Giacomo Verde, videomaker e tecnoartista, persona gentile

Addio a un amico

Pubblicato il 03/05/2020 / di / ateatro n. 172 / 0 commenti /
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Sarà un post lungo questo, un pianto perché Giacomo Verde, videomaker e tecnoartista, persona gentile, toscano dalla voce dolce che un po’ ricordava le origini campane, se n’è andato, dopo una lunga malattia. L’avevo conosciuto molto prima della svolta tecnologica, ai tempi del teatro di strada, del teatro “popolare”, delle piazze invase dal teatro (Santarcangelo 1978,La città dentro il teatro). Con un gruppo Le macchine volanti avevo chiuso le due settimane di ricerche e feste del festival con un lancio di mongolfiere di carta che avevano come propellente il fuoco. Ci avevano poi chiamato in altre situazioni, a costruirle e a tenere laboratori, tra l’appianatura di feste e la narrazione di storie, e Giacomo lo avevamo conosciuto a Poggibonsi (era da poco morto Giovanni Paolo I, mi sembra), perché si era iscritto a un nostro laboratorio. Faceva il “cantastorie”, scrivendo e improvvisando ottave rime, con Sandro Berti, che poi sarebbe andato nella Banda Osiris. Suonava anche, intonando le sue strofe ironiche, divertenti.
Ciò avveniva non so quante epoche teatrali fa: la più illustre rivista di teatro del tempo, “Scena”, dava molto spazio al recupero delle tradizioni popolari come futuro del teatro.
Giacomo era riuscito, col mutare dei tempi, ad aggiornarsi sempre, con un piede in un teatro d’immediata comunicativa e un occhio rivolto al futuro. Fu il primo, se non sbaglio, a ideare e realizzare videoracconti (eravamo già nella fase di esplosione dei gruppi degli anni Settanta e Ottanta e lui lavorava, mi sembra, da solo): con le mani o con oggettini raccontava una storia, riprendendo l’azione con una videocamera e trasmettendola su un televisore.
Ha sperimentato poi cose di ogni genere, collaborando col Centro di Pontedera e con altri.
Come spesso succede ci eravamo un po’ persi di vista, poi ritrovati. Mi aveva mandato qualche anno fa alcune sue idee, chiedendomi se mi andava di dialogare con lui (forse si ricordava che in lontane epoche aveva anche fatto da drammaturgo). Da tempo non vedevo sue cose. Poi nel gennaio di quest’anno mi aveva mandato due progetti che come sempre mescolavano presenza e distanza tecnologica. Mi raccontava di essersi associato alla Factory Aldes di Roberto Castello. Avrebbe voluto realizzare due idee: SettAzioni – tra teatro e tecnoperformance in estate e Solitudine in tempo di sport in autunno-inverno.
Qui una parte del programma di Solitudine, che mi ricorda che, prima dell’esplosione dei gruppi, aveva fatto parte del trio tecno-punk anni Ottanta Bandamagnetica:

Solitudine in tempo di sport vuole raccontare, attraverso una specie di musical proto-rap ed azioni concrete, l’ipotetico pomeriggio di un “anziano sportivo da divano” che, saltando dai videogame alle dirette televisive a youtube, elabora le proprie mitologie agonistiche nella solitudine del suo salotto.
La scena è semplice: un divano con un grande schermo alle spalle. Si comincia così per poi popolare lo spazio di cose e materiali scaturiti dalla mente dello “sportivo”.
Lo spettacolo è scandito come i tempi di una partita: l’annuncio dell’evento e della sua preparazione; l’entrata in campo dei contendenti; il primo tempo di gioco; l’intervallo; il secondo tempo; i tempi supplementari con finale.
Ogni tempo è scandito da un brano musicale con testi rielaborati dalle cronache sportive e declamati contemporaneamente a improbabili e paradossali azioni di allenamento e incitamento al tifo. L’epilogo è affidato all’entrata in campo di un estintore!!
Le musiche e i testi sono la rielaborazione dei materiali utilizzati negli anni Ottanta dal trio Bandamagnetica per il mitico spettacolo Vita in tempo di sport.

Mi chiedeva di aiutarlo a individuare qualche teatro o organizzazione, festival ecc. cui proporlo.
Oggi il liveness a distanza sarebbe stato suo pane.
Non ho dimenticato, in questo arruffato andare indietro nel tempo, la sua collaborazione col Teatro delle Albe, verso la fine degli anni Ottanta. Mi sembra di ricordarlo in Lunga vita all’albero (1990) scendere nella notte dalla collina di Torriana (Festival di Santarcangelo) suonando la cornamusa. Lui là, in quella storia ambientata tra la resistenza ai francesi in Senegal e la nostra resistenza in Romagna era il Narratore, con un ramo d’albero dietro alla schiena. Ma forse mi sbaglio, sul suonare la cornamusa (ma credo di no), perché era Giordano il pastore zampognaro in Siamo asini o pedanti (1989) e chiudeva lo spettacolo con un lungo, bellissimo monologo di Marco Martinelli ispirato a Giordano Bruno:

Io, Giordano, pastore zampognaro
vengo dal buio del passato, dalla notte dei tempi
e arrivo a questa luce disarmato
luce senza ombre
luce del mondo a venire
luce nuova, accecante
che mi costringe a tutto vedere
anche se chiudo gli occhi
questa luce me li trapassa
al punto che non so più
se li tengo aperti o se li tengo chiusi
se sto dormendo o se sono sveglio […]

E finiva così, quella storia di avidità umana e di asine che sentono, con le loro grandi orecchie, il dolore del mondo:

Io, Giordano, pastore zampognaro
posso vedere le infinite minuzzarie
ché dint’; o paese ordina la Divina Provvidenza
ma ancora non capisco
non mi capacito
perché
la gente
continua a versare lacrime.

Ecco, Giacomo, solo un’ultima cosa: ci mancherai.

Il link: Giacomo Verde su ateatro.

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