Stelle fisse | Luciano Chailly

Lo stimato assistente musicale RAI e il giovane esperto di musica sovietica

Pubblicato il 15/12/2020 / di / ateatro n. 174 / 0 commenti /

Luciano Chailly (Ferrara, 19 gennaio 1920 – Milano, 24 dicembre 2002)

Percorreva i corridoi della RAI di Milano con cartelle e spartiti sottobraccio, sempre di fretta ma con istintiva eleganza, la figura alta e slanciata, un perenne sorriso sulle labbra e gli occhi ridenti. Il maestro Luciano Chailly – padre del direttore d’orchestra che si chiama Riccardo – svolgeva le funzioni di assistente musicale nel settore della prosa e rivista, che comprendeva anche la fondamentale produzione di sceneggiati, e che era un po’ il culmine cui potesse giungere la carriera di un assistente musicale.
Io, modestamente, mi occupavo dei programmi culturali e, saltuariamente, della tv dei ragazzi, e non disdegnavo il telegiornale della notte, quando dovevo trovare una musica adatta ad accompagnare un funerale o a solennizzare un’inaugurazione, e poi sul bollettino della SIAE trascrivevo con attenzione il numero di catalogo dei dischi utilizzati. Nel 1959 mi ero sposato, e avevo bisogno di guadagnare.

Paolo VI con Luciano Chailly, che al pontefice ha dedicato la Missa Papae Pauli

In quanto al maestro Chailly – Luciano, naturalmente – era evidente che, oltre a quello di assistente musicale, in RAI avesse anche altri incarichi nella dirigenza. Quando casualmente ci incontravamo, solo un accenno di saluto, come si fa tra persone che non sono state ufficialmente presentate.
Ma un certo giorno – sarà stato alla fine del 1960 – mi fermò e, con la sua abituale cortesia, mi fece capire di seguirlo nel suo ufficio dove, con un giro di parole un poco vago che voleva dire e non dire, mi parlò di un lavoro un poco più impegnativo che forse mi sarebbe stato affidato, sempre nell’ambito dell’assistenza musicale, e che di questo avrebbe voluto parlarmi, in tutta calma.
“Non qui, se le è possibile… vuole che ci vediamo a casa mia?”
Certo che potevo e volevo – anche se la cosa mi sembrava un poco strana. Ma forse voleva dare all’incontro il carattere di un dialogo fra amici, senza alcuna ufficialità; e comunque non ne ero stupito, faceva parte del suo personaggio, affabile ma riservato.

Luciano Chailly con Luciano Pavarotti e Sandro Pertini

Se non ricordo male abitava in via Tolstoj. Una volta entrato, mi sistemai accanto a lui nel salotto di casa. Cominciammo a parlare di musica, come accade fra persone che se ne occupano professionalmente. Il trucco c’era, naturalmente, perché il maestro guidava il discorso, con abilità e molta discrezione, allo scopo di rendersi conto della mia competenza in materia: insomma, una specie di esame. Abbiamo parlato soprattutto di musica fra Ottocento e Novecento, e dopo aver incontrato il Pelléas – e io afferrai la palla al balzo per ironizzare sulla prima esecuzione alla Scala diretta da Toscanini dove il soprano era diventato “Melisanda” – il maestro riuscì a scantonare su Fauré, chiedendosi se anche lui avesse composto opere – chiedendolo a me, ovviamente. Non ero affatto impreparato: infatti nominai la Pénélope, confessando comunque di non conoscerla. Quando poi fu la volta dei poemi sinfonici di Strauss – non ricordo come fu che passammo dai francesi al monacense – il maestro mostrò una strana amnesia a proposito dello strumento solista che gli sembrava di ricordare… il violoncello nel Don Chisciotte, fui pronto a soccorrerlo.
Insomma, era un gioco, e anche molto piacevole data l’innata eleganza di chi lo conduceva. E, tutto sommato, mi pareva di essere all’altezza delle aspettative. Ma nello stesso tempo sentivo che prima o poi sarebbe arrivata la domanda tranello, quella alla quale non avrei saputo rispondere, e che mi avrebbe messo in un totale imbarazzo. Infatti…
“E… a proposito, ora mi piacerebbe parlare un po’ di… di Grečaninov…”.
Dovete sapere che, all’indomani della Liberazione, mia sorella era diventata segretaria dell’Associazione Italia-URSS, che aveva sede in via Clerici. E lì, in via Clerici, arrivavano regolarmente grandi pacchi di libri spediti dall’Unione Sovietica. Tutte le opere di Stalin, tutte le opere di Lenin, e molti romanzi di Erenburg, di Fadeev, di Šolochov, della Panova e di altri ancora che sicuramente potevano vantare almeno un Premio Stalin… tutti rigorosamente in russo, e tutti rigorosamente in caratteri cirillici. Dubito che abbiano avuto un grande numero di appassionati lettori.
Ma in via Clerici arrivavano anche pacchi di musica; e la musica, se Dio vuole, la musica la possono leggere tutti, se sanno leggere la musica. Mia sorella, prima di catalogare quei volumi di musica e infilarli sugli scaffali, me li portava a casa: ero assetato, e leggevo avidamente tutta quella roba, non facendo alcuna distinzione, almeno in partenza, fra il buono e il cattivo e il mediocre. E mi era anche capitato, fra molti altri, un bel pacco tutto dedicato a…
“…Aleksandr Grečaninov, nato a Mosca nel 1864, che ha lasciato la Russia nel 1939 per gli Stati Uniti dove è morto nel 1956, ma è sempre rimasto legato al mondo popolare russo, e soprattutto alla liturgia ortodossa, alla quale ha dedicato molte composizioni corali e orchestrale, e anche un’opera, che continuano a essere eseguite nell’Unione Sovietica anche dopo che l’autore ha abbandonato la patria; ma è anche autore di cinque Sinfonie, di una Rapsodia su un tema russo, mentre in ambito cameristico…”
“Basta così”, mi ha fermò il maestro Chailly. “Vedo che è molto bene informato”. Poi ha aggiunse sorridendo: “Si potrebbe quasi dire che lei, dalle nostre parti, è il maggior esperto di quel compositore!”
Ebbi la tentazione di rivelargli il mio segreto, ma mi fermai in tempo: avrei certamente attenuato la bella figura. Però confesso che da quel momento mi è rimasta l’ossessione di quella formula così a buon mercato che tutt’oggi leggo con troppa frequenza su libri e giornali: “Si tratta del maggiore esperto di…”
Avevo passato l’esame. Poco dopo, com’era prevedibile, il maestro Chailly – Luciano, naturalmente – lasciò la sede RAI di Milano per trasferirsi a Roma, con un prestigioso incarico da dirigente.
Mentre io, che nel frattempo ero stato assunto a tempo indeterminato, ereditai l’ambita sezione della prosa e della rivista.
Il primo approccio con il nuovo incarico fu con lo sceneggiato Sotto processo, per la regia di Anton Giulio Majano. Con un po’ di emozione, partecipai alla prima riunione della compagnia. Iniziarono le presentazioni; e quando arrivò il mio turno, dissi semplicemente: “Sono Eduardo Rescigno, l’assistente musicale, al posto del maestro Chailly che è stato trasferito a Roma”.

Luciano e Riccardo Chailly

“Avrei preferito Chailly”, fu il brutale commentato del regista. Non so se sono diventato rosso oppure sono impallidito, forse le due cose insieme… A quel punto sarebbe stato molto gratificante, per me, rispondere con un tagliente: “E io avrei preferito Strehler”, ma non ho mai avuto la battuta pronta, e ora non mi resta solo il rimpianto.
Comunque ho svolto il lavoro con il solito tasso d’impegno e di serietà. Alla fine il regista fu generoso, e mi ha congedò con un “Ha fatto un buon lavoro, sono soddisfatto”.
Ma non c’è stato un seguito, né con il regista, né con la RAI, perché pochi giorni dopo mi sono licenziato, per approdare ad altri lidi. Mi è rimasto però il rammarico di non aver più avuto l’occasione di incontrare il maestro Chailly – Luciano, naturalmente.




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InformazioniEduardo Rescigno

Eduardo Rescigno (Milano, 1931) è un musicologo, scrittore e commediografo italiano. Altri post