(Fare un teatro di guerra?)

Categorie: 005Tags: , Pubblicato il: 20/03/2001Aggiornato il: 02/11/2025

Egregi signore e signori,
Permettetemi di presentarmi: io sono una persona cui è stata sottratta l’identità. L’unica cosa certa che io possa affermare di me stessa è che sono una donna, che mi trovo sulla soglia dell’età di mezzo, che sono cittadina dell’Europa sulla soglia di un nuovo millennio. Tutto il resto che potrei dire è piuttosto vago indeterminato e oscuro, eppure avevo un forte desiderio di presentarmi a voi stasera nella migliore luce possibile. Mi sarebbe piaciuto ad esempio sottolineare i miei lati migliori, altri li avrei fatti passare per inessenziali. Avrei anche espresso con la massima cortesia la mia gratitudine e per finire avrei conservato nella memoria questo bel momento. Ma mi si poneva un problema, e cioè spiegare chi sono, quali sono le mie qualità, dov’è il posto giusto per me e cosa invece nascondo, allora per riflettere ho voluto partire dall’inizio. Io sono una donna, cosa ovvia a tutti, mi trovo sulla soglia dell’età di mezzo, cosa che invece cerco di nascondere e fin qui tutto bene. Sono una cittadina dell’Europa, ma la cosa comincia a essere discutibile e anche il nuovo millennio non comincerà tra poco come molti ritengono perché ci aspetta un intero anno da vivere. A partire da qui le mie riflessioni si sono inceppate. Non riuscivo a proseguire. Non sapevo più… Non sapevo più ciò che in genere so di me stessa. La mia identità in qualche modo è andata smarrita. E’ come se non l’avessi mai posseduta. E’ inevitabile, nel tempo in cui mi è dato vivere, io affondo. Io sono una donna in un mondo di generali, di poliziotti, di reclute, di consoli, uomini d’affari, ministri senza portafoglio e di tiranni. Il mondo così come è fatto è un territorio maschile. Inoltre sono un essere umano senza identità nazionale, abitante di un paese che minaccia di diventare etnicamente pulito. Il dio che mi è stato assegnato dalla nascita non è poi che sia il mio vicino preferito da frequentare a questo mondo. Io e lui non abbiamo un gran rapporto né ci sforziamo di averlo. Né io, né lui. La guerra per me non è una condizione naturale dello spirito. Mi dilania, mi opprime, mi uccide a rate. Eppure io vivo da anni in uno stato di guerra cui non posso affatto oppormi. Io non ho molta voglia di morire per la patria, al contrario, vorrei vivere, eppure mi sento circondata da un perenne senso di morte, sempre e ovunque, fin dal momento in cui ho cominciato a vivere questa vita da persona adulta. Ogni giorno mi si offrono migliaia di modi di morire: in una delle guerre in corso, colpita da una bomba, oppure per fame, di freddo, morire dalla vergogna per peccati che non ho commesso. Portare fino alla fine dei miei giorni il fardello della cattiva coscienza che non certo io mi imputo. Per fortuna non si muore così facilmente. Personalmente non sto morendo di fame. Riesco in qualche modo a difendermi dal freddo. Le guerre le boicotto e le bombe le ignoro. Resta però il già detto senso di vergogna. L’onta per ciò che mi circonda. La vergogna mi si imputa in nome del mio popolo, in nome del mio paese, in nome dei paesi dell’Europa e di un altro grande continente. Questo sentimento però non mi aiuta a risolvere il problema. La mia identità è comunque andata persa. Non riesco a darne un’espressione, non riesco a esprimermi. In un mondo in cui la comunicazione avviene per atti di violenza in risposta ad altri atti di violenza non ho perso niente. Eppure io non vorrei svignarmela in un mondo che invece di giudicare condanna, io non so più chi sono e cosa sono. In un mondo di violenza statale in cui tutto si concentra attorno allo Stato io, che non considero lo Stato come un progresso dello spirito universale, ebbene io non so più come definirmi. In un mondo in cui le parole sono vuote e consunte, io che scrivo non so dove inquadrarmi. In un mondo che prosegue placido per il suo corso senza di me, non so più a che luogo appartengo. Qualcuno deve avermi rubato la mia identità assegnandomi solo un volto, una fisionomia, una smorfia. Come in un quadro cubista, metà del mio volto è quella di un combattente, l’altra metà quella di una vittima. Ma se non voglio essere né combattente né vittima non c’è posto per l’identità. Io che voglio la libertà di opinione sono costretta a scrivere di un’unica cosa. O meglio contro un’unica cosa, contro la guerra, contro la violenza, contro l’odio nazionalistico, contro la provinciale requisizione delle libertà per sé a danno di altri, contro le spartizioni, contro le battaglie, contro gli ultimatum come strumento di negoziato, contro l’unilateralità nel pensiero e nel giudizio. In questa vita, l’unica che posseggo, mi piacerebbe anche scrivere di qualcos’altro. In questa unica vita che si consuma tanto in fretta non sembra però che io ne abbia diritto. La vergogna e il senso di responsabilità per azioni e decisioni che non erano mie, mi costringono a pietrificarmi su un unico tema. In un mondo in cui i militari di un paese sterminano i civili, non posso permettermi di parlare d’altro. In un mondo in cui un intero continente fiero della propria cultura e della propria civiltà accetta che alla propria periferia gli esseri umani crepino di fame e si ammazzino a vicenda e in cui l’unica risposta di questo continente a tutto ciò è anche da parte sua ancora e come sempre violenza, ebbene in questo mondo non mi va di parlare d’altro. E così l’intera mia esistenza, ogni mio pensiero, ogni respiro del giorno, ogni parola che esprimo si indirizza verso quell’unico tema ed è presente in modo unico come una voce, sola, indirizzata contro tutto ciò che ci opprime. Quindi la mia identità non esiste, io sono determinata da qualcosa che mi è estraneo, da qualcosa che mi è contrario, da qualcosa a cui mi oppongo. Per questo, egregi convenuti, mi risulta difficile ringraziarvi personalmente a mio nome. Chi sono in fondo? La mia identità è carpita dalla politica globale e nazionale e nell’ultima guerra si è frantumata. Anche facendo enormi sforzi non riesco a ritrovarla, in nessun ufficio oggetti smarriti di nessun aeroporto europeo in cui transito, in nessun programma di ricostruzione per il paese in cui abito, in nessun comma dei negoziati di pace che vengono firmati ogni momento, in nessuna lingua, in nessuna usanza popolare, e men che meno nelle norme del galateo ufficiale e internazionale. Quindi chi sono ? Chi è la persona davanti a voi che vi è estremamente grata per l’attenzione e per l’onore che le viene tributato. L’unica cosa che mi viene in mente per rispondere alla domanda è che io sono il canarino della madre della signora Hinkemann, il canarino che canta ma non particolarmente bene, finché poi gli tolgono la vista con dei ferri da cucito incandescenti. Potrei facilmente essere, involontariamente, un personaggio di una pièce di Ernst Toller, e questo probabilmente è il motivo per cui oggi mi trovo qui, davanti a voi.

(Discorso per il conferimento del premio Toller, dedicato ai giovani autori, a Vienna nel dicembre 1999)

Il giorno 05-10-2000 23:20, Biljana Srbljanovic ha scritto a Elio De Capitani e altri 7 destinatari:

> We did it!!!
> Thank you, dear friends, for your love and support
> Yours
> Biljana
>

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