#coronavirus 13 | Per una drammaturgia del vuoto

Reagire alla mancanza dei corpi, allo svuotamento del corpo sociale, degli spazi e dei tempi della relazione e dell’aggregazione umana

Pubblicato il 23/04/2020 / di / ateatro n. 172 / 0 commenti /
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Samuel Beckett, Quad

Fra tutte le arti, quella che è stata più duramente colpita dal virus è senza dubbio il teatro: non solo il mondo dello spettacolo dal vivo, ma tutto l’ampio spettro della performance, dalle sue declinazioni più artistiche a quelle più sociali.
Perché la pandemia Covid19, oltre a essere una malattia organica del corpo individuale, è anche una malattia sociale del corpo collettivo, dell’alleanza fra i corpi, per usare una felice espressione di Judith Butler: un’infezione che intacca i fondamenti, già immunodepressi, delle relazioni fra le persone, dei legami di identità e di appartenenza, delle pratiche rituali e festive, dello sport e del gioco, dei rapporti con lo spazio pubblico e con i luoghi dell’aggregazione.

Un orsacchiotto trovato nei pressi di Roszke, un paese ungherese vicino al confine con la Serbia (Christopher Furlong/Getty Images)

Quindi, per l’appunto, una malattia del teatro: arte per eccellenza dei corpi, della presenza e della relazione, arte dell’incontro fra attore e spettatore, arte della partecipazione e della socializzazione, arte pubblica e di comunità, arte della prossimità e della cura.
Un’infiammazione sistemica, tanto più grave quanto più questo fragile, ma tenace dispositivo, si era rivelato, ancora una volta, negli ultimi anni, uno degli antidoti più efficaci alle logiche neoliberiste dell’individualismo, ai miti narcisistici dell’eccellenza e dell’estetizzazione della vita, alle tendenze isolazioniste dei confinamenti e dei distanziamenti.

(Christopher Furlong/Getty Images)

Preso dunque atto della gravità della pandemia, possiamo provare ad aggirare il morbo, spostando l’impulso performativo, il desiderio tattile dei corpi e del contatto umano nello spazio di gioco della rete. Possiamo farlo, adesso, qui ed ora (per dirla col teatro), affollando i social con le nostre apparizioni collettive, in modo tale che gli schermi diventino l’interfaccia dinamico delle nostre relazioni, delle nostre azioni partecipative. Possiamo farlo, ipotizzando (anche noi teatranti) l’avvento di un nuovo teatro post coronavirus, proiettato nella biosfera protetta e sicura del virtuale. Tuttavia, la sensazione prevalente, nell’adesso della quarantena, è che la massiccia teatralizzazione mediatica della vita a cui stiamo assistendo (tanto professionale che amatoriale) sia piuttosto il frutto irrelato di un’autoesposizione compulsiva, di una gesticolazione autistica e convulsa, di una ricerca estenuata e disarmata di empatia: come se, con un impeto d’ansia, ci fossimo tutti improvvisamente precipitati in piazza a partecipare, ma senza capire bene dove, senza sapere perché, senza avere idea di cosa dire a chi, di cosa fare con chi.
Oppure possiamo aspettare che passi, il morbo.

(Christopher Furlong/Getty Images)

Sospendere il teatro, congelare momentaneamente i corpi e le azioni, trattenere le relazioni finché anche questo passerà. Allora, dopo, tutto tornerà come prima, come se non ci fosse mai stato un adesso. Anzi no, probabilmente tutto sarà diverso da prima: meglio o peggio non si sa, dipende da adesso, anche se, in questo strano adesso, così inaspettatamente statico e impenetrabile, ogni nostro affanno progettuale si volatilizza nella totale incertezza, in un esercizio mentale in cui il domani appare privo di peso e consistenza.
Queste dunque le alternative: restare fermi a ricucire, non si sa bene come e con quali garanzie, il prima col dopo, stando attenti a nascondere la sutura (tutto come prima) o, al contrario, a metterla bene in vista (tutto diverso da prima); oppure agire adesso, continuare ostinatamente a performare l’arte e la vita, sperimentando le possibilità pragmatiche dei dispositivi digitali e della socializzazione postmediale, nell’orizzonte futuro di una teatralità schermata dalla rete.

(Christopher Furlong/Getty Images)

Si può però, forse, scegliere un altro sguardo sull’isolamento performativo, sempre a partire dall’adesso, dal qui ed ora di questa pandemia del corpo sociale e del corpo teatrale.
Non esiste infatti solo una drammaturgia della partecipazione, dell’alleanza dei corpi, della loro compresenza. Esiste anche una drammaturgia del vuoto, una drammaturgia dell’assenza: che non è, si badi bene, l’opposto della drammaturgia della partecipazione. Non è una drammaturgia della distanza o della separazione dei corpi (che pure rappresenta una prospettiva altrettanto intrigante di studio). E’ una drammaturgia della mancanza dei corpi, del loro radicale non esserci più: una drammaturgia dello svuotamento del corpo sociale, degli spazi e dei tempi della relazione e dell’aggregazione umana.
Una drammaturgia che in questi giorni abbiamo visto esplodere in tutta la sua pienezza: nella linearità nitida e pulita delle strade deserte, contrappuntate dal dialogo muto e intermittente dei semafori; nel riposo disteso e silenzioso delle piazze; nel respiro lento e profondo degli alberi che si ricoprono di verde; nel vagare stupito e guardingo di animali in libertà.

(Christopher Furlong/Getty Images)

Non si tratta solo di immagini evocative, di suggestive cartoline della quarantena, ma di vere e proprie drammaturgie della sparizione, anzi dell’eclisse dei corpi (per citare «l’estetica dell’eclisse» suggerita di recente da Ruggero Eugeni su «Fata Morgana Web»). Epifanie del vuoto tutt’altro che statiche, ma vive e trepidanti, dense di una palpabile performatività, di una folgorante energia, di un sorprendente dinamismo, di un’impercettibile, ma pulsante consistenza.
Drammaturgie al negativo, che restituiscono la presenza dei corpi nella luce della loro assenza, nel precipitato trasparente della loro mancanza. Uno svelamento per sottrazione che, nel rendere visibile l’assenza dei corpi, il vuoto che resta, ne lascia affiorare anche l’essenza: o forse solo la memoria, che però, come ci ha insegnato Grotowski, è sempre prossima all’essenza, perché lavorare sul corpo memoria, sull’azione che sopravvive alla sua sparizione, significa di fatto lavorare sull’essenza, sul valore di ciò che è essenziale.

(Christopher Furlong/Getty Images)

Ritrovare dunque nelle drammaturgie dell’eclisse dei corpi, i segni della loro presenza, scoprendo, in quel vuoto denso, nel riverbero della loro mancanza, il corpo sottile della loro essenza, l’agire sempre vivo della loro memoria: fare come Stazio nella Commedia, quando, al rinnovarsi della vista (del ricordo) di Virgilio, corre ad abbracciare il suo corpo assente, «trattando l’ombre come cosa salda». Trattare l’ombra, la memoria incorporea dei corpi, come cosa salda, come cosa viva: questa è forse, l’altra via del teatro nella pandemia, alternativa sia all’immobilismo schiacciato fra il prima e il dopo, come pure al frenetico attivismo mediatico dell’adesso.
Saper cogliere, nel silenzioso movimento del vuoto, la memoria dei corpi e delle azioni, in modo da ritrovare, in assenza, lo stupore della loro essenzialità, della loro autenticità. Valori che ora, in questo adesso svuotato, ci riappaiono come nuovi: come segreti svelati, fino ad oggi nascosti e soffocati da un’estetica edonistica dell’affollamento e della partecipazione a tutti i costi che in realtà si nutre del protagonismo individuale, di un soggettivismo abilmente dissimulato nello stordimento empatico della fusionalità comunitaria.
Questa, dunque, l’inedita opportunità che ci viene offerta dalla drammaturgia del vuoto: ritrovare, nelle tracce memoriali dei corpi eclissati, nel loro riaffiorare sulla pelle, il significato perduto o rimosso di tutte quelle azioni vere che hanno segnato la biografia del nostro corpo e la geografia dei nostri rapporti; di tutti quei gesti, di quelle parole utili che hanno reso la nostra vita vivibile.
Ritrovare tutto questo e custodirlo nello sguardo, per poterlo poi restituire nell’azione, come una testimonianza: come il fondamento per una nuova coscienza della relazione e della partecipazione, per una nuova etica della prossimità, per una nuova estetica della performance.
Una drammaturgia della contemplazione, potremmo forse chiamarla, sapendo però che contemplare non è un esercizio della mente, ma un’azione, un esercizio del corpo: essere passivi nell’agire e attivi nello sguardo, diceva sempre Grotowski: ossia essere ricettivi, fare il vuoto dentro di sé per accogliere l’essenza (il nocciolo caldo e doloroso) di se stessi e nello stesso essere vigili, saperla riconoscere, per attualizzarla al presente, in un processo di riconciliazione con il mondo.

Mark Rothko, Unititled #18 (1963)

 

 

 

 

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