(Fare un teatro di guerra?)

Categorie: 005Tags: Pubblicato il: 20/03/2001Aggiornato il: 02/11/2025

(…) Vorrei vivere, eppure mi sento circondata da un perenne senso di morte, sempre e ovunque, fin dal momento in cui ho cominciato a vivere questa vita da persona adulta.(…)
(…) In un mondo che prosegue placido per il suo corso senza di me, non so più a che luogo appartengo. Qualcuno deve avermi rubato la mia identità assegnandomi solo un volto, una fisionomia, una smorfia (…)

Tra tutti i contributi che ci sono arrivati scelgo quello di Biljana, l’unica a cui non l’ho chiesto, l’unica che di questo libro non sa nulla.
Biljana ha la mia età. Credo proprio che sia nata nel 1971 come me.
Ha scritto queste frasi perché dilaniata da una guerra vera che ha accompagnato gli anni della sua giovinezza, che ha minato il suo popolo e la sua terra.
Provo un senso di vergogna, di imbarazzo. Sono sacrilega verso chi è colpito da un vero dolore. Sono debole e inopportuna quando penso quanto queste frasi siano anche mie.
E’ mio questo senso di impotenza, di non appartenenza. Mio questo volto cancellato.
E come è possibile? Io, una giovane donna figlia della pace e della democrazia, che provo questi sentimenti e questo dolore. Io che sento sulla mia testa il peso del potere. Io, una donna che ha potuto lottare per un lavoro privilegiato e che ama, che ha una casa, il diritto di voto, che può scegliere i suoi abiti, la sua pettinatura e le sue parole. Come è possibile se non offendendo chi non ha più niente, neanche il diritto sul suo corpo, neanche la vicinanza dei suoi cari?
Chiedo scusa per questo groppo nello stomaco. Forse, come dice Pippo Delbono, è il groppo dei viziati, perché chi sta nella guerra vera vorrebbe solo ridere e tornare a danzare. Ma il groppo c’è e mi ha portato a lavorare per gli incontri stupendi che animeranno queste sere, mi ha portato a raccogliere questi scritti.E’ ciò su cui abbiamo più riflettuto: essere guerrieri in pace.
Un mio amico ha detto “vado dove già vogliono”. Io lo penso tutti i giorni, lo sento in quello che mangio, nei vestiti che mi metto, nelle parole e nelle persone. Vado dove già vogliono.
Forse è questa la mia ferita aperta, quelle mie gambe sempre troppo corte, quelle spalle sempre troppo curve, quel viso sempre troppo antico per poter stare comodo e splendente nel nuovo millennio, in questa futura e sicurissima democrazia.
Sì la mia ferita è aperta, ma in questi anni di teatro l’ho condivisa e mi ha dato molto spesso la forza di danzare. Ho, insieme all’atroce consapevolezza dei giochi sulla mia testa lo sforzo della mia voce, una voce che ha dentro la storia, la geografia, i popoli, gli anni e che sa dei miei suoni, della mia posizione nel mondo. Preservare la propria voce, il proprio discorso nello schiamazzo generale e avere la forza di gridarlo, di mantenerlo è forse già una tale prova di coraggio, una tale conquista.
O forse no.
Lascio voi e me con questa incertezza, che mi sembra un bel regalo. Da giorni sogno di uscire per strada e di trovare tra gli altri cartelli elettorali la faccia di uno che mi urli: ” Lo spazio del dubbio è tuo diritto. Garantirtelo è mio dovere.

2

Il progetto di Ateatro per il 2026

La AteatroPedia, l’Atlante della critica contemporanea, le Buone Pratiche, la partecipazione, il welfare culturale, gli archivi, le Comunità di Ateatro: i progetti per festeggiare i 25 anni del sito ateatro.it guardando al futuro.

Ateatro su Facebook
La community di Ateatro