Under28 | Per un Atlante del teatro pandemico in Italia

Una panoramica delle sperimentazioni creative della scena italiana in tempi difficili

Pubblicato il 05/04/2021 / di / ateatro n. 177 , Le Buone Pratiche della Ripartenza / 0 commenti /

Questo Atlante del teatro pandemico in Italia (versione beta), pubblicato nel quadro del progetto Under28 della Associazione Culturale Ateatro, con il sostegno di Fondazione Cariplo, raccoglie decine e decine di esperienze e progetti ideati e realizzati a partire dal 22 febbraio 2020, quando iniziarono a chiudere i teatri nel nostro paese. Da allora sono rimasti chiusi, e gli eventi nello spazio pubblico vietati, salvo una parziale interruzione tra il 15 giugno e il 25 ottobre 2020.
Non è stata documentata, per motivi di spazio e di tempo, ma soprattutto di interesse, l’alluvione di monologhi, letture, recuperi di video d’archivio, tavole rotonde e dibattiti (in questo ambito il meglio resta nettamente Il caffè di Bolzano29, ma già lo sapete), che ha invaso la rete in questi mesi, salvo alcuni esempi che ci sono parsi significativi, nel bene o nel male.
In ogni caso saremo lieti di prendere in esame e inserire nell’Atlante altre esperienze innovative, che potete segnalare a segreteria@ateatro.org e che valuteremo con attenzione.
Intanto, provate a esplorare la mappa: racconta quello che è stato fatto dai teatri, nei teatri e fuori dai teatri, quando il teatro non era possibile.

Emergono, in questa mole di materiali, alcune tendenze che vale la pena di evidenziare.

Il riciclo

Molte esperienze recuperano dispositivi del passato per adattarli alle nuove esigenze e arricchendoli di nuovi significati.
La prima tendenza, dopo la chiusura dei teatri, è stata portare lo spettacolo là dove c’è il pubblico: nei cortili, in coda al supermercato, nelle strade, nelle piazze… Utilizzando vari mezzi di trasporto, con grande interesse per la bicicletta, ma non mancano camion (riprendendo il Teatro Camion di Carlo Quartucci) e furgoni.
Anche l’idea di svuotare la platea per confinare il pubblico nei palchi, nelle gallerie e nelle balconate non è nuova: basti pensare al Calderón di Pasolini allestito da Luca Ronconi al Teatro Mestastasio di Prato nel 1978.
Un tema connesso a questo riguarda la sostenibilità, che sarà sicuramente uno dei temi portanti dei prossimi anni, sia dal punto di vista dei contenuti e dei temi, sia dal punto di vista ambientale (ed economico).

Che ci sta succedendo?

Diversi progetti hanno scelto di concentrarsi sull’inedita esperienza collettiva imposta dal confinamento.
In primo luogo attraverso l’invenzione (o meglio il recupero) di dispositivi che consentono il distanziamento sociale, al di là del nastro biancorosso da cantiere o dei cartelli più o meno creativi per segnalare le poltrone da lasciare libere.
Dunque tornano il peep show, lo spettacolo per un solo spettatore, ma arriva anche l’arbitro-regista che prima ammonisce e poi espelle gli spettatori che non rispettano la distanza.
Con il secondo lockdown, si stanno moltiplicando progetti e bandi, alla ricerca di nuove drammaturgie che raccontino la pandemia e le possibili vie d’uscita dall’emergenza.

Alla ricerca della liveness perduta

Mentre trionfa il digitale, molti artisti si sono posti l’obiettivo di preservare, per quanto possibile, l’esperienza dello spettacolo dal vivo, il “qui e ora” dell’incontro fisico tra attore e spettatore, il senso di comunità creato dalla compresenza dei corpi.
E’ stata valorizzata la diretta (ovviamente), anche con le “finte dirette” che sfruttavano materiale pre-registrato.
E’ tornato l’audio: una delle sorprese di questi mesi è la fortuna dei formati sonori, a cominciare dai podcast di piattaforme come Storytel e Audible.
C’è chi ha scelto una strada obliqua: aprire le videocamere sulla vita quotidiana del teatro, su quel che accade dietro le quinte.
Qualcuno (pochi, in realtà) si è posto il problema di un uso teatrale delle piattaforme di videoconferenza, come Zoom, Skype, Meet, GoToMeeting, Streamyard… E’ un problema analogo a quello che deve affrontare chi prova uno spettacolo in remoto, o chi suona in gruppo a distanza. Ma è soprattutto il nodo irrisolto della didattica a distanza (non solo per il teatro e per la danza).
Un’altra opzione è l’uso dei social basati sul video e sull’evanescenza delle stories, come Tiktok, Instragram e Whatsapp.

La Netflix della cultura

Sul versante opposto, c’è chi ha preferito misurarsi con il broadcasting, per inserire i suoi “prodotti” nel palinsesto di una piattaforma di streaming.
L’ovvia questione è quanti di questi prodotti sono in grado di reggere la concorrenza delle produzioni di Netflix, o semplicemente di Art’e e della Rai.

Il ritorno alla normalità

In questi mesi, sono stati pochi i formati (e gli spettacoli) davvero innovativi. E oggi è difficile prevedere quali dispositivi sopravviveranno al ritorno alla normalità.
Vanno tenuti presenti due elementi.
In primo luogo, i consumi culturali in streaming hanno raggiunto una quota significativa di “non pubblico”. Secondo un’indagine realizzata tra il 6 e il 21 ottobre 2020, il 16% degli utenti di contenuti culturali in streaming non ne aveva usufruito in precedenza: “Per i neofiti, il lockdown è stato un momento di sperimentazione e scoperta, un’opportunità che ha semplificato e reso più accessibile la fruizione della cultura, nonché una condivisione famigliare, capace di avvicinare i figli alla cultura” (Fonte ISPOS per Intesa San Paolo).
Un secondo aspetto è il bisogno di partecipazione, inibito dalla pandemia. Quando è stato chiesto agli adolescenti se avvertissero la mancanza del teatro, solo in 3% ha risposto positivamente. Ma quando è stato chiesto se sentissero la mancanza dei laboratori di teatro, la cifra è salita fino al 12% circa.
Tornare alla normalità non significherà solo tornare ai consumi culturali pre-pandemici. Dobbiamo reinventare i vecchi bisogni e rispondere a nuovi desideri.

 

Con il contributo di




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