Stelle fisse | Nino Rota

Il compositore e i sei minuti che non erano in partitura

Pubblicato il 30/12/2020 / di / ateatro n. 174 / 0 commenti /

A vent’anni avrei voluto fare il compositore di musica per film e provai a bussare alla porta del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Avevo un discreto curriculum – due documentari premiati dalla Federazione del Cinema Amatoriale – e venni ammesso all’esame orale. Ricordo la commissione, che ancor più del luogo – un’ampia sala prove di Cinecittà – mi fece provare l’emozione di entrare nel magico mondo del cinema: il critico cinematografico e saggista Mario Verdone, Edoardo Bruno che dirigeva la rivista “Filmcritica”, il regista Alessandro Blasetti con gli stivali d’ordinanza.

Sofia Loren con Alessandro Blasetti e i suoi stivali d’ordinanza (Fondo Blasetti | Cineteca di Bologna)

Superai la prova – qualche domanda di tecnica cinematografica, un po’ di storia del cinema, un volo d’uccello sull’esistenzialismo – credo dignitosamente, malgrado un piccolo scontro con uno dei commissari, uno di quelli che, a domanda, esigono una risposta preconfezionata (da grande ho fatto il professore, e ne so qualcosa). Purtroppo (o per fortuna) non superai la prova scritta, che consisteva nella sceneggiatura della novella di Pirandello Il fumo da improvvisare in tre ore. Non esisteva allora la sezione Musica per film e c’era un solo posto di regista a disposizione, che venne assegnato a un candidato di Milano che conoscevo bene. Pensai subito che fosse un raccomandato. Negli anni successivi ho seguito con attenzione la sua carriera: avevo ragione, non è mai andato oltre qualche modesta regia televisiva per la tivù dei ragazzi.
Avevo molte idee nel campo della musica per film, e le avevo sintetizzate in un apologo che ne illuminava la sostanza.

Passando davanti a un locale dove si proiettava un film di successo e del quale si è molto parlato, anche perché la musica è stata composta da un compositore di fama, ne vedo uscire un amico.
Lo fermo, e gli chiedo il suo parere.
“Ottimo film, davvero”, mi risponde.
Io insisto: “E la musica, come ti è sembrata?”
“La musica?”, mi risponde un poco stupito. “Niente musica, è un film senza musica”.
“Ma come?”, mi stupisco a mia volta. “L’ha composta il famoso *** e tutti ne parlano…”
“Se la musica c’è, io non me ne sono accorto”, replica un po’ stizzito l’amico, e se ne va, lasciandomi con un palmo di naso.

Nino Rota (1923)

Questo apologo lo tenevo pronto fin dagli anni lontani del Centro Sperimentale, ma non ho mai trovato occasione di utilizzarlo.
Mi tornò in mente quando, intorno al 1960, venni incaricato dalla RAI di Milano di collaborare con Nino Rota, che doveva presentare un suo lavoro al Premio Italia.
Di Rota avevo particolarmente apprezzato il finale dello Sceicco bianco di Fellini, quando Wanda, più o meno superata la sbandata sentimentale, si riconcilia con Ivan ed entrambi, scortati dalla famiglia rassicurata, si avviano correndo verso la basilica di San Pietro per ricevere la benedizione papale mentre la camera sale verso il cielo e inquadra la statua di un santo benedicente. Senza la musica, quella piccola marcia verso la redenzione non avrebbe avuto senso. Ero quasi emozionato all’idea di poter incontrare l’autore di quella bella invenzione, un compositore che, nel campo cinematografico, aveva all’attivo moltissimi lavori, ma non grandi successi.

Ed ero convinto, con la premessa di quella bella invenzione per il film di Fellini, che avrebbe fatto grandi cose (la Pappa con il pomodoro non era ancora nata).

Nino Rota e Federico Fellini

Di statura media, o forse un poco sotto la media, più che piccolo era modesto. Mi sembrava volesse sempre occupare il minor spazio possibile. Del tutto privo di quella supponenza che per alcuni è la fastidiosa zavorra del ruolo di grande artista, sembrava trovarsi lì per caso, forse perché non credeva alla bontà del progetto che dovevamo affrontare.
Del Cappello di paglia di Firenze, una sua opera famosa e davvero molto bella, esisteva una registrazione audio (non era ancora il tempo della televisione), destinata a partecipare al Premio Italia. Per regolamento, quel concorso imponeva che le opere presentate non superassero il limite di novanta minuti, che il Cappello di paglia superava di ben sei minuti e dodici secondi. Bisognava accorciare, ma senza eliminare neppure un secondo di musica.

Un’operazione di taglia e incolla molto delicata, che venne affidata a un abile tecnico, mentre io sarei stato il garante nei confronti della musica, che non avrebbe dovuto soffrire di quel chirurgico intervento. Nino Rota era presente all’operazione, e mostrava chiaramente la convinzione che il tentativo era destinato al fallimento.
Si lavorava con il nastro magnetico di mezzo pollice, che veniva tagliato in diagonale e poi incollato.
Dopo ciascun taglio, facevamo ascoltare il risultato al compositore che sedeva in un angolo dello studio, perché giudicasse la bontà di ciascun intervento e se, in sostanza, notasse qualche difetto. “No, non sento nessuna differenza”, rispondeva un poco perplesso.
Operavamo soprattutto sui momenti di silenzio (per fortuna si tratta di un’opera a numeri, e fra un numero e l’altro c’era modo di sveltire), ma anche direttamente sulla musica: a volte intervenivamo sulle corone, altre volte accorciavamo qualche nota che ci sembrava un poco troppo lunga e addirittura con il taglio ne avrebbe guadagnato (io almeno ne ero convinto). Lavorando attentamente su una registrazione, si resta stupiti dalla grande quantità di interventi di taglio che si possono fare, senza peraltro modificare la sostanza della musica.
Continuavamo a sottoporre ciascun taglio al giudizio di Rota, e la sua risposta era sempre la stessa: “No, non sento alcuna differenza”. Un lavoro noioso, lento ed esasperante…
Dopo qualche ora il Maestro non ne poteva più, e forse fra un micro-ascolto e l’altro, mentre il tecnico e io lavoravamo di forbici e di colla, raccogliendo metodicamente tutti i pezzettini di nastro tagliato per poterli eventualmente recuperare, Nino Rota, l’autore, si deve essere assopito.
Alla fine del primo giorno, nel salutarci, ci disse che non avrebbe partecipato alle successive sedute. Aveva totale fiducia in noi e ci pregò di avvisarlo a lavoro concluso, ammesso che fossimo riusciti nell’impresa (questo non lo disse, ma si vedeva che aveva ancora qualche dubbio).
E così è successo: alla fine del terzo giorno lo abbiamo chiamato, gli abbiamo fatto ascoltare l’opera nella nuova durata calcolata al millimetro, o meglio, al minuto secondo, e per l’ultima volta Nino Rota ha ripetuto: “No, non sento alcuna differenza”. Con un gran sorriso e molti e graditi complimenti, ci ha salutato.
Non so che fine abbia fatto quel lavoro. Ma so che non ha vinto il Premio Italia.




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InformazioniEduardo Rescigno

Eduardo Rescigno (Milano, 1931) è un musicologo, scrittore e commediografo italiano. Altri post