Il racconto della pandemia nell’autodramma di Monticchiello

Isole d’Istanti, il 54° spettacolo del Teatro Povero di Monticchiello (con una intervista a Giampiero Giglioni e Manfredi Rutelli)

Pubblicato il 19/08/2020 / di / ateatro n. 173 / 0 commenti /
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Isole d’Istanti, il 54° autodramma del Teatro Povero di Monticchiello

Al centro del nuovo spettacolo del Teatro Povero di Monticchiello non poteva non esserci l’elaborazione di questo tempo sospeso e surreale, dello shock e del trauma che l’epidemia Covid-19 ha inevitabilmente portato anche in questa piccola comunità. Gli attori hanno scelto di non sospendere un’esperienza che prosegue ininterrotta da 54 anni nel piccolo borgo della Val d’Orcia, portando in scena ed elaborando attraverso il teatro gli strappi, le tensioni relazionali, i traumi, la complessità dei legami sociali e della vita comunitaria, proprio perché il senso di comunità e l’urgenza di elaborare e comprendere insieme sono tanto necessari e indispensabili quanto forse l’esistenza stessa.
Nonostante si siano dovuti interrompere per più di due mesi gli incontri e le assemblee, gli abitanti di Monticchiello hanno comunque deciso di allestire e realizzare in tempi record lo spettacolo: un mese per decidere insieme, per scrivere la drammaturgia partecipata e un mese per provare l’edizione 2020 di quello che Strehler definì “autodramma”. Una scelta ancora più forte se si pensa che alcuni attori sono le stesse persone che 54 anni fa hanno dato vita al Teatro Povero e che, quindi, fanno parte della categoria più esposta, per età, al pericolo che questo virus porta con sé per la salute.

Isole d’Istanti, il 54° autodramma del Teatro Povero di Monticchiello

È andato così in scena, da sabato 1 a sabato 15 agosto, Isole d’istanti, con quattro repliche per serata, il personale racconto dell’esperienza della quarantena e della pandemia di questa comunità così speciale. Un lavoro che tuttavia quest’anno ha certamente rappresentato sentimenti universali, sebbene diversi da persona a persona, di fronte a questo scenario così stravolgente.
Ma come riportare in scena un teatro in cui tutto il paese (o quasi) partecipa allo spettacolo, in uno spazio ristretto come quello della piazza centrale e del palco? La soluzione, e la novità per Monticchiello, è stata quella di creare uno spettacolo itinerante con più repliche a sera per 15 spettatori alla volta. Non un’idea nuova per il mondo del teatro, ma che in questo momento storico viene percorsa, anche per necessità, sempre più spesso. Lo spettacolo, che percorre in 90 minuti le vie del borgo, è composto di 13 quadri, isole che raccontano, da angolature diverse, i vissuti della comunità in questo presente sconvolto e turbato.
Rielaborazione del trauma da una parte; ma anche desiderio di mettere in atto un ribaltamento della realtà e del presente affaticato da parole – isolamento, distanziamento – ossessivamente ripetute. Un ribaltamento già espresso nel titolo stesso dello spettacolo, Isole d’istanti. Trapela un desiderio di riappropriazione dello spazio pubblico e comunitario attraverso il corpo, mai così al centro del discorso pubblico e privato come in questi mesi. Si percepisce il desiderio della cooperativa teatrale di poter pensare e trasformare il concetto dell’isolamento in un luogo che invece, come tante piccole isole, accolga e unisca nuovamente. Il termine distanti viene utilizzato allora con un gioco di parole che lo trasforma in istanti, estensione temporale priva di durata definita, che esiste nell’extratemporale del presente, nel qui e ora, come è la natura in fondo del sogno, o del teatro.
Il Teatro Povero di Monticchiello è diventato nel tempo un rituale. Andare in scena fa parte della temporalità, è un rito fondativo. Allora il concetto di soglia, di limen da attraversare, insito nel rito, viene esplicitato al pubblico, invitato a varcare la porta del paese per ascoltare e condividere con gli attori di Monticchiello il tempo della narrazione orale partecipata.
Lo spettacolo itinerante è anche un percorso nel tempo, quello che il borgo fu negli anni Venti e Cinquanta del Novecento, e quello di oggi. Si tratta di raccontare la propria identità attraverso la storia della torre di Monticchiello che proprio quest’anno, dopo molte difficoltà, lo Stato ha requisito e donato definitivamente agli abitanti. La torre doveva essere al centro dello spettacolo 2020, secondo l’idea originaria concepita già a settembre scorso: ma di fronte a quanto accaduto, gli abitanti-attori hanno pensato che fosse più urgente affrontare il nuovo presente, anche per aiutarsi a comprenderlo insieme. Del resto questa pandemia ha influito sull’identità della comunità: proprio su questo si è scelto di riflettere attraverso il teatro, non senza includere nella drammaturgia qualche rimando alla questione simbolica e identitaria della torre.

Isole d’Istanti, il 54° autodramma del Teatro Povero di Monticchiello

Sulle mura di cinta, interpellati da un’attrice-accompagnatrice che veste i panni di una guida turistica, due guardie dibattono, attraverso mille decreti, provvedimenti, postille e cavilli normativi, sulla definizione del pubblico ai loro piedi, ingarbugliandosi sulla dicotomia spettatori/turisti. E ci chiedono: “Quando tutti vogliono uscire, voi volete entrare?”. Così si inizia a introdurre, con intelligente ironia, il filo conduttore dello spettacolo.
Il percorso può avere inizio: quattro attori bambini discutono, con una sorprendente ironia e la totale spontaneità dell’infanzia, su come si possa giocare ancora anche se “distanziati”. Come solo i bambini sanno fare, trovano soluzioni geniali e inventano nuovi giochi, mettendo in luce certe contraddittorietà stravaganti delle regole imposte.
Si entra quindi nel paese, accompagnati dalla guida, per incontrare un gruppo di abitanti-attori che, sbucando da finestre e piccole porte, dialogando tra loro come se il pubblico non esistesse, ci raccontano la genesi di questo spettacolo, ma anche la paura di tornare a provare per narrare un ritorno alla “normalità che ha dimostrato tutte le nostre fragilità. Sociali, economiche, sanitarie”.
Un tema drammaticamente emerso dopo l’emergenza è la paura di molte persone di uscire dalle mura domestiche e quindi di ritornare alla socialità: la “sindrome della capanna” è incarnata da una ragazza che vuole rimandare il matrimonio, rintanandosi nel cantuccio della solitudine e della propria abitazione, avvertita come più accogliente e protetta.
Contrariamente al pensiero che questo virus colpisca indiscriminatamente “poveri e ricchi”, l’epidemia ha messo drammaticamente in luce come il divario economico e sociale comporti diverse possibilità di accesso a cure e assistenza. Oggi come nel passato. La riflessione sul tema viene rappresentata attraverso la condizione di un contadino al quale nel 1920, durante l’epidemia di spagnola, viene negato un prestito dal padrone delle terre per curare la moglie malata.

Isole d’Istanti, il 54° autodramma del Teatro Povero di Monticchiello

L’argomento della pulizia delle mani, a cui ci siamo così tanto abituati in questi mesi, è teneramente affidato anche in questo caso al passato, nella figura di un anziano maestro elementare degli anni Cinquanta, che controlla le manine dei suoi tre alunni. Un salto nel tempo alla scuola al tempo del Covid, con i bambini di Monticchiello collegati su Zoom insieme al loro insegnante: in questa edizione il Teatro Povero utilizza anche le nuove tecnologie, attraverso uno schermo nel quale i ragazzini inscenano una commovente lezione a distanza, segnata dalla preoccupazione per una bambina assente. Il bambino ritardatario di allora, che faceva due ore di strada a piedi per arrivare in classe (oggi c’è il pulmino per andare a scuola a Pienza che, comunque, impiega un’ora), diventa oggi la difficoltà di alcune famiglie ad avere accesso ai mezzi informatici della didattica a distanza e agli strumenti per utilizzarli.
Continuando per le vie e gli scorci del paese, si incontrano una ragazza e un anziano che le insegna a far l’orto. Una sottile ironia rimanda alla moda di questi tempi di quarantena: il ritorno alla natura domestica, la riscoperta della bellezza di coltivare le proprie verdure (da condividere rigorosamente sui social, insieme alla pasta madre), condita con una certa dose di principi etici, ecologici, come “salvare il mondo” da casa propria. Nel dialogo i due tuttavia si chiedono se, finita l’emergenza, tutto non ricomincerà come prima, dimenticando la riscoperta, in qualche caso un po’ pop, dei valori ambientali del ritorno alla terra.
Scollegato dall’epidemia, seppur profondamente attuale, il tema sollevato con grande ironia dall’inverosimile e divertente consulente finanziario di un’immaginaria banca sponsor dell’evento, che propone al pubblico di acquistare pacchetti di investimento finanziario. Un brivido di rischio o un investimento prudente ma solido, per aprirsi una sicura porta alla felicità.
Questa epidemia ha causato, e causa purtroppo ancora, moltissimi morti. Malati che hanno vissuto il commiato in totale solitudine. Parenti e amici che non hanno potuto elaborare i lutti attraverso il rito funebre. Anche questo tema è stato portato in scena a Monticchiello – anche se per fortuna, il paese non è stato toccato dal virus – perché in “una comunità ci si deve prendere cura dei vivi, come dei morti”. Ritorna una delle funzioni della comunità: la “sicurezza” del noi di fronte alla precarietà dell’io, l’importanza del senso della collettività, nella vita come nel momento del lutto.
L’ultimo quadro gioca nuovamente, con un sommesso velo di malinconia, sull’antitesi distante/istante. Su una sedia, un’attrice solitaria parla a un immaginario interlocutore, senza accorgersi della presenza degli spettatori. La sua voce, i suoi pensieri, corrono verso il sogno di rincontrare nella piazza il pubblico, a fine spettacolo, per guardare nuovamente negli occhi ogni singolo spettatore, come è successo ogni estate da 54 anni a oggi. Rossana pensa anche al futuro, quello della piccola comunità di Monticchiello, ma anche quello del nostro paese intero e insieme quello intimo di ognuno di noi. Un futuro incerto, ma che lei, racchiudendo l’utopia di tutto il paese, spera colmo di immaginazione. Come a dire che è solo immaginando un futuro migliore che questo può divenire realtà. Così il pubblico viene nuovamente invitato a varcare la soglia, la porta che lo riconduce nella realtà. È stato un istante, un istante di finzione, eppure un istante così necessario, come il senso insostituibile del teatro.

La partecipazione ai tempi della pandemia
L’intervista a Giampiero Giglioni (regista) e Manfredi Rutelli

Lo spettacolo si è concluso pochi giorni fa, il 15 agosto. Come sono andati per voi questi quindici giorni di repliche di un’edizione così speciale?

Tutte le repliche sono state sold out. Appena abbiamo aperto le prenotazioni, i biglietti si sono esauriti in due giorni e mezzo. Insieme all’immensa gioia nel riscontrare un grande desiderio da parte del pubblico di tornare ad assistere allo spettacolo, c’è però anche il dispiacere per non aver avuto la possibilità di accogliere tutte le richieste. Ci siamo dispiaciuti anche per alcune persone del nostro pubblico storico che viene a vedere i nostri spettacoli da trent’anni, al quale abbiamo dovuto comunicare che i posti erano esauriti. Stiamo quindi valutando la possibilità di mostrare il lavoro a chi non è potuto venire: stiamo ragionando se produrre un video o fare repliche aggiuntive, anche se questo comporta una certa difficoltà poiché la compagnia è molto numerosa: tra attori, squadra organizzativa, eccetera siamo circa 60 persone.

Ma il Teatro Povero di Monticchiello è anche una cooperativa…

E’ una cooperativa di comunità di cui fanno parte 80 persone e che comprende anche i due ristoranti, l’ufficio turistico, la misticheria, il centro di accoglienza per richiedenti asilo e molto altro.
Il Teatro Povero nasce negli anni Sessanta con l’idea che il paese non dovesse morire. Tra il ‘55 e il ‘61 Monticchiello ha perso infatti metà dei suoi abitanti. Questo ci ha spinti a reagire inventando il teatro in piazza e riflettendo sul dramma sociale dello spopolamento che stavano vivendo. C’era, e c’è ancora, l’utopia che il teatro non sarebbe bastato al teatro: avrebbe anche dovuto fare attività di sostegno alla cittadinanza. Il Teatro Povero allora acquista l’antico granaio, che aveva rappresentato per secoli il simbolo dello sfruttamento contadino. In questo grande granaio si iniziarono a costruire le attività socio assistenziali.
A Monticchiello non ci sono servizi, fa tutto il teatro: per esempio nel nostro paese non esiste una farmacia. Il teatro allora ordina le medicine e le distribuisce. Gestisce inoltre una ciclofficina dove lavorano persone con disabilità e richiedenti asilo, un’edicola, un centro internet, il centro turistico, la misticheria, il museo, i due ristoranti Bronzone e Bronzino. L’esperienza della marginalizzazione è stata quella per secoli dai contadini. Anche per questo la cooperativa di Monticchiello ha scelto di accogliere migranti e di aprire un centro per richiedenti asilo. È una cooperativa “vera”, nella quale si fa mutualità, dove lavorano molti volontari e pochi dipendenti. Il Teatro Povero di Monticchiello è una carica ideale che non si limita a creare uno spettacolo all’anno e andare in scena. L’impegno degli attori-abitanti – notevole, visto il lavoro di tutto un anno per realizzare lo spettacolo e l’alto numero di repliche ogni estate (che normalmente proseguono per tre settimane) – non si spiegherebbe senza questa forte idealità.

Come avete deciso il tema e la forma dello spettacolo di questa edizione e come avete scritto il testo in questo periodo così complesso?

Già dall’autunno scorso, nelle prime assemblee che si sono tenute fino a gennaio, si era deciso insieme che quest’anno il tema sarebbe stata la torre del nostro paese, che tornava dopo secoli a essere pubblica. La torre non è solo simbolo della nostra identità ma racchiude anche tantissime storie legate alla nostra comunità nei secoli.
Quando è scoppiata la pandemia, si pensava che quest’anno non si potesse andare in scena, o “andare in piazza” come diciamo noi. Ma rimaneva imprescindibile l’esigenza di rimanere vicini, uniti e di continuare a tenere tutte le persone della comunità coinvolte. Le assemblee sono per noi importantissime, anzi sono esse stesse il Teatro Povero di Monticchiello: sono elemento fondante, tanto che sovente qualcuno viene ad assistere anche alle nostre assemblee, non solo agli spettacoli. È una modalità assembleare cruda la nostra, dove si costruisce il dialogo collettivo. Il Covid ha quindi messo a durissima prova i nostri fondamenti di base, proprio perché non siamo una comunità tematica, ma una comunità territoriale nel vero senso della parola, una comunità di contatto. Tuttavia abbiamo trovato la soluzione per ovviare al distanziamento sociale: poiché molti anziani non hanno la possibilità di utilizzare il computer, inviare mail, partecipare a riunioni online o usare gli smartphone e WhatsApp, abbiamo iniziato a scriverci lettere. Queste lettere venivano poi portate nel granaio, stampate e messe a disposizione di tutti. Per chi non poteva venire a prenderle, le lettere venivano distribuite di casa in casa. Così abbiamo fatto con le risposte: chi mandava un’altra lettera, chi poche righe di risposta, chi una mail. Abbiamo dunque messo in campo un grande ventaglio di possibilità tecnologiche, dalla tradizionale carta e penna ai mezzi informatici, per mantenere vivo il dialogo che è per noi assolutamente imprescindibile. Così il confronto tra noi è continuato.
Durante i mesi di lockdown avevamo iniziato a progettare un mediometraggio per lasciare comunque, anche quest’anno, una nostra testimonianza. Quando poi invece a maggio è stato autorizzato lo spettacolo dal vivo, abbiamo deciso di esserci anche noi, di mettere in scena lo spettacolo, e di realizzarlo all’altezza del contesto difficile che stiamo vivendo. Abbiamo ricominciato a ritrovarci in assemblea, questa volta però in piazza, all’aperto. Pensare al nuovo spettacolo ha significato per noi riflettere sul rapporto forma/contenuto. Abbiamo quindi ragionato sulla spazialità: siamo abituati a considerare lo spazio come una variabile che si riduce sempre di più. Sbattendo contro la condizione del lockdown, lo spazio si è dilatato. Abbiamo allora pensato di portare questa dilatazione dello spazio su un palcoscenico diffuso. Lo spettacolo lo avremo portato in scena in una forma itinerante in tutto il paese. Serviva comunque uno spazio di delimitazione, che segnasse l’entrata nel mondo dell’extraquotidiano, dell’affabulazione: le soglie sono state le due porte da cui il pubblico è entrato e uscito. Segnare il confine è stato per noi importante anche per un secondo motivo: nel nostro teatro si genera spesso una confusione tra finzione e realtà, come la ritualità che è anch’essa uno spazio frammisto di realtà. I nostri attori parlano di loro stessi, il confine tra finzione e realtà diventa a volte labile e spesso abbiamo lavorato in questi anni sull’azzeramento della distanza tra attore e personaggio. Soglie esplicitate erano dunque ancora più necessarie quest’anno che lo spettacolo non si è svolto sul palco abituale.
Nel mese di giugno abbiamo scritto il copione, passandolo a tutti per ricevere confronti e discuterlo insieme. A luglio abbiamo iniziato le prove. Il fatto di essere in due registi è servito molto, proprio per il poco tempo che avevamo a disposizione. Spesso infatti si provavano più scene contemporaneamente.

Come sono nati i temi delle singole scene?

Lo spettacolo si sviluppa in tre archi temporali: il 1920, il 1950 e il 2020. Lo abbiamo immaginato come una sorta di ascesa purgatoriale: si parte dal basso e si sale verso la parte più alta del paese, incontrando vari casi di sofferenza o di illuminazione, a volte di pietà. Si arriva infine al momento finale, l’unica scena che ha il palco: un piccolissimo palco, una metonimia che rappresenta il rito liberatorio del teatro. Il pubblico sale sul palcoscenico per attraversare nuovamente la soglia. Durate lo spettacolo le scene si sono allontanate l’una dall’altra. Alla fine volevano concludere con il rito del teatro nella piazza e l’annullamento della distanza: l’attrice invita infatti il pubblico a salire sul palco e a non essere più pubblico, ma diventare protagonista, in questo difficile momento, in cui serve l’impegno di tutti.
Come sempre le scene sono nate da discussioni tra noi e da riflessioni che abbiamo affrontato anche negli anni passati. Lo spettacolo è tematico e ogni scena ha dei temi di sottotraccia. Per esempio nella scena della ragazza che vuole rimandare il matrimonio, molti attori si sono riconosciuti, altri invece no. La ragazza che non vuole sposarsi non ha semplicemente paura di uscire di casa: non vuole uscire perché è bello fare solo quello che dicono gli altri. È stata presa da una malia di deresponsabilizzazione. Questo ci ha portati a una riflessione più ampia, sul senso di benessere nel fare solo quello che ci dicono di fare. Ne parla nei suoi testi anche Erich Fromm, quando sostiene che la deresponsabilizzazione dell’individuo di fronte agli eventi collettivi rappresenti un ostacolo sul cammino di una riumanizzazione della società. È anche cosi che nascono gli stati autoritari: su questo tema più ampio abbiamo riflettuto.
Un altro tema su cui abbiamo lavorato molto insieme in questi anni è quello dell’autenticità inscenata e di certi aspetti teatrali del turismo. Il turismo è infatti spesso una pratica teatrale. È comune in molti luoghi di tutto il mondo, così come anche in tanti borghi toscani, costruire per i turisti scene teatrali, per rispondere alla loro ambizione di vivere un’“esperienza autentica”. Allora si creano finte esperienze dotate di “autenticità”. Il passato contadino, sovente al centro del nostro lavoro, non è solo avvolto dall’aurea positiva dei bei tempi che furono, come mostrano alcune rappresentazioni turistiche. In questi lunghi anni, attraverso il nostro teatro abbiamo voluto rappresentare anche le terribili sofferenze del mondo contadino.
Tornando allo spettacolo, il tema ci si è ripresentato attraverso il dibattito pubblico che in questi mesi ha dato moltissima attenzione al settore del turismo, come una delle più importanti priorità da incentivare. Ma non è stata data la stessa attenzione agli spettatori e allo spettacolo. Ecco dunque che nella scena iniziale abbiamo voluto giocare sulla dicotomia spettatore/turista, più volte ripresa nello spettacolo.
Il tema della scuola ci ha invece permesso di lavorare sul tema del distanziamento sociale. Il distanziamento sociale c’è da sempre, solo che ha sempre riguardato e riguarda gli umili e i marginali. Per esempio il distanziamento era attuato verso i contadini, anche delle nostre terre, segregati, allontanati, stigmatizzati. Oggi questo succede oggi con i migranti. Le distanze fisiche sono anche distanze culturali. Nella scena ambientata il 9 marzo 1950 (nel 2020 è stato il giorno della chiusura delle scuole imposta dal governo) con i tre scolari, il maestro non riconosce per esempio le parole dei bambini. Loro usano molti termini per indicare il fango, ma l’anziano maestro non dà liceità al loro vocabolario. La scena termina però con la speranza: il maestro riconosce che la scuola salverà, dicendo a uno dei bambini “Te vedi di studià’, studia più che poi…. E vedrai che presto o tardi, in cima a quella torre c’arrivi anche tu.”
Nella lezione su Zoom la distanza sociale invece non è colmabile, perché la distanza socioeconomica è troppo grande. Lo stato deve fare lo sforzo di colmare le lacune, non basta fornire alle famiglie un PC e una connessione. Oggi dovremmo organizzarci come negli anni Cinquanta, quando si sono create le reti delle scuole di campagna. La rete delle scuole rurali era già un tentativo di andare incontro alla distanza, e così dobbiamo fare noi oggi nei confronti dei nuovi esclusi.

Monticchiello non ha avuto casi di Covid. La paura di rincontrare il pubblico, soprattutto per gli attori anziani, c’era?

Alcuni dei nostri attori hanno 83 o 84 anni, ma più che la paura c’era il desiderio di essere prudenti ed estremamente rigorosi. Per esempio dopo il passaggio del pubblico di ogni replica, nei luoghi dello spettacolo venivano sanificate immediatamente tutte le sedie. Quello che ci ha resi molto sereni e felici è il fatto che tutto il pubblico, a tutte le repliche senza eccezione alcuna, ha indossato sempre la mascherina. Non abbiamo avuto mai bisogno di chiederlo. Questo per noi è stato un grandissimo segno di affetto da parte dei nostri spettatori.

Del teatro come cura se ne è parlato e scritto tanto. Attraverso il teatro scopri per esempio che il tuo dolore è un sentimento condiviso. Si sa come l’arte giochi anche un forte e importante ruolo nella presa di consapevolezza del trauma, nel ricucire relazioni sfaldate, nel dare voce a sentimenti altrimenti difficilmente espressi. In questa edizione del Teatro Povero questo tema è emerso in modo più forte o in modo diverso rispetto al passato?

Per il paese di Monticchiello il teatro da sempre aiuta a elaborare gli scontri e le tensioni, fin dalle origini. Il Teatro Povero nasce proprio e anche dall’esigenza di affrontare insieme situazioni sociali complesse, dalle quali non è sempre facile uscirne tutti insieme. Il nostro teatro è elaborazione condivisa, ricostruisce un filo che tiene insieme esistenze differenti. Lavoriamo sempre su passato, presente e futuro. Per noi il teatro ha anche avuto e ha una funzione di conforto, è mezzo per aumentare la nostra consapevolezza e sviluppare l’immaginazione.

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