(Fare un teatro di guerra?)
Ecco un po’ di materiali. In tutto il mio lavoro la guerra è presente come un’ossessione. Non lo avevo notato fino ad oggi.
Il mio sogno di una notte d’estate del 1988 iniziava con la pulizia etnica delle amazzoni,a sipario alzato di solo un metro, si vedevano gambe di soldati e di donne uccise con un colpo alla nuca. Titania veniva catturata e trasformata, porta nuda davanti a Teseo e imprigionata in un vestito a tubo che le teneva prigioniere le mani. Le mettevano con mano ferma del rossetto sulle labbra, estraevano una mano dal vestito e la davano a Teseo.
“Ti ho conquistata con la spada, ma in altri modi ora…”
Non era un Sogno, era un incubo. E tutto proseguiva nella violenza, anche i rapporti tra i ragazzi era violenti, il sesso era stupro. Fu molto discusso quel taglio, ma nessuno si accorse che prediceva quanto da lì a poco sarebbe accaduto.
Poi ci sono stati i Turcs, di cui non trovo il testo che ho scritto nel ’95 per il programma di sala, che mi pareva molto bello e parlava, ovviamente di guerra, di profughi.
Ma ti mando anche il pezzo di apertura della stagione, dove puoi cavare qualcosa che allarga il senso della vostra idea sui teatri di guerra.
C’eravate anche voi quando l’ho letta.
“Il teatro è la nostra arte e l’arte è il solo strumento che avevamo, e ancora oggi abbiamo, per dare un senso e un progetto alla nostra vita in questa città, che ci pone ogni giorno di fronte al conflitto, permanente e irrisolto, tra cittadinanza, dissidenza e indifferenza.
I nostri primi teatri sono stati i centri sociali, la nostra prima sede, fino all’autunno del 1979, il vecchio Leoncavallo occupato. Rappresentavamo una generazione che costruiva un’alternativa in modo concreto, partendodalla vita, dall’arte e dalla comunicazione. I nostri spettacoli erano feste, la musica era il veicolo più importante.
Operiamo ancora oggi in una zona di confine, riempiendo lo spazio che solitamente separa un luogo alternativo da un’istituzione culturale della città, senza arrivare mai a comporre questa nostra identità complessa e contraddittoria, in una realtà stabilita una volta per tutte, coscienti di quanto sia stato difficile mantenere la sfida di questa doppia identità tragli anni settanta e gli anni novanta del secolo scorso. E quanto lo sia ancora di più oggi. “
Fai quel che vuoi, di questa roba. Sono belli tutti gli inizi e ne mancano alcuni… sempre la guerra.
Ciao.
… APPUNTI
(Amleto 1999)
Inizio le prove di Amleto per la quinta volta. Aerei della Nato stanno bombardando Serbia e Kossovo. Partono da basi italiane. La lacerazione del mio animo è profonda: perchè non riesco a considerare un intero popolo come il nemico e tutti abbiamo imparato, anche in questi cinquantanni di “pace”, che la guerra ha un prezzo che non paga il tiranno nel suo palazzo, ma chi è inerme. Ma non sono più capace di accettare l’indifferenza di fronte alle stragi e alle pulizie etniche. Penso: per secoli le stragi sono accadute nel silenzio, ma anche il massacro ustascia che l’ostinata memoria degli ebrei croati a portato a processo in questi giorni a Zagabria. A tutto quello che è accaduto in Bosnia e in Croatia in questi anni , si è riusciti in qualche modo a porre un rimedio, Sarajevo non è più assediata. Allora…
Abbiamo imparato anche a non farci più ingannare dalla memoria corta – ciò che accade oggi è figlio di storie antiche: gli assassini spietati di oggi, ieri sono state vittime inermi. La memoria è un groviglio, quale passione ci può aiutare a capire? Quando si è orfani delle ideologie, il mondo ci appare in tutta la sua inerzia di mali che non piegano mai al bene: giardino abbandonato dove trionfano le erbacce più comuni (…)
edc
(Il senno di poi)
“Il momento più alto della trilogia è sicuramente l’acme delle Eumenidi, quando Atena ististuisce la prima assemblea democratica della storia. Nessuna vicenda, nessuna morte, nessuna angoscia delle tragedie dà una commozione più profonda e più assoluta di questa pagina”.
(Pasolini, Orestiade, Nota del traduttore)
OGGI ATENA E’ VOLATA A BELGRADO. Abbiamo tutti provato una grande emozione catartica proprio ieri: quella che ci ha dato il popolo serbo che, con le sue sole mani, ha distrutto la trappola in cui il dittatore li aveva cacciati. Rinascendo all’ammirazione del mondo per averlo fatto senza spargimento di sangue. Usando tra le tante armi pacifiche, un’arma speciale dell’intelligenza: l’ironia. C’è da sperare bene, se una democrazia ha, alle sue radici, una rivolta che non perde il buonumore, neppure nel momento della tragedia.
Un evento così gioioso, ci fa vivere dentro la storia finalmente non solo per le sconfitte, ma anche per significative vittorie della ragionevolezza. La commozione per la catarsi finale delle Eumenidi, che abbiamo appena terminato di portare in scena si mescola dunque a quella della storia attuale e ne fa riverberare la luce con un diverso accento.
Nelle Eumenidi, non è solo l’istituzione del tribunale che ci emoziona e ci fa riflettere. E’ il dopo: il faticoso tentativo di Atena di non far scatenare le forze arcaiche delle Erinni contro la città. Fatica con cui dovrà far i conti il neo-presidente Koustunica. Anche lui dovrà redimere le Erinni e portarle al bene: non rimuovere certi elementi dell’orgoglio nazionale che si erano costituiti in maledizioni del popolo serbo, ma traformali in benedizioni, in forze di pace. E favorire questo stesso accadimento in Kosovo e in Montenegro.
Avevamo dedicato la prima tappa degli Appunti alle Coefore, alla compulsione orribile della vendetta, ancora più orribile per Oreste, costretto dalle norme e da un dio a vendicare suo padre uccidendo la madre. Vedere operante il meccanismo del compianto funebre del morto come generatore di sterminio, era un filtro antico dare luce nuova agli anni attuali: una sorta di crisi del cordoglio nei Balcani, risalente ad altre epoche storiche, che trovava una nuova esplosione. Perché non aveva trovato quella giustizia che da pace ai morti e restituisce senso alla memoria. Ci siamo riferiti ai Balcani non per attualizzare Eschilo ma per capirlo meglio. E capire assieme all’Orestiade anche agli anni attuali. Solo così si riesce a rendere vivi i classici: illuminandoli col presente per esserne illuminati a nostra volta.
Per questo le nostre Coefore erano ambientate in una arcaicità contemporanea, contadina: ma appunto più balcanica che mediterranea, anche se l’eco del sud, di tradizioni nostre, aveva segnato la rappresenentazione del canto funebre e del rito. Ora vengono le Eumenidi, auspicio di nuove istituzioni che superino quelle vecchie: sia per la democrazia nella serbia che per il tribunale per il crimini di guerra: di nuovi tribunali abbiamo bisogno, permanenti, accettati e riconosciuti da tutta la comunità internazionale. Se guardiamo al presente però, possiamo bene immaginare quanto fragili, quanto contraddittori saranno gli equilibri che man mano si raggiungeranno: la guerra, il conflitto esplode, la pace, la ricostruzione del tessuto civile nelle relazioni è lenta e richiede molte parole molta sapienza, molto logos, per dirla coi greci (…)
edc
Monza, 6 ottobre 2000
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