Stelle fisse | Milva

Una bambina e le acque amare del delta del Po

Pubblicato il 15/05/2021 / di / ateatro n. 178

Nella tarda serata del 24 aprile scorso ho ricevuto una mail dal mio amico Alberto Saibene: “Milva me la ricordo quando veniva alla Hoepli”. Così ho saputo che era morta: sì, Milva, Maria Ilva Biolcati nata a Goro il 17 luglio 1939. In quel momento, come sempre mi accadeva tutte le volte che ascoltavo Milva, o semplicemente qualcuno la nominava, mi è tornata in mente quella strana settimana che avevo trascorso a Goro nel lontano 1954.
Tutto era nato da un breve articolo di Sergio Zavoli pubblicato il 5 gennaio 1954 sul settimanale “Il Mondo” diretto da Mario Pannunzio. L’articolo era arricchito da alcune fotografie, che sono state sempre un punto di forza di quella rivista, e una in particolare mi ha colpito, che racchiudeva in una raffinata eleganza formale le figure dimesse di alcune donne nerovestite in preghiera davanti alle tombe di un cimitero di campagna.
Il testo di Zavoli raccontava la strana abitudine di quelle donne che, tutti i giovedì e le domeniche, raggiungevano il cimitero piuttosto lontano dal centro abitato e, sedute su sgabelli che si portavano da casa, dopo aver accudito al riordino e alla pulizia delle tombe, iniziavano un lungo dialogo con i propri defunti.

Tutto questo accadeva a Goro, un piccolo centro di quattromila abitanti che si trova nella zona del delta del Po, in territorio ferrarese. Dopo una telefonata al mio amico Walter Urbani che abitava a Venezia, in poche ore abbiamo deciso: saremmo andati laggiù, in quel luogo di cui ignoravamo l’esistenza fino a qualche minuto prima, e ci saremmo fermati una settimana per studiare la possibilità di realizzare un documentario con la 16 millimetri Paillard.

Goro, 1954 (foto Eduardo Rescigno)

Non ho realizzato il documentario, e di quell’esperienza mi resta solo un vivo ricordo, alcune fotografie, e una serie di appunti, che qui trascrivo.

Il paese si distende fra l’argine destro del Po di Goro – uno dei molti rami del grande fiume nella zona del delta – e il mare Adriatico. Per le sette notti abbiamo trovato una sistemazione in quella che ci è sembrata l’unica locanda del paese, e abbiamo subito preso contatto con il mediatore Menarini, il factotum del luogo, che ci ha fatto da guida.
Erano ancora evidenti i danni della grande inondazione del 1951, e alcune zone di terreno erano ancora inondate. Le case sono piccole e di un solo piano, ci abita di solito una sola famiglia, e di nuove ce n’è pochissime. Una, subito all’inizio del paese, ha tre piani, con i campanelli e le targhette sui portoni, costruita nel punto dove era stata scoperta una vena di acqua dolce. La casa è infatti dotata di acqua corrente, nel sottoscala si vede il motore per l’elevazione. Ma dai rubinetti non esce niente: il tempo di costruire la casa, l’acqua era diventata salata. Un altro pozzo, scoperto nei primi anni di guerra vicino alla piazza e alla Chiesa, aveva fatto trepidare tutto il paese. Stavolta si erano mossi gerarchi e autorità, si era bevuto ufficialmente il primo bicchiere. Abbiamo visto il cippo della fontanella e la vasca piena di rifiuti. L’acqua potabile a Goro non arrivava ancora.

Goro, 1954 (foto Eduardo Rescigno)

Sette o otto carretti tirati da una asino, con una botte inchiodata sopra, riforniscono di acqua tutto il paese. L’acqua è quella del Po, e il carretto attraversa tutto il paese a distribuire un’acqua dolce ma gialla e torbida, a cinque lire il secchio. Il medico condotto consiglia a tutti di filtrare e bollire l’acqua, ma è un sistema lungo e costoso, e poi l’acqua bollita diventa ancora più cattiva. Ci si accontenta di qualche goccia di limone. È una tradizione, il medico sa che non è di nessuna utilità. Walter e io, in quei sette giorni, abbiamo bevuto soltanto il vino asprigno delle terre di bonifica.

Goro, 1954 (foto Eduardo Rescigno)

La prima notte è stata molto difficile. Al freddo e alla nebbia eravamo abituati, ma non all’umidità. Le lenzuola sembravano impregnate d’acqua, e andando a letto non solo non ci siamo spogliati, ma abbiamo infilato il cappotto: l’idea che la nostra pelle di cittadini sfiorasse quelle lenzuola umide ci era insopportabile. Poi ci siamo abituati, anche sull’esempio del terzo cliente della locanda (avevamo a disposizione una grande camera con tre letti), un impiegato delle poste che si spogliava coraggiosamente, e viveva con la flebile speranza che un giorno sarebbe stato trasferito in qualche città del Meridione.

Goro, 1954 (foto Eduardo Rescigno)

Se a Goro manca l’acqua, non mancano i bambini. Nel pomeriggio se ne vedono a decine, mentre la mattina sono a scuola, tutte le classi riunite in un unico stanzone, e l’unica maestra che controlla tutti, quelli svegli e anche gli altri; ma accade a volte che l’acqua del Po sommerga tutta la scuola. Gli occhi svegli e il colorito acceso e le pezze colorate che hanno addosso i bambini, sono l’immagine della salute: infatti, quelli che sopravvivono sono duramente temprati. Il signor Menarini ci ha confidato: “Dei miei sette figli la morte me ne ha portati via appena due”: intendeva dire che si riteneva fortunato, in una famiglia di Goro anni 50 due figli morti sono pochi.
Finalmente, siamo andati al cimitero, che si trova a circa un chilometro e mezzo dal paese. Le donne nerovestite che lo raggiungono, camminando in fila lungo l’argine nelle mattine nebbiose di febbraio, sono un’immagine di preziosa eleganza, che stuzzica la fantasia calligrafica del documentarista. Poi entrano al cimitero e, dopo aver pulito le tombe, siedono sugli sgabelli che hanno portato da casa, ciascuna davanti al luogo dove è sepolto il proprio caro, e iniziano a discorrere con lui. Gli raccontano tutte le novità, i fatti e i misfatti del paese, i progetti e le speranze, lo stato di salute dei figli e degli altri congiunti. Walter e io, con la cautela di persone che si sentono del tutto degli estranei, ci siamo aggirati fra le tombe, facendo finta di non ascoltare i discorsi delle donne, ma siamo stati del tutto ignorati.

Quando nel 1959 ho sentito parlare per la prima volta di Milva, che in Rai aveva vinto il concorso “Voci nuove” con la canzone Acque amare, mi sono tornati in mente i giorni di Goro, dove certamente non l’ho incontrata – lei non aveva ancora quindici anni – mentre forse avevo incontrato il padre, perché ogni sera la locanda dove abitavo era affollata di uomini di Goro che passavano il tempo chiacchierando e bevendo. Con loro giocavamo a scopa, e il signor Biolcati, che avrà avuto una quarantina d’anni ed era proprietario di un piccolo camion, era certamente presente.

Il look Vergottini di Milva per L’opera da tre soldi

Milva non l’ho conosciuta, e non posso dire se per lei quegli anni difficili siano stati un concreto motivo di orgoglio, o qualcosa da dimenticare. Ma ogni volta, a ogni passaggio della sua straordinaria carriera, ho pensato a quei bambini che dovevano possedere una forte volontà per sopravvivere in quel luogo che a me, uomo di città, pareva al limite della sopravvivenza. E ho pensato a quello strano luogo sperduto quando, nel 2010, ho letto le motivazione che hanno spinta Milva ad abbandonare le scene: la convinzione che era venuta meno quella “speciale combinazione di capacità, versatilità e passione”. Versatilità: mi ha colpito soprattutto questa parola, che ho collegato a un disegno professionale che ha pochi riscontri nel recente passato della musica e del teatro.

Da Sanremo (quattordici edizioni fra l 1961 e il 1993), alla Scala con La vera storia di Calvino e Berio (1982), dalla commedia musicale Angeli in bandiera di Garinei e Giovannini (1969) al Piccolo Teatro con L’opera da tre soldi (1973) ai numerosi recital e dischi brechtiani: un percorso quanto mai variegato, che Milva ha affrontato senza mai abbandonare l’attività tradizionale di una cantante di musica leggera. Una versatilità che aveva solide basi in una vocalità di eccezione e si nutriva di una passione che non poteva non essere in qualche modo legata a quel luogo che l’aveva vista nascere, a quella piccola cittadina sperduta fra le terre e le acque del delta, a quegli anni certamente difficili che pretendevano da un bambino una forte volontà di sopravvivenza. Che Milva dimostrava in ogni momento della sua multiforme attività di cantante.
Oggi a Goro c’è l’acqua corrente, gli argini sono stati rinforzati e, mentre la popolazione residente è in calo, da qualche anno d’estate arrivano anche i turisti diretti alle spiagge dell’Adriatico o alla Riserva naturale del Bosco della Mesola. Ma non so se le donne il giovedì e la domenica percorrono ancora l’argine del fiume per raggiungere dopo un chilometro e mezzo di cammino il cimitero e chiacchierare con i morti.




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InformazioniEduardo Rescigno

Eduardo Rescigno (Milano, 1931) è un musicologo, scrittore e commediografo italiano. Altri post