Five Easy Pieces di Milo Rau

Milo Rau, Five Easy Pieces
Ogni volta la “rivelazione del reale” (il titolo della retrospettiva alla Sophiensale di Berlino nel 2013-14) di questo “Realtheater” (la definizione è di Alexander Kluge) spiazza e colpisce con la forza della provocazione – che è in realtà lo scandalo del reale e del suo orrore. C’è prima un meticoloso lavoro di documentazione, perché solo l’esattezza può garantire la credibilità della ricostruzione: a ispirare lavori di questo genere dev’essere l’etica del filologo e dello storico. C’è poi ogni volta la definizione di un dispositivo che lavora su due piani: il primo è l’effetto di verità determinato dalla precisione dei dettagli e della vicenda; il secondo è il piano della rappresentazione, che viene brechtianamente esplicitato e sottolineato, e spesso produce effetti stranianti, anche ricorrendo all’intermedialità.
Questo approccio è stato adottato anche con Five Easy Pieces, presentato nelle scorse settimane con profonde emozioni e grande successo a Short Theatre (Roma), al Festival di Terni e a Contemporanea (al Teatro Mestastasio di Prato), dopo il debutto al Kunstenfestival di Bruxelles.

Milo Rau, Five Easy Pieces
Eppure Five Easy Pieces è uno spettacolo radicalmente politico, anche nelle tecniche di straniamento brechtiano che governano il dispositivo messo a punto dal regista svizzero. In scena interagiscono diversi livelli. Lo spettacolo inizia con una sorta di interrogatorio, con l’unico attore adulto (Peter Seynaeve), seduto nella penombra, ma con l’immagine video del suo volto che campeggia ingrandita sullo schermo.

Milo Rau, Five Easy Pieces
Il gioco delle domande è anche un interrogatorio. All’inizio viene mostrata una foto: “Sì, lo riconosco, è Patrice Lumumba”, l’eroe dell’indipendenza del Congo (che era proprietà personale del re del Belgio), rapito, torturato e ucciso nel 1961.
Una seconda foto, alla fine del prologo: tutti i bambini lo riconoscono: “Ma quante ragazze ha ucciso?”, “Che cosa gli ha fatto?”… Solo a questo punto, dopo che i piccoli protagonisti – ma non il casting director – ci hanno raccontato chi sono, può iniziare lo spettacolo: “Che ruolo vuoi fare?”, “Chi vuol fare Dutroux?” Ma Dutroux è lui: è il casting director, il regista in scena, l’investigatore che conduce l’interrogatorio in scena e il mostro.

Milo Rau, Five Easy Pieces
In questa sequenza, come nei “cinque pezzi facili”, Milo Rau mette in atto un sistematico meccanismo di straniamento, attraverso la giustapposizione tra teatro e cinema (le immagini in bianco e nero proiettate sullo schermo che campeggia sopra gli attori), tra diretta e immagini preregistrate (i filmati con gli adulti che danno inizio alle ricostruzioni), tra adulti e bambini. Le scene interpretate dal vivo vengono doppiate e proseguite in video: la troupe dei bambini allestisce un piccolo set (lo spazio della finzione), cattura il suono con un grosso microfono, batte il ciak – ma la telecamera continua a essere nelle mani dell’unico adulto: l’intrusione del video evoca la metafora dello stupro.
Il primo dei “cinque pezzi facili”, Padre e figlio, ci porta nell’abitazione dell’anziano padre del serial killer. Le domande si fanno più difficili, le risposte impossibili: “Che cosa faresti se tuo figlio diventasse un assassino?”, “Avete mai ucciso?”. Poi siamo nel luogo in cui Dutrox aveva seppellito una delle sue vittime, nell’ufficio di un investigatore, e poi nella cella dove era rinchiusa una bambina (Saggio sulla sottomissione): è la tenerissima e agghiacciante lettera di una delle piccole prigioniere, il momento emotivamente più feroce, con il mostro-intervistatore-videomaker che chiede alla piccola protagonista di spogliarsi. E’ finzione, ma è ugualmente terribile e perturbante.
C’è in questo lavoro il rischio di un’intrusione morbosa, di spingere i bambini all’esibizionismo: ma sono le stesse intrusioni da cui sono già bombardati quotidianamente, con sollecitazioni emotive, senza la possibilità di conoscere i meccanismi che li generano, senza la possibilità di conoscere e discutere i fatti. C’è fiducia nell’intelligenza di questi attori bambini, nel fatto che siano persone e che dunque abbiano il diritto di capire e raccontare.
Poi entriamo nell’abitazione dei genitori di una ragazzina scomparsa (Soli di notte), con due bimbi a fare la parte dei grandi, e a fingere di piangere: le lacrime sono un trucco da set, recitare è un gioco, forse ci salva dall’angoscia. Il prefinale, il quinto “pezzo facile”, il mesto funerale di una delle bambine, ha un titolo pasoliniano, Cosa sono le nuvole? Le nuvole sono quelle che non potevano vedere le piccole vittime nelle loro celle, sono quelle che non potranno vedere i bambini che abitano i mondi sotterranei che Dutrox – dicono – disegna ossessivamente nella sua cella.E’ un dispositivo complesso e stratificato, malgrado l’apparente semplicità dell’allestimento. I sette giovani interpreti sono in primo luogo sé stessi, con i loro ricordi, il loro sguardo, le loro emozioni, i loro pensieri sulla vita e sulla morte, sulla libertà e la violenza, sulla felicità. Alla domanda sulla cosa più raccapricciante, quasi tutti finiscono per rispondere che è “il bacio della mamma sulla mia bocca”. Ma sono anche attori: sono i protagonisti della vicenda Dutroux, che via via interpretano con sorprendente maestria. Così l’intero spettacolo diventa una riflessione sul rapporto tra realtà e finzione: qualcuno spiega che preferisce recitare al cinema, perché si possono far vedere meglio espressioni ed emozioni, qualcuno invece sentenzia che “recitare è come sognare”…

Milo Rau, Five Easy Pieces
Per i bambini che hanno partecipato al laboratorio, è stato un processo di conoscenza e di consapevolezza. Come affrontare argomenti e temi che nelle conversazioni familiari vengono rimossi o trattati con veli di cautela? I protagonisti di Five Easy Pieces hanno le loro opinioni, il loro punto di vista.

Milo Rau, Five Easy Pieces
Ma se non vogliamo rimuovere l’orrore, dobbiamo provare a distanziarlo e oggettivarlo (rappresentarlo) e a illuminarlo (il video è luce). Senza dimenticare che il teatro e il cinema sono manipolazione: svelare i loro meccanismi è l’unico antidoto ed è un atto politico.
Oliviero Ponte di Pino ha lavorato per oltre trent'anni nell'editoria, insegna in vari corsi universitari e master, conduce su Radio3 il programma Piazza Verdi. Ha fondato il portale ateatro.it e dal 2004 cura con Mimma Gallina il progetto Le Buone Pratiche del Teatro. Tra i suoi ultimi libri Un teatro per il XXI secolo. Lo spettacolo dal vivo ai tempi del digitale (2021), Cultura. Un patrimonio per la democrazia (2023).





