ma molti sono stati anche i momenti di leggerezza e le occasioni per sorridere e per sentirsi coinvolti: le azioni fisiche, la scena tragicomica del rientro in famiglia.

(foto di Mimma Gallina)

Sono significativi e coinvolgenti gli interventi dei migranti di ritorno. Per tutti loro è stato importante riconoscere le proprie storie, e per molti fornire in pubblico (spesso per la prima volta) la propria testimonianza: soprattutto i pericoli corsi in viaggio, le difficoltà incontrate nei paesi stranieri, le espulsioni o i motivi e i modi del rientro. Molti hanno raccomandato ai più giovani di non partire, sottolineando che il lavoro non c’è, e quando c’era è peggiore di quello a casa.
Sono emerse anche riflessioni sulla necessità di modificare i comportamenti rispetto alla migrazione all’interno delle famiglie. Più di una donna ha detto che cercherà di trattenere i figli, ma è anche emersa con chiarezza la difficoltà di individuare alternative valide alla scelta migratoria: quali sono le opportunità che possano concretamente motivare i giovani e scoraggiare l’avventura?
I ragazzi invece non parlano molto, ma qualcuno lo ha detto molto chiaramente: “Piuttosto che stare qui a morire di far niente… meglio morire in viaggio”, tanto più che l’alternativa legale praticamente non esiste.

(foto di Mimma Gallina)

Queste comunità sono pazienti (forse troppo: è una qualità che qui non manca), ma tutt’altro che sprovvedute. In molti villaggi sono stati realizzati progetti precisi in ambito agricolo, con sostegni locali o della cooperazione internazionale, o piccole opere per migliorare la situazione. Qualche componente particolarmente dinamico espone i cahiers de doléances e coglie l’occasione per sottolineare bisogni molto precisi: se si vogliono creare le condizioni per restare occorre una diga, oppure un pozzo – che consentirebbero di irrigare tutto l’anno e fare più raccolti. Serve un luogo di stoccaggio, servono camere di raffreddamento, bisogna sistemare la strada. Servono attrezzature per la trasformazione dei prodotti a livello intercomunale: c’è molta consapevolezza rispetto alla necessità di cooperare. Il messaggio è diretto anche o soprattutto alle amministrazioni pubbliche e alla ONG Le Tonus che ha fatto molto (sta lavorando fra l’altro a progetti contro la deforestazione, l’accaparramento delle terre, micro-credito, formazione…), ma potrebbe fare ancora di più.

(foto Paolo Saglia Giusti Eventi)

Uno dei principali effetti del progetto AwArtMali è la costituzione (in corso) di associazioni dei migranti di ritorno: ci sarà probabilmente un’associazione in ciascun comune, e saranno collegate fra loro e in contatto anche con le organizzazioni della diaspora maliana (piuttosto forte in Italia). Gli obiettivi sono molto concreti: i possibili aiuti ai migranti di ritorno, ma anche all’occupazione giovanile, all’agricoltura, ai bisogni dei villaggi nel loro complesso. A guardare gli ex migranti che annunciano l’iniziativa, si coglie che un primo punto è stato già raggiunto: motivare, risollevare il morale, dare un progetto a questi giovani uomini.
La compagnia di Tunka/L’aventure è sempre presente al dibattito, ma discreta. A volte viene chiamata in causa con domande sullo spettacolo e sull’interpretazione (“Ma voi siete migranti?” “Come riuscite a raccontare queste storie?”), altre volte devono entrare nel merito nel merito dei problemi sollevati: in questo caso gli attori sottolineano che il loro obiettivo (e il compito del teatro, secondo il loro punto di vista) è raccontare, informare emozionando, non giudicare, e soprattutto non giudicare le scelte di ciascuno: la scelta di partire o di tornare è sempre legittima, ma è importante conoscere problemi e rischi, e valutare le alternative. Su tutti questi punti sono numerosi anche gli scambi successivi al dibattito: piccoli capannelli, saluti, domande durante lo smontaggio…

(foto Paolo Saglia Giusti Eventi)

Il progetto AwArtMali entra ora nella fase finale. Il video che nascerà dalle interviste raccolte da Maurizo Schmidt in Spagna, in Italia e in Mali sarà un ulteriore, più capillare, strumento di informazione e di sensibilizzazione, non solo per il pubblico maliano ma anche europeo, e per i decisori africani e europei: e chissà che lo spettacolo non possa arrivare anche in Italia e in Europa: non è frequente vedere in scena attori africani che parlano di problemi – anche e soprattutto – africani). L’ultima fase della campagna di comunicazione si concentrerà proprio sulle opportunità, non sono moltissime purtroppo, ma qualcosa c’è o potrà esserci: sono in parte ancora da censire e poi da comunicare (molte sono già confluite nel sito e nella app tama365).
Lo spettacolo, i diversi tasselli del progetto, sono piccole gocce nel mare dei problemi del Mali, non ultimo il terrorismo che imperversa non troppo lontano: attentati-blitz si stanno spostando dal Nord verso il centro del paese. Questo blocca qualunque possibile ripresa dell’economia (basti pensare al turismo), ma l’impressione è che qui – o forse in Africa o forse in genere – le piccole cose utili, e le scelte politiche strategiche siano indissolubilmente legate: un pozzo profondo può quasi risolvere i problemi di un piccolo villaggio e costa come due viaggi all’avventura verso l’Europa.

Mimma e Maurizio con la compagnia di Tunka

Progetto AwArtMali (Awarness Raising and info through Art on Irregular Migration Risks in Mali). Cofinanziato dal fondo per l’asilo e l’integrazione dell’Unione Europee, coordinato da Tamat NGO in partenariato con ISMU, Giusti Eventi, Farneto Teatro, Instrategies, Cogenia, Cardet.

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