Le priorità per uscire dalla crisi Covid-19: le proposte di ateatro per la cultura e lo spettacolo

Con i documenti presentati alla audizione del 23 giugno 2020 sulla Emergenza epidemiologica Covid-19 nel settore dei beni e della attività culturali presso la VII Commissione del Senato.

Pubblicato il 23/06/2020 / di / ateatro n. 173 / 0 commenti /
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La Associazione Culturale Ateatro ha preso parte alla audizione del 23 giugno 2020 sulla Emergenza epidemiologica Covid-19 nel settore dei beni e della attività culturali presso la VII Commissione del Senato.
Nell’occasione sono state presentate le proposte che ateatro ha elaborato in questi mesi.
Qui di seguito il documento di sintesi e in calce i link agli allegati con le diverse proposte su Osservatorio dello Spettacolo, competenze istituzionali (Stato, Regioni, Enti Locali), teatro nelle scuole, lavoro e welfare nello spettacolo, distribuzione, festival.

La chiusura degli spazi della cultura e dello spettacolo imposta dal Covid-19 ha messo a nudo le debolezze strutturali del settore e il suo scarso peso politico. Ha perciò reso ancora più urgenti e necessarie le riforme abbozzate o invocate già prima della crisi del 2020.
Di fronte alla progressiva erosione del FUS in questi decenni, è inutile ribadire che qualunque riforma a costo zero – in particolare in un comparto sottofinanziato come quello della cultura e dello spettacolo – è una falsa riforma, che rischia di generare effetti collaterali controproducenti. In secondo luogo, l’efficacia di una politica deve essere valutabile e valutata, in modo da misurare le effettive ricadute dei provvedimenti sul sistema per adottare gli opportuni correttivi: nel caso dei Decreti 2014 e 2017, questo non è accaduto (vedi All. 1. L’Osservatorio dello Spettacolo e la banca dati del MiBACT).
Ma una efficace politica dello spettacolo non è pensabile senza misure che inseriscano lo spettacolo in una visione più generale sul ruolo strategico della cultura nello sviluppo civile ed economico del Paese. Per quanto riguarda le specificità dello spettacolo, vanno inserite nel quadro di un progetto più ampio, e che dunque coinvolgono altri settori. Tra queste, si possono identificare come prioritarie le misure che riguardano la divisione di competenze tra Stato, Regioni ed enti locali, il rapporto con il mondo della scuola e la riforma del lavoro e del welfare.
La possibilità di generare un effettivo cambiamento, che forse non tutti vogliono ma che nessuno dice di non volere (almeno un po’), dipende da queste poche ma essenziali “riforme”.
Sono pochi punti su cui Ateatro batte da sempre (e su cui ci si è particolarmente concentrati con gli appuntamenti delle Buone Pratiche del teatro degli ultimi anni: Oltre il Decreto nel 2016, Lavoro nel 2018, Codice dello Spettacolo nel 2019) e su cui ci si deve concentrare, evitando l’effetto elenco e il cahier de doléances.

Una pre-condizione: un adeguato sostegno pubblico alla cultura

Il nostro paese non ha mai concretamente considerato la cultura una priorità. Nel confronto europeo degli investimenti pubblici in cultura, l’Italia è quartultima rispetto al (PIL 0,8%), e terzultima in rapporto alla spesa pubblica totale (1/7%).
Oggi, in una fase di ricostruzione e rilancio, e a maggior ragione in presenza degli finanziamenti europei, portare il livello dei finanziamenti pubblici (quelli che resteranno nella disponibilità dello Stato e tutti gli altri) alla dimensione percentuale sul bilancio dello Stato e sul PIL dei paesi più avanzati non è solo una questione di dignità, ma dovrebbe essere una scelta strategica coerente con il valore identitario e di sviluppo che si attribuisce al settore.
E’ una scelta delicata e complessa e bisogna evitare con cura alcuni rischi: per esempio la tendenza ad appiattire la cultura sul turismo anziché far interagire e valorizzare a vicenda i due ambiti, la deriva verso l’”eventizzazione” e la dispersione (a discapito della continuità e del rafforzamento delle organizzazioni e della reinvenzione delle istituzione) e – per lo spettacolo dal vivo – la scelta di confermare la cristallizzazione storica delle ripartizioni fra generi (la lirica assorbe i 52% dei finanziamenti allo spettacolo), anziché puntare sulla contemporaneità e sul suo rapporto con la tradizione.
Restando allo spettacolo, si impone una riflessione sul futuro del FUS.
L’emergenza Covid-19 ha portato il Ministro Franceschini a una sorta di congelamento della normativa FUS per il 2020 e a ipotizzare il 2021 come un anno di transizione.
Il 2021 non sarà quindi il primo anno di nuovi progetti triennali (si attendeva un decreto FUS 2021/2023), ma un anno ponte. I criteri transitori non saranno irrilevanti per orientare gli anni successivi: potrebbero contribuire a cambiare il modo di pensare le finalità (oltre che le regole) del contributo pubblico. Ma se nei prossimi mesi non si affronteranno le situazioni incancrenite e i nodi irrisolti, se non si prenderà qualche scelta strategica proiettata verso il futuro, allora avremo probabilmente perso l’ennesima buona occasione.
Per tutti i settori dell’economia e della vita pubblica, in queste settimane ci diciamo che la crisi va trasformata in opportunità. Lo si diceva anche nel 2008 e non è andata proprio così.

La necessità di rivedere la normativa potrebbe davvero costituire un’opportunità, se il Ministero e il Parlamento con tutti gli attori in campo (Regioni, Enti locali, categorie, lavoratori, il neonominato Consiglio dello spettacolo) saranno in grado di individuare obiettivi e priorità.
Priorità non significa tanto l’insieme di regole, per quanto importati, che da sempre condizionano – prima ancora che i finanziamenti – la mentalità, il linguaggio, la vita materiale e anche la creatività dei teatranti, ma le misure di sistema, quelle da cui possono derivare ricadute sul senso del fare teatro e sugli obiettivi del sostegno pubblico. Questi obiettivi non sono cambiati (o non dovrebbero cambiare) e sono riconducibili a due finalità: la qualità della creazione (che include la pluralità, l’evoluzione delle forme, il rinnovamento e il ricambio generazionale), e la funzione sociale, cioè con e per quale pubblico si lavora, e include una presenza equilibrata sul territorio.

Proviamo a indicare quattro nodi su cui dovrebbero concentrarsi la discussione e le riforme.

1) Le competenze Stato-Regioni

Le recenti vicende relativa alla sanità ci hanno dimostrato – se ancora non lo sapevamo – che “chi fa cosa” non è una questione burocratica, ma un aspetto fondamentale del rapporto dei cittadini con lo Stato. E’ una questione di diritti e di efficacia e funzionalità dei servizi. Per quanto riguarda lo spettacolo, la ripartizione delle competenze fra Stato, Regioni e Enti locali sono un nodo irrisolto da sempre. Ateatro ne ha parlato in numerose occasioni, anche in un incontro dedicato a Bologna (vedi la sintesi Le competenze istituzionali: Stato, Regioni, Enti Locali. Il documento di sintesi dell’incontro dell’11 ottobre 2018 a Bologna alla pagina http://www.ateatro.it/webzine/2019/03/27/bp2019-le-competenze-istituzionali-stato-regioni-enti-locali-il-documento-di-sintesi-dellincontro-dell11-ottobre-2018-a-bologna/ ).
Nel campo dello spettacolo, non è mai stato chiaro chi deve fare cosa, Da questa ambiguità derivano differenze territoriali inaccettabili in un paese che dovrebbe garantire i “livelli essenziali di prestazione” previsti dalla Costitzuone.
Nel settore dello spettacolo siamo molto lontani dal godere di pari opportunità: per un cittadino calabrese – potenziale spettatore – l’offerta è infinitamente inferiore rispetto a un cittadino toscano, una giovane compagnia lombarda ha molte meno possibilità di emergere non solo di una romagnola ma anche di una sarda, un Centro di Produzione teatrale o un Teatro di Rilevante Interesse Culturale milanese ha stipulato una convenzione con il Comune che i colleghi romani invidiano , eccetera.
E’ urgente definire – nel rispetto delle prerogative – una chiara ripartizione dei compiti, con linee guida per la loro attuazione. Certo è un tema complesso, che compete – crediamo – alla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le province autonome, che implica chiarezza anche nella ripartizione delle risorse, ma non è più eludibile.
Dalla soluzione di questo nodo potrebbero derivare ricadute fondamentali sull’intero sistema: si pensi ad aspetti come la riduzione degli squilibri, l’insediamento delle attività produttive nei territori, tutta l’area della scuola e del teatro ragazzi, le forme di partecipazione, la formazione. E soprattutto alla distribuzione: se ne parla sempre come il buco nero del sistema ma con attribuzioni chiare dei compiti si potrebbero intraprendere diverse azioni per riattivare questa funzione.
Funzioni e obiettivi chiari in questo ambito non possono che moltiplicare le opportunità di occupazione a livello diffuso.
E’ un tema da approfondire naturalmente, superando anche la diffidenza dei teatranti, che per fondati motivi (la diversa interpretazione delle funzioni e la disparità degli investimenti soprattutto), non hanno mai visto positivamente una ripartizione dei compiti preferendo un “doppio binario” con tutti gli squilibri e le dispersioni che ha comportato.

2) Missione e competenze delle Istituzioni

Nel nostro intricato e stratificato sistema, il tema chi fa cosa, perché e per chi riguarda anche le organizzazioni dello spettacolo, a partire dalle Istituzioni, intendendo per istituzioni quelle partecipate o fortemente sostenute da apporti pubblici (in termini di contributi o disponibilità di strutture, e fermo restando la necessità che funzionino a tutti gli effetti come organismi di diritto privato).
Precisarne i compiti e rivederne assetti e funzionalità è un’altra riforma fondamentale.
Per quanto riguarda il teatro di prosa, i Decreti 2014 e 2017 hanno fatto due scelte che probabilmente avrebbero meritato una legge, e sicuramente una discussione più approfondita: il termine “teatro pubblico” è sparito dal vocabolario ministeriale, ma in compenso si sono introdotti i Teatri Nazionali, con compiti un po’ vaghi: “sono definiti teatri nazionali gli organismi che svolgano attività teatrale di notevole prestigio nazionale e internazionale, considerata, altresì, la loro tradizione e storicità.” (art.10) – e una più chiara definizione dimensionale (in sostanza quello che si chiede oggi ai Nazionali, è di essere più atri grandi che Grandi teatri). E’ indispensabile precisarne meglio le funzioni, così come quelle di TRIC, Centri di Produzione e Residenze, anche in una ottica d’insieme.
Quanto alla rimozione del teatro pubblico, che farebbe rivoltare Paolo Grassi nella tomba, è il punto di arrivo di un lungo percorso. Dagli anni Settanta si è acquisita la convinzione che una pluralità di organizzazioni concorrano a svolgere il servizio pubblico nel settore dello spettacolo dal vivo.
In questo quadro, i soggetti privati hanno i loro interessi e i loro diritti, diritti a un’autonoma progettazione culturale, a strategie imprenditoriali e proprietarie (la contraddizione maggiore è emersa infatti sul tema della durata in carica dei direttori). Se anche per quanto riguarda le principali organizzazioni della produzione e della diffusione teatrale, è corretto offrire su tutto il territorio nazionale livelli di prestazione qualificati, c’è da chiedersi se non sia necessario ripensare alla necessità di un “teatro pubblico” o esplicitamente “a funzione pubblica” per garantire questo obiettivo.
Ridisegnare l’area della funzione pubblica del teatro, significa in primo luogo rimeditare il sistema della stabilità, includendo (superandole) le attuali tipologie (non solo Nazionali e TRIC ma anche i Centri di Produzione, inclusi quelli di Danza) e forse anche qualche grande festival, oltre naturalmente a INDA e Biennale). Il sistema va articolato ed equilibrato sul piano territoriale, riempiendo qualche vuoto. Soprattutto vanno precisati i compiti dei diversi soggetti, valutandone l’efficacia.
Un esempio: si pensi a quanto è stata determinante per la scena francese la residenza pluriennale di gruppi giovani praticata nei Centri Drammatici Nazionali e a come invece da noi il rinnovamento dei quadri artistici sia sempre stato affidato alla buona volontà e al precariato. Sarebbe giusto e possibile attribuire alle istituzioni della stabilità questo compito, con un ruolo determinante tanto a sostegno della creatività diffusa che nei processi di selezione.
O si pensi all’assurdità di certi requisiti quantitativi attualmente previsti in assenza pressoché totale di politiche occupazionali, un combinato disposto che ha paradossalmente generato sovrapproduzione e precarietà. Non varrebbe la pena di ripensare a vere compagnie stabili?
E ancora, le programmazioni frastagliate e provinciali proprio la dove ci si aspetterebbe la massima apertura internazionale. E ancora si pensi a un settore fragile come la danza o un ambito tutto da inventare (nella sua dimensione organizzativa nazionale) come quello del circo contemporaneo e come ancora non siano stati pensati in termini di opportunità diffusa.
Che siano pubbliche o a funzione pubblica (con una inevitabile limitazione dei diritti del privato), i compiti delle istituzioni vanno definiti e adeguatamente sostenuti. La ricaduta sul lavoro, sul pubblico, sulla qualità della produzione sarà inevitabile.
Anche nella musica va fatta chiarezza, a partire dalle lirica. Se le Fondazioni Lirico Sinfoniche vanno probabilmente risanate, e precisati i loro compiti fra tradizione e contemporaneità, lo squilibrio storico della ripartizione dei contributi – statali e locali – va rimesso in discussione.

3) Teatro e scuola

Si tratta di un obiettivo immediato, perché gli strumenti per realizzarlo vanno attivati ora. Ma è anche un obiettivo di medio e lungo termine. Non è questione di marketing, né di crescere il pubblico di domani, ma di fare dello spettacolo una componente fondamentale dell’esperienza dei cittadini di domani, determinante nella costruzione della loro personalità e che possa aiutarli ad esprimersi, a capire, a scegliere.
Ateatro ha spesso discusso di questi temi, in particolare il 26/11/2018 ha promosso un incontro sul teatro nelle scuole e il Codice dello spettacolo (vedi il verbadell’incontro del 26 novembre 2018, Teatro nelle scuole e Codice dello spettacolo, alla pagina http://www.ateatro.it/webzine/2019/02/08/bp2019-teatro-nelle-scuole-e-codice-dello-spettacolo-il-verbale/).
Il Codice dello Spettacolo prevedeva infatti di destinare – come già per il cinema – una quota del FUS al sostegno alla creatività nelle scuole, pilotato da una cabina di regia tra MiUR e MiBACT. In quell’occasione erano emersi punti di vista diversi rispetto alle modalità di relazione fra il mondo produttivo artistico (gli enti culturali, i singoli operatori), e il mondo della scuola. Ma era emerso anche come già si potessero attuare (meglio) obiettivi già presenti in provvedimenti come “Buona scuola” e “Piano delle arti”. Non ci vorrebbe molto e forse si potrebbe utilizzare la pausa forzata delle scuole – così dannosa per i ragazzi e il settore del teatro ragazzi – e anche il bisogno forte e urgente di re-incontrarsi e stabilire nuove forme di socialità per rilanciare questi obiettivi.
L’importante – anche nell’allocazione delle risorse a livello centrale e locale – è non considerare questo come un obiettivo residuale, ma costitutivo di una politica dello spettacolo. Anche le ricadute occupazionali saranno importanti.

4) Il lavoro e un sistema efficace di welfare per i lavoratori dello spettacolo

Patrizia Cuoco ha recentemente ricapitolato con chiarezza la situazione nel documento Il lavoro culturale e nello spettacolo (All. 2, alla pagina HYPERLINK “http://www.ateatro.it/webzine/2020/06/17/dizionario-2020-il-lavoro-culturale-e-nello-spettacolo/” http://www.ateatro.it/webzine/2020/06/17/dizionario-2020-il-lavoro-culturale-e-nello-spettacolo/ ), ponendo l’attenzione sulla necessità di una riforma legislativa organica che:
– contempli la tutela di tutti i lavoratori (dipendenti e non) in tutti gli ambiti in cui operano (spettacolo dal vivo, cinema, audiovisivo, pubblicità, formazione, ecc.)
– che armonizzi compiutamente i livelli di assicurazione e di assistenza di tutti i lavoratori: stabili, precari, indipendenti.
– che realizzi la “portabilità della contribuzione al welfare” maturata dal lavoro svolto con diversi regimi contrattuali e in diversi settori produttivi
Una riforma concepita in armonia con la legislazione che direttamente e indirettamente investe il settore culturale e dello spettacolo:
– l’impresa sociale del Testo Unico del Terzo Settore e l’Impresa culturale e creativa;
– L’insieme complesso delle disposizioni emanate nel tempo che riportano nell’alveo della Pubblica Amministrazione le imprese partecipate o controllate dalle Regioni e dagli Enti Locali;
– Gli interventi legislativi per il mondo delle partite IVA non organizzate in ordini o collegi: dall’istituzione del Fondo Gestione separata dell’INPS allo Statuto delle professioni non regolamentate entrato in vigore nel 2013. Se si intende conservare l’eccezione che sin dall’istituzione dell’ENPALS garantisce ai “lavoratori autonomi dello spettacolo” una protezione previdenziale e assistenziale analoga a quella del lavoro dipendente è necessario aggiornarla, precisandola senza contraddizioni con le altre disposizioni che intervengono sul lavoro autonomo.
Il documento riprende il confronto sulle ipotesi di revisione dell’indennità di disoccupazione e dell’assicurazione previdenziale organizzato da Ateatro il 24/9/2018 a Milano, alla presa di Ferdinando Montaldi dell’INPS.

ALLEGATI

All. 1. Redazione Ateatro, L’Osservatorio dello Spettacolo e la banca dati del MiBACT

All. 2. Lucio Argano (a cura di), Le competenze istituzionali: Stato, Regioni, Enti Locali. Il documento di sintesi dell’incontro dell’11 ottobre 2018 a Bologna

All. 3. Redazione Ateatro, Teatro nelle scuole e Codice dello spettacolo

All. 4. Patrizia Cuoco, Il lavoro culturale e nello spettacolo

All. 5. Mimma Gallina, Ripensare la distribuzione

All. 6. Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino, La ripartenza dei festival dopo il lockdown

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