L’inconscio pandemico del teatro

A Castrovillari la XVI edizione di Primavera dei Teatri

Pubblicato il 15/10/2020 / di / ateatro n. 174 / 0 commenti /
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Coraggiosamente ripresa a ottobre, dopo la forzata sospensione causa Covid, la XVI edizione di Primavera dei Teatri è stata attraversata, anche al di là delle intenzioni, dagli interrogativi sollevati dall’emergenza sanitaria e dalle sue conseguenze psicologiche, sociali, antropologiche. Da una parte l’alchimia che talvolta, in modo misterioso, trasforma un festival teatrale in un vero progetto culturale, dall’altra l’immaginario degli spettatori inevitabilmente provato dal lockdown e dalle misure emergenziali hanno evidenziato un sottotesto (o forse un inconscio testuale) riferibile alla pandemia anche in spettacoli che non ne parlavano affatto.

Il nemico siamo noi

Babilonia Teatri, Natura morta

Così Natura morta di Babilonia Teatri si è presentato come «uno spettacolo da fruire in presenza sul proprio smartphone», dopo mesi di lavoro e didattica a distanza, per provare a fare i conti con l’esodo in corso dal reale al virtuale.
Così La fine del mondo di Fabrizio Sinisi e Claudio Autelli ha dato voce a una generazione «che si trova forse per la prima volta a interrogarsi sulla possibilità di una prossima  propria estinzione». Non diciamo degli esiti, ma delle intenzioni e dei sottintesi che emergono nelle più recenti produzioni.

Anagoor, Mephistofeles: Mauro Martinuz

Così l’inquietante Mephistopheles di Anagoor è apparso tremendamente profetico alla luce di quanto abbiamo vissuto negli ultimi mesi. Il materiale video raccolto per anni da Simone Derai in macelli e musei, luoghi di culto e case di cura per anziani, allevamenti intensivi e campagne ferite deborda dallo schermo, ci trascina in un «viaggio per immagini attraverso le lacrime del mondo». E allora restano indietro le questioni sulla discutibile dimensione teatrale di questo lavoro, che in sostanza è un film musicato dal vivo da Mauro Martinuz. Il demone che tentò Faust è lo stesso che ha portato la specie umana alla devastazione e allo sfruttamento del pianeta, fino – il collegamento è immediato nella mente degli spettatori – a quei salti di specie (spillover) che la scienza ci dice diventeranno sempre più frequenti in futuro. Il nemico siamo noi, incapaci di armonia con la natura, cioè con noi stessi. Incapaci di ascoltare il respiro del mondo, di essere, come scriveva Ungaretti «una docile fibra dell’universo».

Anagoor, Mephistofeles

Autobiografia di un campo

Teatro delle Ariette, Trent’anni di grano> (foto Angelo Maggio)

Risuonano per contrasto le parole che Paola Berselli legge piano, seduta a un tavolino, dal diario dell’estate 2019: «Ho sempre cercato di essere soltanto una parte di mondo. Devo pensare di meno a me stessa e di più a quello che mi sta intorno. È lì la vita, è lì che io fiorisco». Siamo nel salone del Circolo Cittadino di Castrovillari, quaranta spettatori seduti intorno a un grande tavolo che perimetra a U lo spazio scenico ricoperto di chicchi di grano. Qualche candela accesa nella replica serale; la luce del sole che entra dai grandi balconi in quella meridiana. Al centro, seduti a terra, Stefano Pasquini e Maurizio Ferraresi impastano, stendono con il mattarello e infornano (il concetto è quello, anche se si tratta di una piastra elettrica) le tigelle, le focaccine di pane tipiche dell’Appennino emiliano. In sottofondo risuona a loop Summertime.
Stefano ogni tanto interviene e insieme a Paola racconta un nuovo capitolo o forse semplicemente una nuova versione di quella autobiografia di un campo che è la loro stessa autobiografia. Da più di trent’anni, come ben sa il loro affezionato pubblico, le Ariette fanno spettacoli costruendo un’autobiografia infinita, e lo fanno, simbolicamente e concretamente, attraverso il lavoro sul campo, il loro campo: il campo di grano che cocciutamente e amorevolmente coltivano anche se i trebbiatori ne sconsigliano ogni anno la mietitura. Una metafora viva che racchiude tutto il loro mondo, tutta la storia della loro “seconda vita”, da quando hanno deciso di vivere in campagna, nel 1989, a quando hanno cominciato a fare teatro e a girare con uno spettacolo ormai storico, Teatro da mangiare?, fino al racconto del presente, senza mai perdere lo stupore per la circolarità del tempo, per l’alternarsi delle stagioni del grano e dell’uva, del pane e del vino, senza mai perdere l’amore dei corpi, certo cambiati ma sempre desiderosi, senza smettere di seminare e di mietere il grano, di raccogliere le albicocche, di essere felici mentre preparano la conserva di pomodoro. Forse è questa l’eternità, azzardano: «un gesto ripetuto da persone diverse in tempi diversi; fare quello che faceva tua madre, tua nonna». Può sembrare una visione regressiva della vita, il pasoliniano rifiuto della modernità in nome di una mitizzata purezza della perduta civiltà contadina. Ma le Ariette sono consapevoli di essere dei granelli fastidiosi negli ingranaggi del mondo globalizzato. Fanno rete con i produttori biologici, creano occasioni di confronto umano prima che intellettuale, sanno davvero essere quello che mangiano, oggi che non sappiamo niente di quello che mangiamo. Pasoliniani lo sono nelle contraddizioni: è il teatro che dà loro da mangiare, loro che mangiano quasi solo quello che producono con le loro mani, trasformando ciò che proviene dalla loro terra e dai loro animali. Il teatro dà loro i soldi, ma è anche vero che in molte lingue per dire “i soldi” si dice “il grano”. Trent’anni di grano ha debuttato a Matera l’anno scorso, e oggi evoca pensieri forse più malinconici alla luce di quello che stiamo vivendo. L’esperienza delle Ariette, questa pratica quotidiana di arte, vita e lavoro che provano tenacemente a coincidere è una realtà preziosa per tutti noi. Ripercorriamo le nostre piccole vite insieme alle loro, ci commuoviamo con loro per la Canzone per l’estate di De André. E mentre mangiamo tutti insieme le tigelle calde con il formaggio e beviamo un po’ di vino, i discorsi continuano liberamente, oltre lo spettacolo, grazie allo spettacolo.

Provini per uno spettacolo a venire

Compagnia Oyes, Vivere è un’altra cosa (foto Angelo Maggio)

Proprio della pandemia, o meglio di come è stata vissuta l’emergenza sanitaria e in particolare il divieto di uscire dalla propria abitazione, parla invece Vivere è un’altra cosa, presentato in prima nazionale dalla compagnia Oyes. Cinque personaggi, cinque storie ambientate nel tempo sospeso del confinamento in casa che ha fatto ripensare alle proprie scelte, condividere e azzerare, scoprire e ricordare, che ha fatto nascere delle storie d’amore e ne ha fatto scoppiare altre. Parlano a turno, in un puzzle di piccoli monologhi che s’incastrano a formare l’immagine di un isolamento generazionale che forse era iniziato già prima di quello imposto dal DPCM dell’8 marzo. Sono tutti in déshabillé, colti in un interno dell’animo dove affiorano memorie familiari, paure inconfessate, desideri. Ma ecco i tipi fissi: quella che ha visto per la prima volta la meschinità del marito e ha fatto a pezzi la mongolfiera che decorava la torta nuziale; quella che ha vissuto la quarantena da sola, facendo yoga in skype e prendendola come «una possibilità di pensare ai propri progetti e di mangiare bene»; il misantropo che viveva da solo in un monolocale ma si trova a condividerlo con una ragazza e scopre che non è poi così male; il padre di famiglia che s’inventa filmmaker e il figlio che con la famiglia ha rotto da tempo e non ricucirà neppure stavolta. Parlano del passato e non riescono a immaginare il futuro. Hanno un problema di percezione della realtà. Passato è anche quello che è appena successo («Ve li ricordate i flash mob sui balconi?») e futuro è per qualcuno solo il terrore che il lockdown finisca. Come spesso accade quando si rincorre l’attualità, la sensazione è stranamente quella di un discorso fuori tempo, zavorrato dai luoghi comuni. E anche dai limiti di una recitazione che sa di accademia e di provini per uno spettacolo a venire.

Un Aspettando Godot alimentare

Più interessante allora la dichiarata dimensione di studio in cui Mammut Teatro ha presentato il primo movimento di un trittico sul corpo e sulle sfide che gli si presentano nel presente e nell’immediato futuro. Il corpo come campo di tensioni e specchio del mondo, un Corpo/Arena che vivrà, che sta già vivendo trasformazioni profonde per quanto riguarda i modi di mangiare, dormire e invecchiare, e il significato stesso di questi tre momenti essenziali della nostra vita biologica. Scritto da Joana Bérthold per la regia di Gianluca Vetromilo, lo spettacolo vede in scena tre uomini (Mauro Failla, Riccardo Lanzarone e Francesco Rizzo) in attesa del cibo ordinato come al solito al telefono. Sono in una specie di isolamento volontario in una stanza o forse in un garage di periferia. Nel prologo con un accenno di pittura di luce (che però nello spettacolo non viene sviluppata), sulla musica di O Superman di Laurie Anderson,  appaiono seduti in posture che possono ricordare le figure contorte di Francis Bacon ma sono in tuta da ginnastica e ciabatte. La situazione scenica e i dialoghi hanno toni beckettiani. La consegna è in ritardo e loro cominciano a immaginare pietanze raffinate, a rinfacciarsi l’obesità, ma anche a esaltarla (i grassi sono consumatori più interessanti per l’industria alimentare, hanno superfici più ampie per i tatuaggi, anche i templi sono grassi, ecc.), fino a una presa di coscienza politica: «Siamo grassi perché abbiamo capito che o divoriamo il mondo o è il mondo a divorare noi». Naturalmente il cibo non arriverà mai e la pièce si rivela una sorta di Aspettando Godot alimentare per riflettere sul nostro rapporto con il cibo forzando una condizione non troppo lontana dalla realtà: «In un mondo in cui la staticità accompagna la rivoluzione digitale e il cibo è a portata di smartphone, può un delivery-man essere il nostro unico contatto con il mondo esterno?» Il testo è veloce e ironico, gli interpreti sono come declinazioni di un’unica figura, proprio come in un trittico baconiano. Varrà la pena seguire l’evoluzione del progetto.

La clinica dei luoghi comuni sull’amore

Piccola Compagnia Dammacco, Spezzato è il cuore della bellezza (foto Angelo Maggio)

Dietro un minuscolo paravento, Serena Balivo si cambia rapidamente per trasformarsi nelle due donne che alternativamente e specularmente raccontano un triangolo amoroso dai toni tragicomici. Spezzato è il cuore della bellezza della Piccola Compagnia Dammacco è un perfetto dispositivo drammaturgico e una potente prova d’attrice. La Balivo passa con disinvoltura da una figura femminile all’altra, incarnando il tormento doloroso della donna tradita e la seduzione volitiva dell’amante. Per la prima, ubriaca di gelosia e sempre in nero, trova modulazioni basse e toni rauchi, movenze inquiete e battute sarcastiche. Per la seconda, bionda e in abiti chiari, accenti più frivoli e pose composte, sottili provocazioni e seducenti banalità. Lui, l’uomo conteso, è significativamente assente, a parte gli intermezzi in cui Mariano Dammaco si esibisce in brevi pantomime mascherate, utili a riempire i tempi tecnici necessari all’attrice per cambiarsi, senza delineare un carattere e tutto sommato banalizzando la messa in scena. Ci sono punti alti nello spettacolo, soprattutto nel versante tragico («Soffrono gli amori in questo ospedale grande come tutta la Terra»), e qualche scivolone nei luoghi comuni di un triangolo amoroso. Ma l’aspetto interessante del lavoro, ciò che ne fa una sorta di clinica linguistica dell’amore, è la scelta di una recitazione sincopata capace di sottolineare proprio quei luoghi comuni pronunciandoli sempre “a distanza”, come tra virgolette, rovesciandoli cioè nella percezione grottesca di chi li sente sulla propria pelle.

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